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Autunno ’ 69, l’anno della rivolta operaia

Cinquant’anni fa arrivò l’autunno caldo. La protesta uscita dalle fabbriche arrivò improvvisa. Segnò l'intero decennio successivo e colse impreparato il sistema di potere italiano. Ancor più di quanto avvenne con l'esplosione degli atenei l’anno prima in italia il gioco si fece sporco e duro.
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Nel 1969, in Italia, cambiò tutto. Molto più del citatissimo 1968, l’anno degli studenti, fu la data successiva, l’anno degli operai, a chiudere una fase che, con sfumature anche profondamente diverse ma vantando lo stesso una continuità di fondo, durava da un paio di decenni.

Non se lo aspettava nessuno. Quella rivolta, destinata a segnare l’intero decennio successivo, colse il sistema di potere italiano ancor più alla sorpresa dell’esplosione degli atenei del ‘ 68. Nel mondo spirava un vento di riflusso, come si diceva allora. Negli Usa la grande rivolta aveva consegnato la presidenza al candidato più distante dal Movement americano che si potesse immaginare: Richard Nixon.

In Cecoslovacchia il suicidio dello studente Jan Palach, che si diede fuoco in piazza san Venceslao il 16 gennaio, indicava, con la sua disperazione impotente, che il sogno di cambiare il socialismo reale dall’interno era svanito una volta per tutte. In Francia, dove il ‘ 68 aveva assunto in maggio caratteri apertamente insurrezionali, il governo procedeva ad asfaltare le strade di Parigi, per evitare che il pavè fosse di nuovo usato per erigere barricate come in maggio. Non ce ne sarebbe stato bisogno. La rivolta era finita.

De Gaulle, il vincitore, era comunque vicino a uscire di scena: avrebbe rassegnato le dimissioni il 29 aprile, dopo aver perso un referendum sulla riforma del Senato. Ma non c’erano dubbi su chi lo avrebbe sostituito e infatti in giugno il nuovo leader gollista, Georges Pompidou, vinse con ampio scarto le elezioni presidenziali.

In Italia proseguivano le occupazioni degli atenei ma sembrava la ripetizione di un rituale già stanco. La fortissima mobilitazione degli studenti più giovani, quelli delle medie superiori, che aveva riempito le strade nell’ultimo scorcio del ‘ 68, alle prese con interrogazioni e scrutini finali si era fermata.

Nelle fabbriche si respirava un clima di ottimismo, un secondo boom pareva alle porte. La Fiat aveva ripreso ad assumere e migliaia di giovani del sud si riversavano a Torino calamitati dal miraggio del lavoro nella fabbrica modello o nell’indotto.

Alla presidenza, dopo i decenni del comando di Vittorio Valletta, aveva deciso nel 1966 di andare di persona, nonostante la conclamata inesperienza, Gianni Agnelli, affiancato dall’amministratore delegato Gaudenzio Bono e aveva inaugurato un clima di maggiore apertura rispetto all’era Valletta, il presidente e Ad degli ‘ anni duri’, dei licenziamenti e dei reparti confino.

In aprile l’uccisione di due manifestanti da parte della polizia a Battipaglia, nel corso di uno sciopero, aveva attizzato il fuoco. Alla fine di maggio, nelle officine Carrozzeria dell’enorme stabilimento della Fiat Mirafiori iniziò una serie di scioperi spontanei che coinvolgevano soprattutto gli operai ‘ di linea’, senza specializzazione e dunque senza potere contrattuale, per lo più immigrati da poco, tradizionalmente la fascia operaia più ricattabile e meno combattiva.

Gli scioperi selvaggi proseguirono per oltre un mese, spiazzando i sindacati che firmavano accordi rifiutati puntualmente dagli operai. Il 3 luglio uno sciopero generale a Torino finì con violentissimi scontri con la polizia ai quali partecipò per 24 ore la popolazione dei quartieri operai della città torinese.

La Fiat decise di passare alla controffensiva subito dopo la pausa estiva, un colpo preventivo in previsione di quello che sarebbe potuto succeder in autunno, con il rinnovo dei contratti dei metalmeccanici ma anche di moltissime altre categorie, per un totale di 5 milioni di operai coinvolti.

Il 2 settembre annunciò la sospensione e messa in cassa integrazione di 6.700 operai: nel giro di sei giorni le sospensioni arrivarono a 28mila. Iniziava così l’ ‘ autunno caldo’, il ciclo di conflittualità operaia più massiccio in un Paese occidentale dopo la guerra.

La trasformazione non riguardò solo le fabbriche ma l’intera società italiana: nel decennio successivo praticamente tutti i settori della società italiana avanzarono richieste di maggior libertà e maggiori diritti, spesso sostenendole con conflitti a volte molto aspri. Anche i riflessi sul sistema politico furono immediati, innescando una lunga fase di instabilità destinata a prolungarsi per un decennio.

Oltre all’Italia il solo Paese nel quale l’onda del ‘ 68 continuò a montare anche nell’anno seguente furono gli Usa, nonostante la vittoria di ‘ Tricky Dick’ Nixon. Se In Italia ad alimentare la richiesta di cambiamento erano le lotte operaie, negli Usa erano la guerra nel Vietnam e i conflitti razziali.

Il 1969 segnò in realtà il momento di massima espansione della cosiddetta ‘ controcultura’ e allo stesso tempo l’inizio del suo declino. Tra il 15 e il 17 agosto mezzo milione di giovani hippies si ritrovarono a Woodstock, nello Stato di New York, per un festival pop al quale partecipavano molte delle principali rock star dell’epoca. Non fu solo un concerto però, si trasformò in una sorta di manifesto politico, l’apoteosi dell’ ‘ altra America’ che si ribattezzò la Woodstock Nation’.

In quello stesso mese, però, il massacro compiuto da una comunità all’apparenza identica a quelle hippie, nel quale perse la vita anche l’attrice emergente Sharon Tate, moglie del regista Roman Polanski, svelava che nel mondo della controcultura campeggiavano anche pulsioni ben diverse da quelle sbandierate dai ‘ tre giorni di pace amore e musica’ di Woodstock.

Il 6 dicembre, ad Altamont Calfornia, la violenza del servizio d’ordine composto da Hell’s Angels in un concerto gratuito dei Rolling Stones, culminata con l’uccisione di uno spettatore, segnò la fine della stagione hippie.

La controcultura non fu distrutta solo dalle ombre che covava al proprio interno. Il sistema di potere si prodigò per azzerare i movimenti del dissenso. L’Fbi prese di mira soprattutto il Black Panther Party, partito rivoluzionario nero e comunista dilagante nei ghetti, usando mezzi tra i più discutibili e spregiudicati.

In dicembre il leader delle Pantere nere di Chicago, Fred Hampton, e il militante Mark Clark furono uccisi a freddo dalla polizia durante un’irruzione. Appena un mese prima, il massacro della popolazione civile del villaggio di My Lai, in Vietnam, aveva dimostrato che la ‘ sporca guerra’ rimaneva tale nonostante anni di proteste crescenti in patria.

Anche in Italia il gioco si fece, in quell’anno, sporco e duro. In aprile e in agosto una serie di ordigni era esplosa alla Fiera di Milano e poi, in pieno esodo estivo, su numerosi treni. Quella che verrà poi definita ‘ strategia della tensione’ si tradusse in strage il 12 dicembre, in pieno autunno caldo, quando una bomba piazzata nella sede della Banca nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana uccise 17 persone. Nella stessa giornata esplosero, senza fare vittime, altre 4 bombe: la fase più sanguinosa della politica italiana iniziò con quella tragedia.

Con gli occhi puntati sul conflitto sociale passò quasi in secondo piano il golpe che, il primo settembre, portò al potere in Liba il colonnello Gheddafi. Era stato organizzato dall’Italia, consapevole di cosa ci fosse sotto il suolo dello ‘ scatolone di sabbia’ libico.

 

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