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Il football si gioca in borsa: sfida tra poveri e nababbi

Dopo mesi di torride trattative, si torna a giocare. La parola passa al campo
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Riparte la giostra del campionato. Dopo mesi di torride trattative ( non ancora terminate: il mercato chiude il 2 settembre), si torna a giocare. La parola, come si dice, passa al campo. Ma è difficile crederci. Si scommette come al casinò, si gioca come in Borsa, si azzardano investimenti come nei tornei di ippica. La finanziarizzazione del football ha ingoiato le passioni. Ci si intriga più per un acquisto o uno scambio che per soluzione tattiche.

Al bar non si parla d’altro, intorno ai giornali sportivi squadernati sulle pagine che danno conto degli acquisti e delle cessioni milionarie, sugli ingaggi iperbolici, sui prestiti con diritto di “recompra”( incomprensibili al profano e all’orecchiante), su alchimie speculative indecifrabili, si discute su ipotesi di arrivi e partenze che dovrebbero far sognare e deprimere, ma che in realtà mostrano tifoserie scatenate attorno alla partita che di calcistico non ha nulla: il potere del pallone innescato da investimenti mostruosi e paghe da nababbi che rivela l’impoverimento morale di uno sport tra i più amati nel mondo, quello che fa brillare gli occhi dei bambini nelle favelas brasiliane, negli angiporti argentini, nelle discariche delle bidonville africane, nelle periferie europee dove si esercitano multicolorati fanciulli tentando di imitare gli idoli del nostro tempo, che poi sono business- men facilmente scambiabili fuori dal terreno di gioco per uomini d’affari. Non tutti, beninteso, ma quasi tutti quelli che “contano”.

Questo il quadro. Per completarlo aggiungeremo che fino ad oggi in Italia se ne sono andati un miliardo e passa di euro in acquisizioni di campioni o presunti tali. Sicché se qualcuno s’infortuna si può davvero pensare che una perdita economica secca possa pregiudicare la vita dei club di appartenenza, come quando atterrarono negli anni Cinquanta in mitico Hans Olof Jepson, svedese del Napoli, ingaggiato allora da Achille Lauro alla cifra record di centocinque milioni, che dalle tribune fece levare unanime un grido: “È caduto ‘ u Banco ‘ e Napule”. Non andò in crisi il club azzurro, l’armatore non ci rimise niente e Jepson continuò a segnare grappoli di gol.

Se oggi accadesse qualcosa del genere nessuno si scandalizzerebbe: i soldi non valgono come una volta forse, per i miliardari del calcio, e i tifosi se ne fregano ben sapendo che dietro i capitali che girano vi sono affari che nulla hanno a che fare con lo sport che li appassiona. È la globalizzazione del pallone, bellezze, che impone certi standard. E chi non se li può permettere sparisce, semplicemente. Squadre blasonate arrancano nei bassifondi delle serie inferiori: speculazioni sbagliate, non sempre per gli acquisti di brocchi come pure accadeva una volta.

Insomma, se, come tutti sappiamo, il calcio è cambiato al punto che talvolta ci disgustano certe trasmissioni più incentrate sugli aspetti economico- finanziari del popolare ed amato sport che sulla sua essenza, non è detto che non possa ancora attrarci. Distraendoci del contesto, se ci riusciamo e concentrandoci sul bel gioco, quando non è esasperatamente “tattico” al punto a indurci a cambiare canale televisivo.

Una tentazione che non avremmo avuto un tempo. Il tempo nel quale ci riportano Massimo Fini e Giancarlo Padovan con il loro meraviglioso racconto del football che non c’è più, intessuto di memorie e di scintillanti imprese e di miserie sportive: Storia reazionaria del calcio ( Marsilio, pp. 263, € 17,00). Un libro che consiglio vivamente di leggere mentre si attende il collegamento con gli stadi per tuffarsi in un mondo che fa parte integrante e non secondaria della nostra identità collettiva. Non è un libro sul calcio, asseriscono gli autori, ma sullo specchio delle trasformazioni sociali di cui il calcio è la emblematica rappresentazione. “Il ruolo che nel calcio hanno assunto economia e tecnologia – scrivono – non è che il riflesso di una società che tende ad annullare l’uomo in loro favore, ma anche l’enfasi che pervade il vasto mondo del calcio, a cominciare dai telecronisti e dai talk, non è che il riflesso di una perdita delle proporzioni e del senso della misura che permea la nostra società, soprattutto in politica, ma anche in qualsiasi altro settore che abbia un rilievo pubblico e che si insinua pesino nella nostra vita privata”.

È così che Fini e Padovan c’introducono ad una lettura del fenomeno calcistico servendosi tuttavia della memoria, la loro ovviamente, ma anche di quella di generazioni che stanno scomparendo a beneficio, se qualcuno volesse indagare a fondo “il più bel gioco del mondo”, della “scoperta” di un fenomeno che ha qualcosa in sé di eccezionale e di mitico – diciamolo pure – che non può essere ridotto a merce di scambio, a puro e semplice “mercato” per regolare il quale di frequente interviene persino la politica con le leggi ed i regolamenti.

Le storie che compongono il mosaico della “storia reazionaria” sono intessute di frammenti di socialità che ne spiegano la valenza culturale. Un tempo, diciamo fino alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, la divinità assoluta che presiedeva al gioco del calcio era la Passione. Oggi è l’Economia. Una differenza non da poco. Che fa del calcio contemporaneo qualcosa di molto diverso da quello di una volta quando i campioni o i loro gregari erano davvero gli eroi degli stadi, e spesso venivano identificati come le bandiere delle squadre di appartenenza, mentre adesso non si fa in tempo a vederli con una casacca addosso per scoprire qualche settimana dopo che ne indossano un’altra, e questo accade anche durante lo svolgimento del campionato, dopo il cosiddetto “mercato invernale”.

Un racconto sostanzialmente filosofico quello di Fini e Padovan necessariamente intessuto, vista la materia, delle gesta, dei fasti e dei nefasti di atleti e dirigenti, tifoserie e giornalisti. Sicché il libro è ricco di materiali di riflessioni sui cambiamenti epocali, ma anche di sentimenti e di passioni, di leggendarie imprese e di poco commendevoli comportamenti.

Gli autori non rabberciano niente dietro un vago senso del pudore. Mettono in evidenza come la società ossessionata dal denaro e vittima dell’invasività tecnologica la moviola prima, la Var poi ed altre diavolerie supportanti vacue discussioni) condizioni il calcio fino a svilirlo attraverso ridicole, ma ben remunerative scuole calcio ( noi eravamo affezionati alla piazzetta, all’oratorio e ai campetti ricavati nelle aree brulle di paesini e città). Sottolineano come la indecente “spremitura” di uno sport amato abbia indotto a vere e proprie overdose di calcio propinate dalle televisioni e a cui le società sono ben liete di dare il loro interessato consenso inventandosi i tornei più disparati, perfino d’estate: lo scopo sono i diritti pagati a caro prezzo cui si sovrappongono i massicci inserti pubblicitari. Una nevrosi, dicono Fini e Padovan, che sta contagiando perfino i campionati minori, i Paesi dai quali immaginavamo anni fa che potesse venire la rigenerazione calcistica, segnatamente quelli africani e asiatici da dove, invece, come dimostra la politica sportiva della Cina, soltanto stipendi faraonici fanno parlare di uno sport che fatica a decollare: se ne servono campioni in disarmo per raccogliere gli ultimi spiccioli ( si fa per dire) di un’onorata carriera.

Eppure nei nostri occhi, complici gli autori di questo intenso e “necessario” libro è riapparsa la bellezza divina della “finta”, il cui elogio è stato tessuto in un volumetto assai gradevole da Olivier Guez ( Elogio della finta, Neri Pozza), che ci ha riportato alle immagini sbiadite del grandissimo Garrincha, l’ala destra brasiliana che tra il 1958 e la fine degli anni Sessanta ci ha fatto sognare, per il quale il colpo ad effetto, sfruttando una sua infantile malattia che gli aveva accorciato appena una gamba, era il miracolo dal quale scaturivano le prodezze di Pelé, Didì e Vavà. E poi di Omar Sivori, il fromboliere argentino della Juventus e del Napoli, il cui genio ha trascinato migliaia di tifosi da una squadra all’altra soltanto perché il suoi piede e la sua intelligenza attendevano intere difese. Per non parlare di Maradona che cui armonie ancora ascoltiamo quando il noioso e stucchevole tiki taka rischia di farci addormentare.

Tutto è cambiato negli ultimi decenni. Il football è diventato un’altra cosa. Raccoglie sterminate masse di appassionati, soprattutto fruitori di spettacoli televisivi finanziati dai diritti miliardari, come si diceva, che segnano avventure e disavventure di società calcistiche, ma i giovanissimi soprattutto non si formano più come possibili protagonisti in quelle palestre di spontaneità che erano rettangoli o quadrati sbilenchi, segnati da poche cose raccolte qua e là per delimitare le porte e qualche volta gli angoli. Nell’improvvisazione nascevano gli ‘ eroi’ che occupavano le menti ed i cuori di fanciulli ed adulti. Le scuole calcio impongono a genitori perlopiù abbacinati dal mito di un successo a portata di mano per i propri figli, regole e comportamenti che il mondo dei bambini non capisce e mal sopporta. Si fa credere, dall’alto di business dalle dimensioni inimmaginabili fino a pochi anni fa, che basta frequentare una di queste scuole che spuntano come funghi soprattutto nelle grandi città, per avere concrete possibilità di affermazione. All’esoso prezzo della sottrazione della felicità ad adolescenti che vorrebbero guadagnarsi il loro effimero, ma quanto radioso, momento di gloria, come accadeva prima che il calcio diventasse un’industria, divertendosi, dispiegando il naturale entusiasmo. Costretti, come se fossero adulti in miniatura, a studiare schemi e tattiche, li si fa rinunciare alla gioia di rincorrere un pallone da mettere in rete perché prigionieri di regole che non formano, ma intristiscono. Osservateli nelle patetiche competizioni a cui danno vita: non hanno la gioia dipinta sui volti, lanciano sguardi preoccupati a manipolatori di coscienze, ma anche di membra in formazione, cercando approvazione o schivando plateali disapprovazioni che finiscono per condizionarli. Macchinette inceppate avvolte in improbabili divise copiate dai grandi club…

Settant’anni fa scompariva il Grande Torino schiantandosi a Superga dopo una trasferta a Lisbona. È stato adeguatamente ricordato il tragico anniversario. Ma pochi si sono soffermati sulla forza comunitaria che da quella squadra sprigionava. Era una maglia che accomunava grandi uomini ( molti poco più che ragazzi), ma intrisa della fede laica e giocosa di chi intende la competizione non come l’arrogante espediente per prevalere più o meno fraudolentemente sugli altri, ma come espressione di lealtà, di coraggio, di forza, di reazione davanti alle difficoltà ( e quanti ne avevano quei granata entusiasti e generosi…). Ho ritrovato tutto questo e molto altro altro ancora, nel libro di Matteo Matteucci e Franco Ossola, Il Grande Torino. Storia illustrata di una squadra leggendaria ( Minerva, pp. 215, € 19,00). È un prezioso omaggio a Valentino Mazzola ed ai suoi compagni, ma anche una riflessione per immagini, che accompagnano i testi, su una storia davvero “reazionaria” ( nel senso di reazione al sentimento comune odierno che nutre il gioco del calcio), irripetibile, gloriosa e tragica. Come un’antica rappresentazione greca.

 

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