Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

Woodstock, il mito di Hendrix e quell’inno sfregiato dal napalm

Mezzo milione di ragazzi si ritrovarono il 15 agosto ’ 69 nella campagna di Bethel, White Lake, NY. La guerra del Vietnam era in corso, l’esercito americano compiva il massimo sforzo con oltre mezzo milione di soldati contro i vietcong. Ma i figli dei fiori erano pacifisti e le parole d’ordine rivoluzionarie erano love, peace and freedom
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

Jimi Hendrix impugnò come un’arma la sua mitica Fender Stratocaster bianca e, dopo essersi fermato varie volte per accordarla, si produsse in un’interpretazione che sarebbe rimasta indimenticabile di The Star Spangled Banner, l’inno americano, sul ritmo di Voodoo Chile. Dalla sua chitarra uscirono suoni distorti, scariche di rumori simili a lontani bombardamenti. Il bassista Billy Cox e il chitarrista Larry Lee stesero le braccia lungo i fianchi e si misero sugli attenti. Il brano catapultò gli spettatori nell’universo lacerato del Vietnam, in quelle paludi dove l’America stava affondando e i suoi soldati, trasformati in vittime e carnefici allo stesso tempo, respiravano l’odore del napalm immergendosi nell’orrore. Hendrix ridestò così, la mattina del 18 agosto 1969, i superstiti della tre giorni di ‘ musica, pace e amore’ di Woodstock.

Gli altri se n’erano andati, sotto un temporale improvviso che si abbatté sulle 500mila persone convenute in quel luogo fino ad allora sconosciuto, vicino a Bethel, nella contea di Ulster, Stato di New York, e che fece rimandare di un giorno la conclusione della kermesse.

I 180mila rimasti s’illuminarono improvvisamente ed ebbero la percezione che Woodstock non era stata soltanto una straordinaria occasione d’incontro, un’esperienza tra le tante, come il Monterrey pop festival o la Summer of love a San Francisco, ma l’avvio di una ‘ rivolta’ pacifica contro tutto ciò che minava la possibilità di esprimere i loro disagi, le loro ansie, la creatività di quella ‘ nazione hippie’ che si stava formando al di là delle convenzioni e di un ‘ ordine’ tanto sfuggente da sentirlo estraneo se non ostile.

A 24 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, attraversati da altri due conflitti, quello in Corea e quello in Vietnam, sempre sul punto di dover prendere le armi contro il ‘ nemico assoluto’, l’Unione Sovietica, e in allarme per le installazioni missilistiche a Cuba, i giovani americani di mezzo secolo fa, più che esorcizzare la violenza che pervadeva le loro coscienze e voleva impossessarsi delle loro esistenze, immaginavano che un altro mondo era possibile. Ma non furono compresi.

Così a Woodstock si ritrovarono il 15 agosto ragazzi e ragazze provenienti da tutte le contrade americane, richiamati dagli unici ‘ eroi’ che riconoscevano, muniti soltanto di strumenti musicali e di parole tutt’altro che ‘ innocenti’ per l’establishment che faticava a comprendere il linguaggio e le aspettative di quei figli dell’America i quali si attendevano da un Paese che aveva contribuito a “liberare” l’Europa, tranne impossessarsene culturalmente e militarmente, di essere essi stessi liberati dai pregiudizi e dalla costrizione a combattere guerre che non li riguardavano: i diritti dei popoli non erano nell’agenda delle amministrazioni statunitensi, le quali non avevano neppure l’alibi di voler esportare nelle risaie indocinesi la democrazia, ma soltanto assicurarsi un futuro in un Pianeta inquieto.

Woodstock era stato ideato da Michael Lang, Artie Kornfeld, John Roberts e Joel Roseman, quattro ‘ figli dei fiori’ con vocazioni manageriali. Avevano in mente un’iniziativa commerciale legata alla costruzione di uno studio di registrazione da mettere su nel villaggio di Woodstock. Poi pensarono a un festival musicale da realizzare nello stesso luogo. L’impresa apparve immediatamente proibitiva. Se non fosse stato per Elliot Tiber ( che racconta il tutto nel suo libro scritto con Tom Monte, Taking Woodstock, Rizzoli) proprie- tario di un motel sul White Lake a Bethel, che si offrì di ospitare l’evento, probabilmente i giovani impresari avrebbero lasciato perdere.

Ma il fondo di Tiber era troppo piccolo per ospitare una manifestazione ambiziosa. Il giovanotto non si scoraggiò e chiese a un allevatore della zona, Max Yasgur, di affittargli i suoi 600 acri ( 2,4 Km quadri) per 75mila dollari. La notizia fece il giro degli Stati Uniti e la contea si trasformò in una bolgia che sorprese gli organizzatori, ma spaventò addirittura buona parte delle autorità e dell’opinione pubblica che vedeva nell’evento una gigantesca manovra ‘ sovversiva’.

Uno dei protagonisti di Woodstock, David Crosby, ha raccontato a “Rolling Stone”: «Pensavamo di essere tutti singoli hippie dispersi. Ma quando arrivammo là, cambiammo idea di colpo. Dal nostro elicottero vedevamo la NY State Thruway bloccata per una trentina di chilometri e una folla gigantesca di almeno mezzo milione di persone: la mente vacillava. Non era mai accaduto prima, pareva quasi che dal nulla fosse emersa una terra aliena».

Altro che un ‘ incubo di fango e stagnazione’ animato da ‘ intrusi dall’aria freak’, come scrisse il “New York Times” per correggersi qualche giorno dopo, quando ammise che si trattava di ‘ un fenomeno d’innocenza’ al quale quella massa enorme di giovani aveva preso parte «per avere il piacere di stare insieme, liberi di godere uno stile di vita che è in se stesso una dichiarazione d’indipendenza».

C’era qualcosa di più, comunque, a Woodstock. La ricerca di fughe da un’opprimente realtà piccolo borghese, per esempio, cui davano voce gli Who, Santana, Joan Baez, Joe Cocker, i Grateful Dead, Crosby, Stills, Nash and Young, Janis Joplin, i Creedence Clearwater Revival, i Jefferson Airplane, Sly and the Family Stone. E c’era anche il tentativo di denunciare, sia pure ingenuamente, la modernità, l’invasività della tecnica, il dominio dell’utile per un ritorno a un comunitarismo dalle radici rurali, a una certa idea della bellezza.

Di tutto questo la musica di Hendrix era la colonna sonora. Lo è stata a lungo. Oggi è un richiamo ad un modo impossibile nel quale è proibito sperare, sognare, forse addormentarsi come uomini liberi dai condizionamenti della tecnica dopo aver ritenuto di sconfiggere l’utopia delle ideologie e delle rivoluzioni. La sola liberazione è riconoscere la persona che agisce in una comunità di uguali cercando di sottrarsi ai condizionamenti dell’avidità. Hendrix lo aveva compreso prima di molti sociologi che, in quel suo tempo ricco di speranze nonostante tutto, non riuscirono a comprendere politicamente l’utopia di Woodstock.

Per la sinistra mondiale, infatti, legata al mondo comunista, essa rappresentava una distorsione nella lotta contro l’imperialismo. Per i conservatori fu la manifestazione di un ‘ disordine morale’. Per Ernesto Assante e Gino Castaldo, che hanno rievocato quell’esperienza una decina d’anni fa nel libro Il tempo di Woodstock ( Laterza), fu il primo grande laboratorio «di prove generali per un mondo libero».

Forse fu semplicemente la preconizzazione di una speranza coltivata ed abbandonata, sopraffatta forse, secondo la quale la modernità avrebbe schiacciato la libertà intorno alla quale a Woodstock si assiepò una ‘ nazione’ senza futuro. Quella alla quale Hendrix diede una voce e, forse, un’anima.

Mi è capitato tante volte ascoltando le sue canzoni di immaginare come sarebbe stato Hendrix oggi settantasettenne, se il 18 settembre 1970 non se ne fosse andato per sempre. Francamente, non mi riesce di vederlo con i crespi capelli bianchi, il volto solcato da rughe profonde, la voce ancora più roca, salire a fatica sul palco. Anche gli angeli, soprattutto gli angeli del rock invecchiano e quel che resta è il sogno che hanno scolpito nel cuore di chi li ha incontrati. Ma capita, a “ragazzi invecchiati”, di tuffarsi in un mondo sconosciuto, in un Oceano di possibilità irrealizzate e di intuizioni non verificabili, in una “nostalgia” ( se così si può dire) che ti afferra facendoti inabissare nel futuro.

In altri tempi, quando ero soltanto poco più che adolescente, avrei detto di essere immerso in un magma psichedelico, percorso da fremiti gioiosi e spinto da pulsioni ribelli. Sensazione che non si è dissolta. Una decina d’anni fa, infatti, mi è capitato di ascoltare per ore i dodici brani di Valleys of Neptune, l’album postumo, che raccoglie i brani composti nell’ultimo anno della sua vita, riordinati dalla sorella Janie, ed ho avuto la percezione di ritrovare Hendrix proprio come lo avevo lasciato. Ed l’ho ricordato, come oggi ricordo Woodstock, il mito nato e caduto nel giro di un anno rendendomi conto che la sua musica, con quel che significò all’epoca, non è finita Come non è finita quella di Monk, di Davis, di Parker, di Mingus. Con una differenza: la musica di Hendrix è la sola “musica totale” ( se il sommo Richard Wagner me lo consente) del nostro tempo che al compimento del primo ventennio di questo secolo possiamo considerare “musica dell’avvenire”, senza neppure provarci a definirla. Jazz, blues, rock, fusion? Tutto questo e niente di questo. Sensazioni. Gratificanti sensazioni di angeliche aperture su armonie telluriche.

Così riconquistiamo l’Experience, senza dimenticare compagni di viaggio come Noel Redding, Mitch Mitchell, ma anche Chas Chandler e Billy Cox, compendio di una visione della musica che è letteratura, dolcissimo abbandono ( Red House), per riprenderci l’Hendrix più visionario che ci aveva catturato con quattro album in vita e si ripropone ancora oggi, come un “Otello bucaniere arrivato a Camelot”, secondo la definizione di Michael Thomas del 1968, per non andarsene mai più. In effetti, a quasi mezzo secolo dalla scomparsa – ebbro, avvelenato ed intorpidito dall’amore, mentre accanto a lui dormiva senza accorgersi del suo precipitare nel buio Monika Danneman – la musica che Hendrix ci ridona è la più moderna possibile dopo gli effimeri trionfi delle avanguardie post- underground. A dimostrazione che quando sollevò le sorti di un rock stanco e ripetitivo con Purple haze, Hey Joe, Foxy Lady, Gypsy Eyes, Voodoo Chile – soltanto per citarne qualcuna – la fascinazione del mito colpì nel profondo chi immaginava la propria musica compiuta e definita: Clapton, McCartney, Townshend, Beck, Richard e tutto il Gotha del pop nella seconda metà degli anni Sessanta. Al punto che non ci fu nessuno a detestarlo, foss’anche per comprensibilissima gelosia.

E del resto che cosa si poteva invidiare a Hendrix, un talento non comune, una sensibilità che trasmetteva incandescenti sensazioni agli ascoltatori, la capacità di suonare il suo strumento come se fosse un’appendice del suo stesso corpo, di far vibrare l’anima di chiunque come mai era accaduto prima ascoltando i celebratissimi Beatles, Rolling Stones, Cream, Jefferson Airplane, Led Zeppelin, Pink Floyd e via elencando? Di Hendrix restano ovviamente la musica, le performance, ma anche i testi di canzoni che sembrano uscite dall’anima di Kerouac, di Ginsberg, di Ferlinghetti, di Corso; ma magari, inconsapevolmente, anche da Eliot e Pound. In una delle ultime diceva: “La storia di una vita/ è più rapida di un battito di ciglia”. La sua di sicuro.

Nel suo secondo album, quello che si apriva con una versione entusiasmante della beatlesiana Sgt. Pepper’s Loneley Hearts Club Band, in un’altra che avrebbe fatto epoca, Room full of Mirror, si ascolta: “Vivevo in una stanza/ piena di specchi,/ tutto quello che riuscivo a vedere era me stesso”.

Lo specchio lo aveva fatto lui, mettendo in una cornice schegge varie, come racconta Charles R. Cross, per avere forse una visione deformata, come la vita di tutti noi, di se stesso, con una differenza: lui era capace di amare le proprie imperfezioni, di accarezzarle, di esaltarle perché umanissime, come umane erano le note di Hey Joe, un lungo struggente urlo, una richiesta di comprensione, un mendicare brandelli di anima nel trionfo del nichilismo conformista.

“Chiamami angelo blu selvaggio. Il selvaggio angelo blu”, disse a chi doveva introdurlo in quello che sarebbe stato il suo ultimo grande concerto, a Wight, il 30 agosto del 1970. Poi volò a Stoccolma e a Fehmarn, in Germania: altre scariche andrenaliche, nonostante la depressione cominciasse a farsi sentire. E infine si fece davvero “angelo”, smaterializzandosi ai confini dei nulla in una stanza d’albergo a Londra, in compagnia di Monika, l’ultima Electric Lady che si tolse la vita il 5 aprile 1996, dopo aver trascorso venticinque anni senza Hendrix dipingendo ossessivamente Hendrix in abbracci soprannaturali con lei. C’era e rimane il senso profondo dell’effimero nelle composizioni hendrixiane. Musica e poesia. Niente, soprattutto oggi, di più trasgressivo. Sarà per questo che Woodstock, cinquant’anni dopo, ha la sua immagine, mentre il resto è sbiadito, o forse seppellito per sempre in quel pantano dove una generazione ingenuamente cominciò a cercarsi, illudendosi di farsi “nazione”.

Il mito Hendrix, l’Inno sfregiato dal napalm che cambiò era

 

Ultime News

Articoli Correlati