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Se le forme del diritto possono essere asservite al delitto

Il genio di Cechov nella novella “in tribunale” fa un’analisi spietata di come si possa gestire male un processo
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La maestria del genio si vede nella sintesi, non nell’analisi. Questo breve racconto di Cechov, di pochissime paginette, né è un probante esempio.

Esso lascia nell’orizzonte del non detto quanto basta a generare nel lettore un’attesa di sapere quanto gli viene già consegnato attraverso il silenzio.

Anche in questo caso, la vicenda è molto semplice.

Il vecchio contadino Nikolai Charlamov, ultracinquantenne, viene accusato di uxoricidio e viene perciò condotto in Tribunale.

L’ambientazione è di notevole significato. Il Tribunale è un edificio simile ad una caserma, triste, desolato. La descrizione di Cechov ci consente perfino di avvertirne gli umori, gli odori di muffa e di stantio, di vecchiume, che si fanno leggere come segni di inutilità condivisa.

Infatti, nell’aula fredda e lugubre, tutti sembrano esserci senza esserci. I giudici sonnecchiano annoiati, il pubblico guarda il soffitto e le ragnatele in attesa che lo spettacolo abbia inizio, il cancelliere vorrebbe già essere a casa, il pubblico ministero legge – non a caso – “Caino” di Byron, l’avvocato nominato d’ufficio sa già che si rimetterà alla clemenza della Corte. I processi si susseguono stancamente, l’uno dopo l’altro, nella indifferenza di tutti, nella completa indolenza degli stessi imputati, contagiati dall’atmosfera generale di insipienza e noncuranza.

Alla fine, proprio perché non se ne può fare a meno, si dà luogo al processo per uxoricidio.

E siccome il rito lo prevede – sempre con tangibile indifferenza – il Presidente pone delle domande all’imputato, il quale appare comunque molto sorpreso di trovarsi su quel banco, il che ci fa capire subito che probabilmente deve trattarsi di una persona innocente.

Tralasciando altri particolari, la domanda determinante viene posta circa la supposta arma del delitto, un’ascia di pertinenza del contadino.

Questi tuttavia si mostra ancora più sorpreso di questa domanda, dal momento che – risponde – tale ascia era stata da lui prestata al figlio Prochor, che voleva portarla con se nel corso di una gita nel bosco con amici: da quel momento egli non ha più visto quell’ascia.

All’improvviso, uno dei soldati che tenevano per la catena il contadino, avvinto al suo banco di imputato, facendosi largo fra il pubblico, fugge a gambe levate: un altro soldato giungerà a sostituirlo.

Perché fugge? Perchè costui era il figlio di Charlamov, Prochor, il vero colpevole che, dopo aver usato l’ascia del padre per uccidere la madre, aveva maliziosamente operato per far incolpare il padre di un simile orribile delitto, per condurlo così alla pena di morte. Perciò, egli, comprendendo di esser stato quasi smascherato, fugge velocemente.

Si badi. Tutto questo Cechov non lo dice affatto, non lo esplicita, lasciando invece che sia il lettore ad arguirlo – con sufficiente certezza – dalla conclusione del racconto: una superba arte della narrazione.

Racconto, insomma, molto formativo per il giurista, di fondamentale importanza da almeno due punti di vista complementari.

Per un verso, l’insieme della ambientazione suggerisce come non si debba mai amministrare la giustizia nei Tribunali.

Ci dovrebbe essere sapienza e si trova insipienza; prudenza e si trova imprudenza; attenzione e si trova disattenzione; scrupolo e si trova superficialità; interesse e si trova indifferenza.

Da qui, istruttoria lacunosa, testimoni mai sentiti, verbali mai redatti… la strada maestra, insomma, per condurre alla forca un innocente, che neppure comprende cosa gli stia accadendo.

Per altro verso, l’orrore puro rappresentato da una manovra terribilmente ordita da Prochor che, non solo uccide la madre, ma tenta di sbarazzarsi del padre facendolo incolpare di uxoricidio.

Una perfetta strumentalizzazione degli apparati giudiziari messa in atto dal vero assassino, un matricida diretto e un parricida indiretto, per mezzo del Tribunale.

Per dimostrare insomma che si può consumare orribili delitti anche avvalendosi di quei medesimi apparati giudiziari che invece dovrebbero servire a perseguirli.

Ovviamente, confidando, come in questo caso, nel lassismo e nella negligente indifferenza di giudici, avvocati, pubblici ministeri, investigatori.

Prochor non riesce a raggiungere il suo esecrabile scopo solo per una specie di caso fortuito, dal momento che il padre, per rispondere ad una domanda che poteva anche non esser posta, aveva tirato in ballo proprio lui, il figlio.

Sarebbe bastato poco, pochissimo, sarebbe bastato non porre quella domanda – cioè dove fosse finita l’ascia quale arma del delitto – perché il piano di Prochor andasse a segno, conducendo il padre alla forca, dopo aver già ucciso la madre.

Ecco dunque che siamo messi tutti sull’avviso: le forme del diritto – anche quelle procedurali – possono anche essere asservite al delitto, addirittura al più efferato dei crimini.

Perciò non basta farsi scudo delle forme giuridiche, per cavarne una sorta di rassicurazione personale e sociale sulla dose di giustizia che esse sono in grado di assicurare, perché a volte può trattarsi di una dose del tutto nulla o, addirittura e al contrario, della consumazione di un altro delitto.

Ci pensino coloro che, spregiudicatamente, mettono in gioco le forme processuali nell’ambito delle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, quasi asservendole ai suoi intendimenti. O coloro che ritengono che il Tribunale dei Minori sia adatto a coprire delle forme processuali che presiede qualunque assurda pretesa di psicologi o assistenti sociali.

Il rischio è che si consumino crimini terribili e peggiori. Come è accaduto.

 

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