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Dai tiranni al popolo: radiografia del potere

Rieditato dopo oltre 40 anni “saggio sui potenti” una brillante analisi dello storico Piero Melograni. Il potere non si muove mai in modo unidirezionale: si può manipolare l’opinione pubblica ma alla fine sono le masse che decidono quando il capo ha esaurito il suo dominio
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Cosa è il potere?

Fiumi di inchiostro sono stati sparsi nei secoli per rispondere a questa domanda, in modo diretto o indiretto. Nulla più del potere sembra sia correlato alla vita degli uomini in società. E niente più del potere genera all’un tempo fascino e timore, attrazione e repulsione, amore e odio.

L’impressione è che però del potere se ne abbia ancora un’immagine mitologica, illusoria, non corrispondente alla realtà effettuale. Esso, dopo tutto, non lo si riesce a definire con precisione. Meglio perciò partire dai potenti, o presunti tali, cioè da coloro che a prima vista sono i titolari del potere. Forse, dalle loro vite e dalle loro azioni sarà possibile capirci un po’ di più. È questo ragionamento che suppergiù dovette fare più di quarant’anni fa ( nel 1977 per la precisione) il grande storico Piero Melograni, che scrisse e poi pubblicò per Laterza un pamphlet di facile lettura che intitolò Saggio sui potenti.

Con parole semplici e con tanti esempi ( tratti soprattutto dalla storia novecentesca che più frequentava), egli si ripromise di accompagnare quasi per mano il lettore lungo un percorso che doveva approdare a un esito addirittura sorprendente: i potenti sono molto meno potenti di quanto si pensi, e il potere è molto più diffuso e molecolare di come noi ci siamo abituati da sempre a considerarlo. Va dato perciò atto alla casa editrice Einaudi di aver compiuto una bella operazione rimettendo in giro in una nuova edizione il libro di Melograni ( ET Saggi, pagine 131, euro 12), che possiamo considerare un piccolo classico, che non invecchierà mai, proprio perché tocca problemi connaturati all’essere umano e sa parlare a tutti e con il linguaggio di tutti, senza lasciare minimamente trasparire o pesare la profonda cultura che sta in sottofondo.

Una virtù propria del grande maestro, quale indubbiamente Melograni era. Ma anche una virtù propria del grande storico che, con un semplice e piano argomentare, sa smontare ad una ad una tutte le costruzioni intellettualistiche sul potere che sono proprie degli scienziati della politica. I quali, per la metodologia ( positivistica) della loro disciplina, sono impossibilitati per principio a cogliere il cuore pulsante e ultimo della realtà. Non è un caso che nella breve antologia posta al termine del volume, Melograni citi moralisti ( Montaigne), storici ( Tocqueville), scrittori ( Tolstoj e Roth), ma non scienziati della politica in senso stretto e empirico.

Negli ultimi decenni sono cambiate tante cose, che Melograni come chiunque altro poteva solo vagamente immaginare negli anni in cui scriveva queste pagine: il potere dagli ambiti classici della politica, militare o ecclesiatico si è esteso al mondo dell’economia e ancor più a quello della finanza. E ha preso poi corpo sempre più il potere dell’opinione di massa, di cui già Melograni discorre ma il cui discorso sviluppa considerando i mezzi di comunicazione tradizionali e non quei new media che avrebbero di lì a poco portato profondi sconvolgimenti persino nella vita reale. Si è anzi creata una alleanza fra l’opinione di massa, che prima della sana reazione “populistica” di questi ultimi anni, aveva assunto le forme predominanti ( e oggi comunque ancora forti) del “politicamente corretto”, e gli interessi commerciali delle grandi companies.

Senza dimenticare che il potere assunto dalla burocrazia, come ulteriore fattore condizionante del potente, su cui pure Melograni insiste, ha oggi assunto le forme di un’ulteriore accelerazione di quel processo di razionalizzazione che caratterizza la modernità e che, con il suo forte carattere di regolamentazione e proceduralizzazione della vita sociale, rischia di ingabbiare ancor più la libertà umana.

In sostanza, Melograni ci fa capire che il potere non si muove mai in modo unidirezionale: il capo è condizionato dai sottoposti, i quali perciò hanno modo, per vie dirette o indirette, di influire su di lui. Anche i moderni meccanismi di comunicazione e persuasione politica mostrano sempre in atto questa dialettica: si possono usare le tecniche più sofisticate per ( pensare di) manipolare l’opinione pubblica, ma c’è sempre uno scarto fra l’azione e la reazione di quella che non è da considerarsi una massa informe una cera pronta ad essere plasmata.

Anzi si può dire che il potere di un capo finisce nel preciso momento in cui quella massa non risponde più alle sue sollecitazioni. E questo può avvenire all’improvviso, per un movimento imitativo degli individui che la compongono e che agiscono in gruppo all’unisono e come un sol corpo ( come ci ha magistralmente insegnato lo Elias Canetti di Masse e potere). Ciò ci fa capire che l’essenza del potere, anche quello che si serve della più dura coercizione o violenza, è sempre in un qualcosa di immateriale, è prima di tutto nella testa degli uomini. Tanto che Melograni può arrivare a dire, forzando forse un po’ la mano che «il potere risiede fuori dai palazzi dei capi, nelle grandi forze spirituali e materiali che si agitano nelle società. Ciò che accade all’interno di quei palazzi è spesso importante e a volte decisivo ma soltanto a volte, in brevi momenti di crisi. E ha effetti incontrollabili».

Dalle considerazioni svolte nel libro emerge quello che potremmo chiamare il carattere sovraindividuale della storia, che si dipana attraverso sintesi dagli uomini spesso nemmeno immaginate. Certo, in essa ognuno gioca la sua parte, ed indossa le sue maschere ( ecco perché ad esempio i potenti hanno bisogno nelle loro epifanie di cerimoniali e pompe). Ma comunque c’è un quid che sembra manovrare dall’alto tutte le vicissitudini particolari in modo da farle muovere verso una coerenza che comunque può leggersi solo a posteriori.

I cattolici hanno parlato di Provvidenza, i laici di Spirito, ma il senso ultimo è che il tutto, nella storia umana, risulta in qualche modo sempre molto diverso dalla somma delle sue parti. Il potente, si sia in una democrazia o in una tirannia, non ha mai un potere assoluto.

Anche un despota è infatti condizionato dalla realtà esterna, che gli impone di prendere certe decisioni piuttosto che altre per evitare che i sudditi, e in genere i sottoposti, non siano più a lui fedeli, o semplicemente per far sì che non emerga un potere contrario. «Applauditi finché gli eventi procedono in modo favorevole, i potenti sanno di poter divenire i capri espiatori non appena il corso degli eventi s’inverte. Grandi masse di uomini, infatti, cercano di sfuggire alle loro insicurezze non soltanto immaginando un capo sicuro, potente e lungimirante, ma anche ribaltando questa figura di capo nel momento dell’insuccesso. Di fronte all’insuccesso molti preferiscono immaginare che tutti gli errori, tutte le colpe e tutti i mali appartengano a un capo demoniaco, e non anche, in misura più o meno grande, a loro stessi».

E Melograni fa l’esempio di Benito Mussolini, il cui cadavere, barbaramente appeso per i piedi e con la testa in giù insieme a quello di Claretta Petacci, fu insultato e dileggiato da una folla che era composta quasi sicuramente da quelle stesse persone che fino a qualche anno prima lo osannavano in ogni piazza d’Italia.

Il potente ha poi sempre il timore di essere ucciso: un timore che spesso sfiora la paranoia, come i casi di Josef Stalin e Adolf Hitler mostrano ampiamente. Tuttavia anche le democrazie hanno visto capi assassinati, a cominciare ad esempio dai tanti presidenti degli Stati Uniti morti in agguati o attentati ( uno su cinque ai tempi in cui il libro veniva pubblicato la prima volta).

Con impeccabile humour, Melograni osserva che «non esistono dubbi sul fatto che i capi di Stato costituiscano, nel mondo, la categoria di lavoratori di gran lunga più esposta a incidenti mortali sul lavoro». C’è poi un elemento, da Melograni non toccato, che spiega, a mio avviso, il potere: la maggior parte degli uomini sono gregari, imitativi, meschini. Seguono sentieri che altri hanno tracciato. Sono profondamente insicuri e hanno bisogno di qualcuno, il potente, per l’appunto, alla cui ombra cosruirsi un abbozzo di personalità.

Costoro, e il vero capo ben lo sa, saranno i primi a “tradirlo” quando la ruota della fortuna girerà in senso contrario. Eppure, forse per rassicurarsi a sua volta, il capo ama circondarsi di persone servili, di “leccapiedi”. I quali, fra l’altro, non porteranno mai al capo informazioni che pensano di poterlo turbare, né gli daranno i consigli giusti per evitare certe débâcle. Ed è qui, in questo preciso punto, che matura e si alimenta molta di quella “ignoranza dei potenti” di cui invece Melograni, all’inizio del suo volume, abbondantemente parla.

In sostanza, lo storico romano ci propone una decostruzione o demistificazione del potere che muove da più fronti e procede per diverse vie. Richiamando la classica dialettica hegeliana di servo e padrone, potremmo dire che, in un primo momento, come il filosofo di Stoccarda ci ha insegnato, c’è quel rapporto di dipendenza del padrone dal servo, che, proprio in forza di questa dipendenza, può ribaltare da un momento all’altro i poli del rapporto.

Poi però c’è anche il fatto da considerare che, ancor più in una società complessa come la nostra, l’individualità si forma sempre all’incrocio di diverse relazioni di potere, ognuna valida in uno specifico e non in un altro ambito della nostra attività. Socrate era il re della piazza di Atene, ma, tornato fra le mura domestiche, trovava Santippe che con il suo carattere forte lo dominava completamente Ma il potere non è nemmeno stabile, come abbiamo visto: lo si può perdere facilmente.

Né è controllabile nei sui effetti, e anzi le cosiddette conseguenze intenzionali delle azioni intenzionali stanno lì a ricordarci che i progetti umani di un segno si convertono, al contatto con la realtà storica, quasi sempre in altri diversi e addirittura opposti. È poi ingenuo pensare che esistano potenti “buoni” e potenti “cattivi”: sia perché tutti siamo un inestricabile fascio di passioni positive e negative insieme; sia perché, nella considerazione piena di senso storico che Melograni fa di certe questioni, è evidente che chiunque, “buono” o “cattivo” che sia, è dominato e condizionato dalle situazioni a cui deve corrispondere. Benedetto Croce diceva che non è l’uomo che è responsabile delle sue azioni, ma è la società che ci fa diventare responsabili. In conclusione, vorrei però dire che, a mio avviso, l’unica pecca di un libro assolutamente fuori dall’ordinario è che Melograni sottovaluta un po’ l’efficacia che il potere in atto, nel momento preciso in cui viene esercitato, può avere.

Nonostante il suo indubbio realismo, c’è qualcosa di consolatorio, a volte, nel suo modo di considerare la questione di un potere che, egli insiste, non è mai pieno. Proprio il realismo deve però portarci a considerare che il potere sa essere anche “diabolico” e che, soprattutto, è con forze diaboliche che ha a che fare chi decide di operare nel mondo e non rinchiudersi in un eremo. Niccolò Machiavelli, dopo tutto, ha ancora molto da insegnarci.

 

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