Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

«Ecco perché il Franco CFA è un cappio sul collo dell’economia africana»

Parlano l’economista Ndongo Samba Sylla e la giornalista Fanny Pigeaud autori del saggio “l’arma segreta della Francia”
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

Nel 1985, intervistato dallo scrittore camerunense Mongo Beti, il primo Presidente del Burkina Faso Thomas Sankara scandiva: «Possiamo affermare che il franco Cfa, poiché è legato al sistema monetario francese, è un’arma per la dominazione degli africani. L’economia francese, e dunque la borghesia mercantile capitalista francese, ha costruito la sua fortuna sulle spalle dei nostri popoli attraverso questo legame, questo monopolio monetario». Rappresenta, il franco CFA – che inizialmente significava franco delle Colonie Francesi d’Africa, mentre oggi indica la Comunità Finanziaria Africana –, l’ultimo retaggio coloniale della dominazione francese o è elemento necessario di stabilità ed equilibrio?

Quanto vasta e profonda è stata l’incidenza francese nella tramatura politica ed economica dei Paesi della cosiddetta zona del franco, che ai giorni nostri comprende quattordici Stati africani per una popolazione complessiva di circa 155 milioni di persone? Quanto lo è tuttora? Eredità, retroscena e prospettive future concernenti la questione del franco CFA trovano spazio nella lucida e documentata analisi contenuta nel libro L’Arma segreta della Francia in Africa. Una storia del franco CFA ( Fazi Editore), scritto a quattro mani dalla giornalista francese Fanny Pigeaud e dall’economista africano Ndongo Samba Sylla.

Pigeaud, Sylla, perché ancora oggi le autorità francesi sono così preoccupate di mantenere il controllo del dispositivo del franco CFA? Esso offre realmente benefici ai Paesi africani in termini di crescita e sviluppo?

Le autorità francesi considerano soprattutto i vantaggi che la Francia e le sue imprese traggono dal sistema CFA. Il franco CFA garantisce alle imprese francesi, ad esempio, di avere dei mercati vincolati all’interno dei Paesi della zona del franco, oltre a permettere alla Francia di acquistare materie prime africane, generalmente denominate in dollari, nella propria valuta. I vantaggi sono anche di carattere politico: a partire dal momento in cui il franco CFA rientra sotto la tutela del Tesoro francese, il governo francese può disporre di uno strumento importante per orientare la traiettoria economica ma anche politica dei Paesi interessati, sempre in funzione degli interessi francesi. Il nostro punto di vista è che il sistema CFA colleghi, anche economicamente, i Paesi della zona del franco mantenendoli sotto la tutela politica del governo francese e imponendo loro diverse condizioni sfavorevoli. Ricordiamone due. Il primo: l’ancoraggio del franco CFA all’euro comporta, fra l’altro, che la politica monetaria nei Paesi africani sia subordinata alle decisioni della Banca centrale europea. Ciò implica che la politica monetaria ritenuta valida per la Germania diventi tale anche per il Niger, un Paese compreso nella zona del franco che figura tra i più poveri del mondo. Secondo esempio: l’alto valore dell’euro gioca un ruolo negativo sulla competitività dei prezzi all’esportazione dei Paesi afrcani. Infine, un dato può illustrare meglio il problema: nove dei quattordici Paesi che utilizzano il franco CFA fanno parte del gruppo dei «Paesi meno sviluppati» ( PMA).

Le banconote dei franchi CFA sono prodotte dalla tipografia della Banca di Francia, mentre la stessa Banca di Francia detiene quasi il 90% delle riserve auree della BCEAO: ciò presenta aspetti discutibili?

Ciò solleva interrogativi per almeno due motivi. Prima di tutto, in quanto non sono state indette gare pubbliche: le banche centrali della zona del franco riservano questo appalto alla tipografia della Banca di Francia a licitazione privata. In secondo luogo, poiché i Paesi coinvolti si sarebbero potuti organizzare, come hanno fatto per esempio alcuni Paesi africani come la Nigeria e il Ghana, per dotarsi di una propria attrezzatura tipografica. Tuttavia, sessant’anni dopo la loro indipendenza formale, e nonostante la “cooperazione monetaria” con la Francia, ciò non è avvenuto.

La garanzia di convertibilità dei franchi CFA: sostegno o trappola?

Nel nostro libro, spieghiamo come questa famosa “garanzia francese” riguardi più una sorta di raggiro che altro. Di cosa si tratta precisamente? I Paesi della zona del franco sono tenuti ad avere metà delle loro riserve in valuta estera su un conto speciale aperto presso i registri contabili del Tesoro francese. È da questo conto, chiamato «conto operativo», che transita buona parte delle loro operazioni estere. Come contropartita di queste riserve, il Tesoro deve prestare alle banche centrali della zona del franco tanti euro quanti sono loro necessari per ripristinare i propri conti operativi, nel caso in cui questi diventino debitori. In tal modo, il Tesoro francese garantisce che il livello di riserve di cambio dei paesi della zona del franco risulti sempre positivo, permettendo anche di mantenere la parità fissa del franco CFA in rapporto all’euro. La Francia, tuttavia, ha preso l’abitudine di non tener fede a tutti i suoi impegni. Essa non ha in realtà attivato la sua «garanzia di convertibilità illimitata» che negli anni a cavallo tra il 1980 e il 1993. All’epoca, gli Stati della zona del franco attraversavano una grave crisi economica e finanziaria. Agli inizi del 1994, mentre la situazione continuava a peggiorare, la Francia, con l’aiuto dell’FMI, ha deciso, invece di continuare ad assumersi il proprio impegno di garanzia, di svalutare della metà il franco CFA. Ha operato pressoché nello stesso modo nel 2016 con i Paesi dell’Africa Centrale della zona del franco – senza procedere a una svalutazione, ha fatto intervenire l’FMI che ha prestato denaro ai Paesi di quest’area. Di fatto, possiamo rilevare dunque come la garanzia francese sia in realtà fittizia e che sono gli stessi Paesi della zona del franco a garantire la parità fissa del franco CFA con l’euro attraverso le loro riserve.

Quali sono le responsabilità e il ruolo delle banche centrali per quanto riguarda il sistema del franco CFA?

Le «banche centrali» della zona del franco ( BCEAO e BEAC) possono rivendicare una «indipendenza» statutaria nei confronti dei governi africani. In pratica, esse sono poste sotto la tutela amministrativa e finanziaria del Tesoro francese. In altri termini, sono più «istituti di emissione», come nel periodo coloniale, che delle vere e proprie «banche centrali». I loro poteri sono piuttosto limitati, considerato che è il Tesoro francese a decidere sulla parità del franco CFA e sulla produzione di moneta. Inoltre, queste «banche centrali» hanno generalmente un’influenza molto limitata sulle banche di secondo livello, che sono spesso straniere.

Esiste una relazione speciale tra la direzione generale dell’FMI, la Francia e la politica monetaria della zona del franco?

Tale relazione non è ufficiale, ma appare in maniera evidente. Come evidenziamo nel libro, nelle consultazioni tra i Paesi africani della zona del franco e l’FMI la «questione monetaria» viene esclusa in ossequio a una sorta di gentlemen agreement. Come risultato di ciò, i resoconti dell’FMI relativi ai Paesi della zona del franco eludono temi importanti come quello del costo dell’ancoraggio del franco CFA all’euro. Questa situazione è resa possibile grazie agli stretti legami che intrattengono l’FMI e l’apparato di Stato francese. Dopo il 1946, il posto di Direttore generale dell’FMI, riservato agli europei secondo un accordo euro- americano, è stato spesso ricoperto dalla Francia: i soggetti designati a tale posizione sono generalmente alti funzionari provenienti dal Ministero francese delle finanze e conseguentemente garanti della politica monetaria francese in Francia e nei Paesi africani della zona del franco. L’amministratore che rappresenta la Francia in seno al Consiglio dell’FMI è peraltro indicato dal Tesoro francese e assistito da un consigliere scelto dalla Banca di Francia e dai quadri dirigenti del Tesoro.

La Francia ha intrapreso, nel corso degli anni, iniziative, anche di carattere militare, volte a difendere i propri interessi nei Paesi africani della zona del franco?

La Francia può contare su una forte presenza militare in alcuni Paesi della zona del franco. Si è servita delle proprie forze armate a più riprese dopo il 1960, data dell’indipendenza, per orientare la traiettoria politica di diversi Paesi. Ha anche incoraggiato rivolte e colpi di Stato, oltre ad aver realizzato una quarantina d’interventi militari in sedici Paesi al fine di difendere i propri interessi. Una delle ultime operazioni ha avuto luogo nel 2011 in Costa d’Avorio: Parigi ha utilizzato il proprio esercito – ed è riuscita anche a far intervenire le forze dell’ONU in maniera davvero singolare – per rovesciare il Presidente Laurent Gbagbo e portare al potere Alassane Ouattara.

La transizione dal franco francese all’euro: un’occasione sprecata per i Paesi del franco CFA?

L’arrivo dell’euro nel 1999 avrebbe potuto favorire l’avvio di un dibattito democratico sul franco CFA nei Paesi che l’utilizzano e mettere fine a questo sistema monetario coloniale. Sfortunatamente, il governo francese e i capi di Stato africani non vedevano le cose in questo modo. Per mantenere il franco CFA, malgrado la scomparsa del franco francese al quale il franco CFA era ancorato, bisognò ancorare il franco CFA all’euro. La Francia riuscì a convincere i suoi omologhi europei ad accettare tale ancoraggio al prezzo di alcune concessioni. Da allora la Francia deve, a esempio, informare preventivamente le istituzioni dell’Unione Economica e Monetaria ( UEM) in caso di variazioni di parità del franco CFA o di ampliamento della zona del franco CFA. Da quel momento, si può parlare di «euro CFA»…

Cos’è cambiato per la Francia con l’entrata della Cina nel continente africano?

Le sue imprese attive nel continente africano sono apparse disarmate di fronte a una concorrenza alla quale non erano affatto preparate: nonostante mantengano posizioni di privilegio nei Paesi della zona del franco, hanno perso significative quote di mercato. Si presenta qualche cambiamento anche sul piano politico: certi Stati sono riusciti, rapportandosi alle autorità cinesi, a rendere meno stringente il nodo che li lega a Parigi.

Il 29 giugno ad Abuja i capi di Stato della CEDEAO ( Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale) hanno annunciato la nascita di eco, la nuova moneta unica che già dal 2020 potrebbe rimpiazzare il franco CFA: pensate che sarà possibile?

Per diversi motivi questo progetto appare come una falsa partenza. Riscontriamo, per cominciare, che la volontà di molti leader di portarlo a termine è alquanto debole. I Paesi della zona del franco non hanno fornito agli altri Paesi della CEDEAO il programma di divorzio dal Tesoro francese così come viene loro richiesto, in particolare dalla Nigeria, né hanno sempre espresso elementi sufficienti a dimostrare in quale maniera contino di uscire dalla zona del franco. Tuttavia, ciò è indispensabile qualora desiderino fattivamente partecipare all’adozione della moneta unica della CEDEAO. Dichiarazioni recenti del Presidente della Costa d’Avorio, Alassane Ouattara, hanno seminato ulteriori dubbi: ha lasciato intendere che l’eco, nome attribuito a questa presunta futura moneta unica, potrebbe semplicemente diventare il nuovo nome del franco CFA… È possibile anche rilevare come i prerequisiti economici definiti per ciascuno Stato non siano stati soddisfatti e risultino ancora lontani dall’esserlo. Infine, questo progetto di moneta unica è stato mal concepito: si tratta di una copia grossolana dell’euro, che risulta instabile fin dalle fondamenta. Al pari dell’euro, infatti, l’eco è stato pensato privo di meccanismi di federalismo e solidarietà di bilancio.

 

Ultime News

Articoli Correlati