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Le società multiculturali non sempre arricchiscono

Certe misure sull’emigrazione possono apparire molto dure ma criminalizzarle sul piano etico, se fa parte del “gioco politico”, è profondamente estraneo allo “stile di pensiero” di chi vuol capire
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Sono molto grato a Carlo Fusi e a Gianni Cuperlo per aver letto con attenzione il mio articolo sullo ius soli.

Tra l’altro condivido molte delle loro considerazioni.

Come spesso capita, però, un articolo teorico, quale voleva essere il mio, riportato all’attualità politica e sociale, viene costretto a fare i conti con una realtà viva e palpitante che ha buon gioco nello smontarne gli assunti.

Credo che in questo caso la migliore risposta consista nel chiarirli meglio di quanto – temo – non sia riuscito a fare. In primo luogo, vorrei richiamare l’attenzione sul fatto che si può essere d’accordo o in disaccordo con una legge o una politica governativa, ma sempre tenendo a mente quanto scriveva uno dei miei “termini fissi d’eterno consiglio”, Max Weber: «Quanto alla nobiltà dei fini ultimi, anche gli odiati avversari pretendono di averla dal canto loro e soggettivamente in perfetta buona fede».

Certe misure sull’emigrazione possono apparire molto dure ma criminalizzarle sul piano etico, se fa parte del “gioco politico”, è profondamente estraneo allo “stile di pensiero” di chi vuol capire e non rendersi popolare. (“Tu cerchi la verità” – dice Alcibiade nel finto dialogo di Bertrand de Jouvenel, un principe del liberalismo, rievocato sul Giornale qualche giorno fa da Francesco Perfetti – io cerco la cooperazione degli Ateniesi”).

In secondo luogo, ci tengo a sottolineare che il succo del mio articolo: ” diritti sociali sì, diritti politici no” se può dispiacere a imprenditori che vorrebbero poter contare su salari irrisori e a politici che hanno il problema di sostituire ai poveri che non li votano, un nuovo esercito di riserva elettorale, ha una sua logica. I “diritti sociali”, garantiti a chi vive e lavora in Italia, hanno a che fare con la societas, ovvero con una dimensione “universalistica” che assicura benessere e dignità a quanti contribuiscono alla ricchezza di un paese; i “diritti politici”, invece, riguardano la communitas ovvero una “famiglia allargata” – la nazione – che non può far decidere la propria identità etico- politica, il proprio collocamento nel mondo, la tutela del suo patrimonio culturale, ambientale, artistico a chi “viene da fuori” ( che non significa rifiuto della cittadinanza a tutti e comunque; al senegalese Cheick Tidiane Gaye, citato da Cuperlo, la darei subito).

In terzo luogo, mi sembra opportuno far rilevare che sono molte le “sfere vitali” alle quali apparteniamo e che, pur essendo vasi comunicanti, mantengono codici e natura distinti: la famiglia non è la società civile, la politica non è l’economia, l’etica non è il diritto. Queste sfere sono in rapporto dialettico, ciascuna può arricchire l’altra, ma nessuna può fagocitarla se non a rischio di rivedersela ricomparire come un fantasma dai tratti barbarici e/ o totalitari.

Se introduciamo criteri universalistici in una dimensione per natura “particolaristica”, non promuoviamo il progresso ma scateniamo la guerra civile. Il principio “un uomo un voto” ad es., non ha senso nella famiglia, nell’impresa, nella caserma. Se, per assurdo, diamo a tutti, indiscriminatamente, la cittadinanza politica non rendiamo l’Italia più grande ma ne essicchiamo le radici. «Quando tutto il mondo fu cittadino Romano, Roma non ebbe più cittadini; e quando cittadino Romano fu lo stesso che cosmopolita, non si amò né Roma né il mondo: l’amor patrio di Roma divenuto cosmopolita, divenne indifferente, inattivo e nullo: e quando Roma fu lo stesso che il mondo, non fu più patria di nessuno, e i cittadini romani, avendo per patria il mondo, non ebbero nessuna patria, e lo mostrarono col fatto». A scrivere queste parole non è stato Alfredo Rocco – il più geniale dei ministri del duce ma Giacomo Leopardi nello Zibaldone.

Un’ultima osservazione: le società multiculturali ( non multirazziali: la razza va considerata un segno distintivo irrilevante) non rappresentano sempre un arricchimento. Non lo sono in Europa, dove può capitare in Belgio che in un commissariato fiammingo si ignori il francese ( lingua degli odiati valloni); non lo sono negli S. U. in cui le minoranze etniche divenute forti ed elettoralmente decisive ( ma lì la cittadinanza viene concessa a tutti quelli che si fanno entrare) chiedono di rimuovere la statua del razzista Colombo e la storia dei popoli anglosassoni dai programmi scolastici.

Gli incontri delle culture sono felici solo quando una civiltà superiore viene sottomessa da una civiltà inferiore che si appropria dei suoi modelli culturali, filosofici, artistici – v. il rapporto di Roma con la Grecia, o delle tribù germaniche col mondo latino. Claude Lévi- Strauss, non a torto, era terrorizzato dall’incontro tra il mondo cristiano e quello islamico: visioni del mondo differenti e incompatibili preparano il caos. Il grande antropologo sapeva che il pluralismo che fa la grandezza dei popoli e degli Stati non è quello dei “valori” ( che devono essere condivisi da tutti) ma quello del diverso ( e legittimo) rilievo che si dà a ciascuno di essi.

 

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