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Renzi rilancia l’asse coi 5S. Ok anche di Martina e Franceschini

In conferenza stampa, il senatore fiorentino parla «da ex premier» e teorizza un esecutivo di respiro con i 5Stelle, per scongiurare l’aumento dell’iva e logorare Salvini
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C’è l’aumento dell’Iva al 25% da scongiurare e un paese da non consegnare nelle mani di un ministro che chiede «pieni poteri». Per questo, il Partito democratico – dopo primi giorni di testa coda fatti di smentite e polemiche – sembra tutto orientato verso l’ipotesi di un governo “istituzionale”.

«Chiamiamolo come vogliamo, basta che si faccia: l’aumento dell’Iva porterebbe l’Italia in recessione, per questo tutte le forze politiche responsabili devono sedersi al tavolo», è il ragionamento di Matteo Renzi, che ieri si è concesso un one man show in conferenza stampa al Senato, poco prima del voto d’aula sul calendario della crisi. Lo ripete spesso: «Parlo da ex presidente del consiglio», ovvero non da senatore del Pd ma da uomo delle istituzioni che conosce la macchia di governo.

L’AGENDA DI RENZI
E da questo ruolo di primus inter pares si è intestato la regia di un’operazione di costruzione di una nuova maggioranza di governo, di cui ha anche elencato i punti in agenda: «Piano periferie e dissesto idrogeologico, economia circolare, ambiente, rapporti con l’Europa, da cui esigere rispetto». Insomma, quasi un “dove eravamo rimasti” dopo la conclusione del suo governo. Per allettare i 5 Stelle, poi, rimette sul piatto anche il taglio dei parlamentari: «E’ terreno di incontro e non di scontro», ha detto, definendo la riforma «insufficiente e a tratti demagogica, ma sono per vedere le carte dei grillini».

Il tutto, però, muove da un assunto: Salvini sarà anche convinto di avere maggioranza nei sondaggi, ma nel Parlamento italiano pesa il 17% e ora che ha rotto coi 5 Stelle è in minoranza. «Salvini ha sbagliato i tempi della crisi e ora sta scendendo anche nei sondaggi», ha ragionato Renzi, che anzi è convinto che «la Bestia comunicativa della Lega richiede soldi e strutture, Salvini è in Parlamento da 26 anni e fuori dal Viminale perderà consenso».

Renzi, dunque, ritaglia per sè il ruolo del play- maker, rilanciando la palla nel campo del Pd: «Zingaretti ha fatto due richieste: unità Pd e segreteria gestisca passaggio, richieste da accogliere entrambe». Tradotto: il Pd dica o meno se ci stia, con il segretario e i capigruppo che si confrontano con i rappresentanti degli altri partiti. Quanto a nomi e numeri, Renzi non si è sbilanciato: ha smentito di poter pilotare i gruppi parlamentari, tirandosi fuori dall’ipotesi di essere in campo in prima persona, ma nello stesso tempo ha già posto il veto sull’ipotesi di un esecutivo Conti bis, definendolo «il premier più inconsistente della storia della Repubblica». Sul fronte opposto, all’interno del partito, le aperture all’ipotesi di un governo istituzionale si moltiplicano: in un’intervista al Corsera,

IL “LODO BETTINI”
Goffredo Bettini ( padre politico di Zingaretti) ha ipotizzato «un governo politico di legislatura sostenuto da una maggioranza composta da Partito democratico e Movimento Cinque Stelle», ipotesi su cui sono confluiti sia l’ex segretario Maurizio Martina ( «Penso che vadano verificate seriamente tutte le condizioni per evitare di far subire al Paese le derive pericolose di Salvini e su questo il ruolo del Pd come pilastro dell’alternativa» ) e Dario Franceschini ( «Bettini indica un percorso difficile ma intelligente che credo valga la pena provare a percorrere. Sarà pieno di insidie e potremo provarci solo con un patto interno al PD: lavorare tutti come una squadra, unita intorno al Segretario» ).

Unica voce contraria rimane quella dell’eurodeputato Carlo Calenda, secondo cui «Passare da Governo istituzionale con i 5S a Governo politico con i 5S non è un gran miglioramento. Sempre lì stiamo. Non abbiamo la forza per proporre ai cittadini un’idea di società e vincere le elezioni».

Dopo aver incassato l’ok di Renzi all’unità e il suo silenzio sulla posizione del Pd ( «non mi occupo delle vicende interne del partito, giusto che operi Zingaretti», ha detto l’ex segretario), ora tocca a Nicola Zingaretti indicare la linea e farla seguire ai suoi: la direzione è convocata per il 21 agosto – il giorno dopo la convocazione di Conte al Senato ma il rischio è che entro quella data i giochi si siano già compiuti e che il Pd debba scegliere ( o segretamente stia già scegliendo) prima una direzione chiara. E Zingaretti, pur combattendo con la sua proverbiale prudenza, dovrà farsene carico.

 

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