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Petto di pollo scaduto da tre mesi in vendita ai detenuti di Bologna

Gli agenti hanno avvisato i reclusi, c'è stato un esposto alla procura e la ditta ha ritirato la merce
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Nel carcere bolognese della Dozza, i detenuti si sono ritrovati ad acquistare alimenti scaduti da mesi. Parliamo del cosiddetto sopravvitto, gli alimenti e beni di necessità da acquistare negli empori interni agli istituti. A denunciare l’incredibile situazione è Nicola D’Amore, il segretario del sindacato della polizia penitenziaria Sinappe. Sono già due gli episodi riscontrati. «Qualche giorno fa – spiega D’Amore – è stata trovata una partita di carne bianca scaduta da due mesi, così come, a novembre, è accaduto un episodio analogo con delle merendine». Il segretario del Sinappe, sottolinea come questi fatti gravissimi, «non fanno altro che alimentare il malcontento tra i detenuti della casa circondariale, già costretti a condividere celle sovraffollate e, in questi mesi estivi, di caldo insopportabile».

D’altronde, a proposito del caldo, sempre lo stesso sindacato ha denunciato che, in mancanza di ventilatori a batteria, i detenuti utilizzano recipienti pieni di acqua per immergere i piedi o si bagnano la fronte con pezze umide. Una situazione che si ripercuote anche agli agenti penitenziari.

Ma ritorniamo ai generi alimentari scaduti del sopravvitto. Ad accorgersi delle fettine di pollo scadute da maggio, è stato un detenuto quando le acquistate e si è rivolto agli agenti penitenziari incaricati al sopravvitto, i quali hanno subito informato i detenuti della Dozza a non acquistarle. La ditta appaltatrice, di conseguenza, ha ritirato la partita marcia. Subito è scattata la protesta che si è tradotta in un esposto alla procura e per conoscenza alla magistratura di sorveglianza, con oltre cento firme.

Il Sinappe ricorda come il servizio di sopravvitto viene appaltato a ditte esterne ed è la direzione del carcere che dovrebbe vigilare. Il segretario Nicola D’Amore denuncia che ciò accade perché le ditte potrebbero puntare la risparmio, magari acquistando partite di alimenti vicini alla data di scadenza, pagandoli quindi di meno. Ma è solo un sospetto e sarà eventualmente la procura ha vederci chiaro. Resta però il dato oggettivo che è già il secondo episodio, il primo a novembre quando furono trovate le merendine scadute e venne informata Antigone perché in quel momento l’associazione stava effettuando una visita.

Ma non è la prima volta che si verificano problemi simili. Sempre alla Dozza, fino a qualche tempo fa, c’era stato un problema circa la gestione del caseificio “Liberiamo i sapori”, inaugurato lo scorso anno. Tale attività è stata inaugurata grazie alla Legge Smuraglia che concede alle imprese, che investono nelle strutture penitenziarie, o che assumono detenuti, dei benefit fiscali.

Il Sinappe ha spiegato che tale progetto per la realizzazione del suddetto caseificio è stato realizzato anche grazie al cospicuo investimento del Ministero della Giustizia. Ma nello specifico delle problematiche che caratterizzano il lavoro dei poliziotti, il Sinappe aveva denunciato che spessissimo il casaro ( persona non detenuta) lavora da solo, senza detenuti, e il personale di Polizia penitenziaria era costretto comunque a vigilare sulla attività lavorativa del medesimo. Secondo quanto ha rivelato il sindacato, l’impresa accede in Istituto, spesso, senza dare la preventiva comunicazione per email ( come sarebbe da prassi), che consentirebbe la giusta programmazione del servizio. A causa di ciò, il personale era costretto ogni volta a fermarsi oltre l’orario di lavoro, e sovente a coprire più posti di servizio. Ma non solo.

Il personale di Polizia penitenziaria era chiamato a gestire e contenere gli effetti del malcontento crescente dei detenuti che lamentavano da mesi la mancata firma del contratto di lavoro, il mancato pagamento degli stipendi, l’effettuazione di numerose ore di straordinario. «Se tutto ciò fosse rispondente al vero – ha scritto il Sinappe in una lettera rivolta alla direzione del carcere -, ci verrebbe da chiederci come sia possibile che all’interno di una struttura detentiva, istituzione statale e presidio di legalità, possano tollerarsi simili gravissime inadempienze» . Ora l’azienda è fallita, e il Sinappe si augura che «si possa immediatamente voltare pagina rispetto a tale esperienza e avviare nuove attività lavorative per le persone detenute, tali da poter interessare un numero sempre maggiore di reclusi e rasserenare gli animi, a volte, fin troppo agitati, che si riscontrano, soprattutto, nelle sezioni detentive» .

 

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