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Che errore questo taglio dei parlamentari che li allontana dai cittadini- elettori

Si tratta di una riforma apparentemente utile, perché sembra obbedire all’imperativo, diffuso nell’opinione pubblica, di ridurre i costi della politica. Mentre è in realtà un’iniziativa pericolosa e dannosissima
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Attualmente sono in fase avanzata di approvazione due disegni di legge costituzionale che rischiano di portare alla scomparsa della democrazia parlamentare come è stata delineata dalla Costituzione. Perciò sarà necessario attivare il rimedio del referendum confermativo previsto dall’articolo 138 della Carta. Veniamo al primo, e cioè al disegno di legge già approvato in seconda deliberazione dal Senato e ora all’esame della Camera per il via libera definitivo. Esso modifica gli artt. 56, 57 e 59 della Costituzione, con il risultato di ridurre il numero dei deputati da 630 a 400 e dei senatori da 315 a 200.

E aggiunge che i senatori a vita di nomina presidenziale non possono complessivamente superare il numero di cinque. Pertanto si tornerà all’interpretazione originaria, secondo la quale non possono sedere in Senato più di cinque senatori a vita, e sarà sconfessata l’interpretazione del presidente Sandro Pertini. Che, con il compiacente avallo della giunta delle elezioni di Palazzo Madama, pretese che ogni inquilino del Quirinale potesse nominare cinque senatori a vita.

Si tratta di una riforma apparentemente utile, perché sembra obbedire all’imperativo, diffuso nell’opinione pubblica, di ridurre i costi della politica. Mentre è in realtà un’iniziativa pericolosa e dannosissima. Ridurrà il grado di rappresentatività del Parlamento. Ostacolerà l’elezione di parlamentari dei partiti di minoranza, già limitata dalla soglia di sbarramento del 3% del Rosatellum. E, soprattutto, potrà determinare una sorta d’incostituzionalità sopravvenuta di tale legge elettorale. Com’è agevole ricavare dalle sentenze della Corte costituzionale n. 1/ 2014, relativa al “Porcellum”, e n. 35/ 2017, relativa all’Italicum.

E’ infatti una conseguenza naturale della riduzione del numero dei parlamentari l’ampliamento delle circoscrizioni elettorali, che diverranno automaticamente meno contendibili per i partiti o per le coalizioni minori. E la mancanza delle preferenze nel sistema del Rosatellum, unita all’ampliamento delle circoscrizioni, renderà il voto dei cittadini ancora più indiretto. Dato l’effetto di trascinamento dei collegi uninominali, che sono in realtà una proiezione di quelli plurinominali, l’alterazione del principio della parità del voto si produrrà in entrambi.

Dunque, il vulnus di rappresentatività che si verrà a creare con questa riforma è serio. E il Rosatellum lo aveva ( forse) evitato proprio con la non eccessiva ampiezza dei collegi elettorali. Ma se salterà questo rapporto, la legge elettorale vigente diverrà incostituzionale. Difatti verrà meno quell’equilibrio tra rappresentatività e governabilità costantemente richiamato dalla Corte costituzionale in materia. E così avremo un’insanabile lesione di quella che la Corte ha già definito la “pienezza costituzionale del diritto di voto”.

Ci sono quindi argomenti sufficienti perché “Il Dubbio” si faccia promotore di un referendum confermativo ex art. 138 nei confronti della prossima legge costituzionale. Un blocco “repubblicano” potrà così consentire al corpo elettorale di esprimersi su quella che è una vera e propria riforma costituzionale di struttura, come è già avvenuto nel 2006 e nel 2016. Questo disegno di degradazione della democrazia parlamentare non è però finito. Infatti, è già stato approvato in sede di prima votazione da parte della Camera dei deputati un disegno di legge costituzionale relativo all’art. 71, il quale introduce una sorta di referendum legislativo che altera radicalmente quello che caratterizza il nostro sistema costituzionale.

E cioè il tendenziale monismo parlamentare per la produzione delle fonti legislative. Esso prevede che “quando una proposta di legge è presentata da almeno cinquecentomila elettori e le Camere non la approvano entro diciotto mesi dalla sua presentazione, è indetto un referendum per deliberarne l’approvazione”. E aggiunge che “la proposta sottoposta a referendum è approvata se ottiene la maggioranza dei voti validamente espressi purché superiore a un quarto degli aventi diritto al voto”. In altre parole una piccola minoranza del corpo elettorale prevarrà sul Parlamento e, soprattutto, sulla maggioranza dell’elettorato.

Difficile immaginare sul piano costituzionale una follia maggiore di questa, che verrebbe ad alterare il modello costituzionale di produzione delle leggi proprio di tutti gli Stati costituzionali. E creerebbe un circuito legislativo di democrazia diretta alternativo al Parlamento, dove una minoranza di elettori prevarrebbe sulla maggioranza del corpo elettorale e sul Parlamento. Non basterebbe nemmeno una poesia del Giusti per descrivere questa iniziativa. E’ vero che la sua approvazione non è prossima. Ma ci troviamo di fronte a un combinato disposto di riforme costituzionali che – se approvate – priveranno il Parlamento della sua rappresentatività e della sua funzione storica originaria.

* avvocato cassazionista

 

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