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Sotto il Cappotto di Gogol scopriamo la stupidità umana

Il celebre racconto dello scrittore ucraino di lingua russa è un archetipo letterario che ci mostra come la burocrazia uccide il diritto
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Questo celebre racconto di Gogol, un piccolo ma grande capolavoro delle letterature di tutti i tempi, rappresenta di sicuro un archetipo narrativo, che non solo ha deliziato generazioni di lettori, ma è anche riuscito a fornire adeguata ispirazione ai più grandi scrittori russi che da questo testo hanno tratto la loro ragione compositiva. Basti pensare che Dostoevskij, commentando la letteratura russa del suo tempo, affermava che «siamo tutti usciti dal cappotto di Gogol».

Come accade per i veri gioielli della scrittura, la trama è molto semplice, lineare e, per questo, trasparente – anche per il giurista – tessuta attraverso una prosa venata di ironia, compassione, introspezione e perfino umorismo, in una sapiente miscela che solo i grandissimi scrittori sono in grado di propiziare e amministrare.

Akakij Akakievic è un funzionario di un Ministero moscovita – non è lecito svelare quale – con le funzioni di copista. Trascorre l’intera sua esistenza, giorno dopo giorno, copiando, non importa cosa, ma sempre copiando.

Sia che si tratti di un importante trattato fra le potenze europee, sia si tratti invece di un banale ordine del giorno, lui copia con la medesima alacre perizia e soprattutto con la stessa soddisfazione.

Al punto che, spesso, a casa, dopo la magrissima cena, prima di andare a letto, continua a copiare qualche documento che ha avuto cura di portare con se dall’ufficio.

Diremmo perciò che il suo lavoro viene vissuto come una vera ragione di vita : l’unica. Anche perché egli è solo, completamente solo sulla faccia della terra. Anche per questo, viene di frequente sbeffeggiato dai colleghi, senza che egli accenni alla minima reazione. I suoi giorni segnano il suo tempo fra gli esseri umani, con la noia e l’insignificanza dell’esser tutti uguali, senza mai nessuno che si interessi di lui.

C’è, esiste, ma è come non ci fosse, come non esistesse.

Ma, avverte Gogol, i suoi pari hanno un insidioso nemico: l’inverno pietroburghese, che armato del pungolo del freddo glaciale, gli ricorda che il suo cappotto è ormai liso e non lo protegge più come dovrebbe.

Corre così dal sarto, che lo convince a ordinarne uno nuovo, perché il vecchio non è più rammendabile. Ma dal momento che il suo mensile non supera i 400 rubli, egli è costretto a saltare molte cene serali.

Finché, il giorno che si presenta in ufficio col cappotto nuovo, tutti si meravigliano e son improvvisamente disposti a riconoscere la sua presenza come essere umano loro pari.

Sicché, viene perfino invitato ad un ricevimento dal vice capoufficio, cosa inaudita e prima mai accaduta.

Ma, mentre a sera tarda ne fa ritorno lungo le buie strade di Pietroburgo, una banda di malfattori gli sfila il cappotto nuovo, fuggendo indisturbata.

Da qui, disperazione assoluta.

Il Commissario, al quale egli si rivolge l’indomani, dopo una notte da incubo, lo respinge con decisione. Accettando un consiglio di un’anima buona, decide così di chiedere aiuto – mosso appunto dalla disperazione – a un “personaggio importante”, per supplicarlo affinché interceda con le forze di polizia, sguinzagliandole alla cerca del cappotto rubato.

Ovviamente, questo personaggio è tanto “importante” che il suo nome deve essere taciuto. Ma un’amara sorpresa aspetta il nostro povero copista. Il “personaggio importante” si ritiene troppo importante per occuparsi di simili inezie e lo congeda bruscamente, non senza averlo prima umiliato. Il povero copista, negletto, abbandonato, derubato, ne muore in pochi giorni.

Ma, inaspettatamente, il suo Spettro ricompare di notte lungo le strade periferiche, nel tentativo di rubare il cappotto ai passanti.

Una notte, mentre ritorna dall’ennesimo ricevimento, lo Spettro sorprende il “personaggio importante”, mentre torna dall’ennesimo ricevimento, e gli sottrae il cappotto.

Costui, terrorizzato, non solo non cercherà mai di riaverlo, ma diventerà una persona diversa, disponibile, pronto a ricevere e a parlare con il prossimo, insomma una specie di miracolo : egli diviene… un brav’uomo.

Innumerevoli gli spunti di riflessione – si pensi per esempio al paradossale ruolo del cappotto, vero contrassegno di identità personale – ma fermiamoci ovviamente soltanto a quelli rilevanti per il giurista.

Innanzitutto, come avverte Gogol, va taciuto di quale Ministero si tratti, cioè ove presti la sua opera di copista il protagonista. E va taciuto perché vanno accuratamente preservati nel segreto i c. d. “arcana imperii”, vale a dire aspetti pericolosamente totalitari dell’esercizio del potere, che già sono stati oggetto di studio della scienza politica novecentesca: si pensi alla densa riflessione di Ernst Kantorowicz, in tema di assolutismo statalista.

In questa prospettiva, il diritto risulta drammaticamente espulso, negato nelle sue esigenze più vere e profonde, che invece pretendono trasparenza, controllo, informazione adeguata: qui, tutto funziona al rovescio, al punto che non si conosce neppure di quale Ministero si stia raccontando.

Ancora. La burocrazia incombe sovrana e sovranamente dispiega i suoi perniciosi effetti. In quel Ministero, sembra che nessuno presti la propria opera per un fine comune, ma che ambisca soltanto a far passare le ore sul quadrante dell’orologio per fuggirsene a casa.

Il Ministero si autogiustifica, si pone e si impone da se stesso, senza che occorra attendersi altro. Quanto di più lontano si possa immaginare dall’ordine voluto dal diritto, dalle funzioni pubbliche che esso promuove e disciplina in vista del bene comune, traguardo di tutti e di ciascuno.

Inoltre – ed è forse questa la dimensione più significativa – la denuncia del furto subito dal povero copista non attiva alcuna reazione da parte della pubblica Autorità, la quale, al contrario, a mezzo del Commissario, si affretta a minimizzare l’accaduto, a creare fittizie difficoltà ad ogni richiesta di intervento istituzionale.

Sembra quasi che addirittura ne sia infastidita: e di fatto lo è, dal momento che essa si pone in modo autoreferenziale, senza che sia tenuta a garantire alcunché: esiste perché esiste e basta.

Emblematico il ruolo del “personaggio importante”, che Gogol descrive in modo sottilmente sarcastico come un perfetto imbecille e tuttavia tale da rappresentare una barriera insormontabile ad ogni possibile istanza di giustizia.

L’effetto terribile, tale da condurre alla morte il copista, è la denegata giustizia: è questa consapevolezza che lo uccide, anche perché i ladri gli hanno sottratto, insieme al cappotto, anche la sua identità, che egli mai più potrà riconquistare.

Ma la giustizia non si ferma con le pastoie burocratiche o con le imbecillità di un “personaggio importante”, ci assicura Gogol.

Ecco allora la magistrale chiusa del racconto, la quale propone una giustizia di un altro mondo che – quale autentico contrappasso – viene a ristabilire un ordine infranto in questo mondo.

Come dire: se questa giustizia non funziona, ne funzionerà, prima o poi, un’altra ben più potente, capace perfino di cambiare il cuore degli uomini. E con questa non ci sono sotterfugi o scappatoie. E’ inesorabile.

 

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