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E Pertini insegnò a Cossiga come picconare…

Era il 23 dicembre 1983 quando il presidente della Repubblica più amato dagli italiani impugnò la clava. «Dobbiamo andare via dal Libano, è una guerra che non ci riguarda, lo dirò in tv a fine anno. Io dico quello che penso, non mi interessa sapere se i partiti concordano»
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Sarebbe una domanda da quiz. Chi è stato il primo picconatore della Repubblica? Risposta: il capo dello Stato, Francesco Cossiga. Sbagliato! Il primo, vero picconatore, colui che sbalordì il Colle tra sconcerti e sorpresa, fu Sandro Pertini. E siamo qui a dimostrarlo.

Era la mattina del 23 dicembre 1983, dunque proprio sotto Natale. Da quattro anni il Quirinale aveva voltato completamente pagina: da fortezza inespugnabile, silenziosa e austera, quasi sempre irraggiungibile, era diventato una casa molto più trasparente, con un presidente ciarliero e alla mano, popolare e populista a modo suo, amante dei bagni di folla, delle frasi estemporanee, fuori dagli schemi ingessati e paludati che avevano attanagliato fin lì il più alto palazzo della Repubblica.

Giovanni Leone si era dimesso il 15 giugno del ’ 78, coinvolto e martellato dai media per lo scandalo Lockeed, accusato di essere Antilope Cobbler, soprannome misterioso che nascondeva il regista delle tangenti pagate per acquistare gli Hercules C- 130 dagli Usa. Che ancora volano. E il povero Leone dovette aspettare vent’anni prima di essere riabilitato e ricevere le scuse del Colle e del Parlamento da Scalfaro, Napolitano e anche dai radicali Pannella e Bonino. Era il 1998, il giorno che Leone compì 90 anni e finalmente puliva gli schizzi di fango.

Pertini era stato eletto l’8 luglio 1978 e aveva subito sconvolto cerimoniali, regole e prassi. Il 1978 fu un anno incredibile e indimenticabile, che moltiplicò i germi rivoluzionari all’interno di istituzioni sonnolente. Infatti il 16 ottobre, tre soli mesi dopo Pertini, veniva eletto il primo papa straniero, l’immenso e roccioso Karol Wojtyla, che avrebbe segnato la Storia con un papato lungo 27 anni. E in Italia ci ritrovammo improvvisamente in un’altra era, con una coppia formidabile, un papa e un presidente moderni, che andavano d’accordo. Anche se Pertini era un socialista laicissimo, e nonostante un presidente del Consiglio certo non remissivo né baciapile come Bettino Craxi. «Se sbaglio mi corrigerete», disse il papa appena eletto dal balcone di San Pietro, nel modo più simpaticamente sciolto e anticonvenzionale che la storia ricordi. Presto avrebbe abbattuto ben altri Muri, era un papa che sciava, che usciva in segreto a passeggio nella notte romana, un papa mediatico.

Questi erano i tempi e i personaggi. Pertini aveva toccato uno dei vertici della sua popolarità assistendo alla vittoria Mundial contro la Germania nell’82, Rossi- Tardelli- Altobelli, saltando in piedi ad ogni gol accanto al re Juan Carlos e a quel poveraccio educatissimo del cancelliere Helmut Schmidt, annichilito dal grido «non ci prendono più». In aereo era diventata famosa la partita a carte con Bearzot, Zoff e Causio. Quel 23 dicembre ’83 dunque il ciarliero Sandro Pertini decise di convocare i giornalisti, giornali e tv, per scambiarsi gli auguri di Natale, così come aveva fatto da presidente della Camera e come era d’uso in Parlamento: auguri di Natale e il Ventaglio a fine luglio prima delle ferie estive.

Salimmo lo scalone e ci accomodammo in una sala tutta poltroncine e divani. Si mise comodo in poltrona e entrò a piedi uniti nella cronaca. Sostenne che l’Italia doveva andarsene dal Libano, per non rimanere invischiata «in una guerra che non ci riguarda». «Lo dirò nel messaggio in tv di fine d’anno», annunciò Pertini. Ma il governo lo sa? I partiti lo sanno? E lui: «No, ancora no. Devono sentirlo alla tv. A me non interessa sapere se le forze politiche sono d’accordo o meno con questo mio pensiero. Io lo dico, del resto ho sempre detto quello che penso, anche se questo molte volte mi ha procurato guai». I cronisti, compreso il sottoscritto, saltarono sulle sedie, piegarono le schiene sui taccuini e iniziarono a prendere appunti. Mai successa una cosa del genere nella storia della Repubblica. Un presidente che senza sentire il governo auspica la ritirata. Uno strappo politico potenzialmente lacerante, chissà Bettino che avrebbe detto. Roba forte.

Piovve un silenzio improvviso, misto di sgomento e imbarazzo. Occhi sgranati, sorrisi maliziosi di chi stava gustando questo nuovo piatto sopraffino e inaspettato, sconcerto di chi non sapeva come avrebbe fatto a raccontarla, i colleghi della tv certo non potevano riprendere le immagini di questa sortita che era nata off the record. Si sentiva solo il tintinnìo del grande lampadario di cristallo che vibrava per il traffico su via del Quirinale. «Io in Libano ci sono stato e non mi hanno accompagnato – proseguiva Pertini –. Come è successo a coso…». Coso? Quale coso? «… a Spadolini che è andato con i capi di stato maggiore. Mi volevano infilare il giubbotto antiproiettile. Macché, gli ho detto, ci perderei la dignità. Sì, qualche pallottola è passata vicino, ma erano quelle che in guerra chiamavamo vaganti».

L’operazione Libano 1 era iniziata in agosto. La Grado e la Caorle, scortate dalla Perseo, sbarcarono a Beirut 519 uomini, bersaglieri e carabinieri, due compagnie meccanizzate, il genio, più 200 mezzi. Dovevano garantire la sicurezza dei palestinesi che lasciavano la capitale libanese, creando una linea verde tra forze israeliane e palestinesi, per portarli oltre il confine siriano. Due giorni dopo la nostra partenza il presidente Gemayel, appena eletto, venne ammazzato in un attentato assieme ad altri 25. Il 16 di settembre la ritorsione fu il massacro nei campi profughi di Sabra e Chatila. Il 24 settembre scattò la seconda missione guidata dal generale Angioni e una forza di pace che salì a 2400 uomini. Craxi aveva appoggiato le missioni e Pertini si schierò contro.

Accomodato sul divanetto iniziò la difesa del suo amico Arafat e dell’Olp, l’organizzazione per la liberazione della Palestina. E giù critiche agli americani. «Diciamo la verità, gli americani non stanno lì per difendere la pace ma per difendere Israele. La grande nave che spara tonnellate di bombe sta lì apposta. Ora i palestinesi vengono dispersi per il mondo, come accadde agli ebrei». «Arafat non può essere considerato un terrorista. Ricordate quanti applausi ricevette a Roma per l’Interparlamentare? Il terrorista è Abu Mousa, un diavolo, un mostro. Fu lui il responsabile dell’attentato alla sinagoga di Roma. Lo dissi subito al rabbino (era il mitico Elio Toaff). Arafat non avrebbe mai avuto interesse ad attaccare la Sinagoga». Forse Pertini pensava ad Abu Nidal. Due picconate che lasciavano voragini nei rapporti con gli Usa e con Israele. Ma non la finì certo lì. «Poi c’è quel morfinoname di Jumblatt: così me lo ha dipinto il mio amico Hussein di Giordania». Così il Medio Oriente era sistemato. Walid Jumblatt, leader druso nemico di Israele ma anche dei siriani. Diventò ancor più famoso nei rotocalchi italiani come amante della moglie di Moravia, Carmen Llera.

I cronisti incalzarono Pertini. Allora i soldati bisogna ritirarli?

«Sì. Nel messaggio di fine d’anno dirò agli italiani quello che ha scritto il Washington Post: che i nostri soldati sono buoni e generosi. La popolazione è loro grata. Per questo non sono mai stati attaccati. Ma ora che ci stanno a fare? Certo, un soldato prende due milioni e mezzo al mese e magari ha il padre contadino che gli dice: resta, resta che compriamo un’altra vacca». Il presidente sapeva benissimo cosa stava dicendo. Il volto del bambino impertinente, gli occhi fiammeggianti, di chi lo fa apposta per vedere l’effetto che fa. Sapeva essere birbante quanto basta.

Va detto subito che nel messaggio di fine anno, una settimana dopo, disse esattamente quello che aveva anticipato. Che era molto preoccupato del mancato dialogo tra Usa e Urss, temeva fortemente una guerra, spezzò una lancia per il disarmo globale da perfetto pacifista e disse che la forza di pace italiana stava facendo benissimo, come provava l’articolo del Washington Post (ne lesse una parte tenendo il foglio che lo impallava davanti al viso, in barba alle riprese tv). Ma se a Beirut fosse esploso il conflitto, precisò, «il mio pensiero personale è che bisogna togliere il contingente; è il mio pensiero personale che non vuole influire sul pensiero del governo».

La picconata non era finita. Capitolo, politica italiana. «Ammiro molto Andreotti, uno dei nostri migliori ministri degli Esteri. Anche Colombo, certo, era bravo. Poi… mi ha mandato un bellissimo regalo, di gran gusto: due gemelli d’oro». Grandi elogi al re Baldovino del Belgio, al presidente greco Karamanlis («un grande temperamento, ha persino cacciato a calci la moglie» ), risatine, lazzi e frizzi.

E aneddoti. La moglie di un ministro greco che per tutta la durata di un pranzo ripeteva a Pertini: «Sa che Karamanlis ha delle belle gambe?». E lui ridendo malizioso: «Me l’avrà ripetuto dieci volte, tanto che mi sono chiesto: avrà fatto un sopralluogo?». Il Pertini impertinente. Il suo successore? «Quando sono stato eletto ho avuto oltre 800 voti. Ma ora la metà si saranno pentiti. Perché? Perché non ho mai fatto gli interessi dei partiti, né tantomeno del mio. I socialisti volevano che nominassi uno di loro senatore a vita (Riccardo Lombardi). Invece ho nominato Edoardo De Filippo, in omaggio a Napoli».

Il quintetto pertiniano fu inarrivabile: Valiani, Ravera, Bo e Bobbio. Nominare delle senatrici a vita? Il ragazzaccio replicò: «Certo, sono un po’ racchie». Altre risate. Non che avesse torto, le donne in Parlamento erano pochissime ma di grande cultura e ingegno, la Rossanda, la Ravera, la Iervolino, la Falcucci… nulla a che vedere con le vamp scelte nella seconda repubblica da Berlusconi e soci. Presidente, ma li farebbe altri sette anni al Quirinale? «Io sono favorevole all’accorciamento a sei anni, a iniziare da me. Sei sono più che sufficienti. Poi uno si abitua e non vuole più andare via». Com’é vero.

Poi nell’85 il Quirinale toccò a Cossiga. E per cinque anni la picconata pertiniana rimase unica e inimitabile. Anche seminascosta e dimenticata. Perché i cronisti che scesero lo scalone del Quirinale alla fine si divisero attorno al dilemma: pubblicare tutto o tacere? Erano frasi off the record, oppure si poteva osare? Fu un confronto breve e lacerante. Alla fine, come al solito, si procedette in ordine sparso. Ci fu chi ruppe il silenzio, tra le agenzie fu l’Agi, ma con delicatezza, pochi osarono, molti censurarono, aggiustarono, ingentilirono. Il Secolo XIX pubblicò tutto, figurarsi, il presidente era nato a Stella, in provincia di Savona. Ma la bomba non esplose. Per la seconda picconata della Storia dovemmo aspettare la caduta del muro di Berlino nell’89 e il sesto anno del fu silenzioso Cossiga. Poi furono di nuovo fuochi artificiali. Ma il primo picconatore è stato Pertini. Poche storie.

 

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