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Governo anti-Salvini o elezioni? E’ battaglia di numeri

Il leghista dal Cav per frenare la “santa alleanza”. Un attimo dopo le dimissioni di Conte scatterà la caccia all'ultimo voto
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È una battaglia di numeri, come spesso è capitato nella travagliata storia politica italiana degli ultimi decenni.Per ora tutto verte sulle date e sul braccio di ferro per anticipare o posporre il dibattito parlamentare che certificherà la fine del governo Conte. Ma un attimo dopo le dimissioni inizierà la caccia all’ultimo voto, dalla quale dipenderà la sorte della legislatura, la nascita di un nuovo governo o il voto.

Però non è solo faccenda di pallottoliere. La politica, nonostante tutto, ha una sua logica e peserà anche quella nell’esito di questa crisi. Renzi e Grillo, i leader che puntano sulla nuova maggioranza, parlano di una specie di governo ponte, che avrebbe solo l’incarico di mettere il Paese al riparo sul fronte dei conti pubblici e di varare la riforma costituzionale col taglio dei parlamentari.

Un governo di questo tipo non richiede grandi sforzi programmatici. Si tratta di affidare una delega di fatto in bianco a un premier indicato non dai partiti ma dal presidente della Repubblica, con i soliti Cantone e Cottarelli in pole position ma altri nomi potrebbero spuntare dal cilindro del Colle. Un governo simile, “di garanzia” oltre e più che “di salvezza nazionale” nelle intenzioni del Quirinale dovrebbe essere composto solo da ministri che si impegnano a non candidarsi, e la regola resterebbe ferrea anche se si parlasse di elezioni in primavera invece che in autunno.

Solo che la formula accampata da Renzi, Grillo e dallo stesso Di Maio è una bugia. I politici sanno perfettamente che un governo di sei mesi sarebbe solo una super strenna natalizia per Salvini. Il leader leghista non dovrebbe misurarsi con il guaio enorme della legge di bilancio e potrebbe anche mitragliare a volontà il governo incaricato di vararla.

L’incredibile alleanza tra due aree politiche che sino a un secondo prima avevano giurato di non voler avere nulla a che fare gli uni con gli altri, e che in effetti si detestano molto più di quanto non si potesse dire per i 5S e la Lega, porterebbe ulteriore acqua al mulino del Carroccio. Le probabilità di elezioni risolte in un trionfo per Salvini si impennerebbero. Il rischio di mettere nelle mani del capo leghista le redini non solo del governo ma delle istituzioni, con la possibilità di eleggere quasi da solo il prossimo capo dello Stato, non sarebbe fugato ma casomai portato all’ennesima potenza.

Il governo che dovrebbe nascere, sia pur non confessandolo, dovrebbe quindi restare in carica almeno due anni e forse tre. Tanto è necessario per eleggere con queste camere il prossimo presidente ma anche per scommettere sullo sgonfiarsi della popolarità d Matteo Salvini. Tanto serve a Renzi per provare a costruire il suo nuovo partito, Azione civile.

Di tanto ha bisogno la sinistra radicale per sperare di ricostruire qualcosa partendo dalle attuali rovine.La nota dolente è proprio qui: far nascere un governo formalmente di corto respiro e in realtà destinato a reggere anni senza mettere a punto anche solo uno scheletro di programma comune, sostenuto da aree politiche che sino sono sin qui odiate e in realtà continuano a odiarsi, le cui differenze sarebbero destinate a emergere inevitabilmente in Parlamento innumerevoli volte è in realtà un salto nel buio.

Una mossa dettata non dalla politica ma dal panico. Non da un progetto sia pur di massima ma esclusivamente dalla paura. Però Sergio Mattarella non è uomo da salti nel buio.Il peso dei “numeri” va interpretato in questa cornice. Se la molto composita nuova maggioranza vanterà un margine ampio, il capo dello Stato non avrà dubbi e affiderà l’incarico, pur sapendo che il progetto dichiarato, quello di un governo di qualche mese, è solo uno specchietto per le allodole.Ma se invece il margine sarà esiguo, un paio di voti di scarto, tanti da garantire tempesta permanente. Anche perché dall’altra parte Salvini spera di mettere in campo un centrodestra unito.

Non era certo questo il suo progetto iniziale. Il leghista, si sa, mirava a correre da solo. Il secondo esito della mossa di Renzi, dopo lo spappolamento del Pd, è il ricompattamento della destra. Perché Salvini ha bisogno dei voti in aula di Berlusconi col quale ieri sera si incontrato. Perché gli serve la capacità del Cavaliere di fare acquisti sul mercato di palazzo Madama. Ma anche perché deve poter mettere di fronte al presidente della Repubblica un’ipotesi di maggioranza politica a fronte di un governo che il Renzi dei bei tempi, in realtà molto diversa dall’attuale clone di Angelino Alfano, avrebbe definito “un’accozzaglia”.

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