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Juan Sartori l’outsider che vuole riportare a destra l’Uruguay

A quasi due mesi dal voto l’irresistibile ascesa del miliardario. Dopo 12 anni di governo, la sinistra del “frente amplio” è data sconfitta da tutti i sondaggi, il partito Nazionale è favorito anche se il grigio candidato Luis Lacalle Pou non accende entusiasmi
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Un miliardario sconosciuto, abile nella propaganda di bufale giornalistiche per affossare gli avversari e genero di un oscuro magnate russo, è sbarcato in Uruguay con l’intenzione di diventarne presidente.

Si chiama Juan Sartori, ha 38 anni e ha vissuto gli ultimi vent’anni lontano dal piccolo paese latinoamericano, prima a Parigi e poi a Ginevra, seguendo la madre, Rosina Piñeyro, giovane sociologa che dopo una complicata separazione coniugale riuscì vent’anni fa a trovare prima una borsa di studio in un ufficio delle Nazioni unite a Parigi e poi un lavoro a Ginevra.

L’unico noto in famiglia è il suocero, Dimitri Rybolovlev, la cui fama non travalica comunque i confini della Russia gonfia di soldi dei nuovi ricchi amici del presidente Vladimir Putin.

Di Sartori, ragazzino prodigio poi diventato proprietario di grandi estensioni di terra vicino Montevideo e di una squadra di calcio inglese, il Sunderland, sposato da tre anni con Ekaterina Ryvolovleva, ricchissima signora russa proprietaria tra l’altro dell’isola greca di Skorpios, fino all’anno scorso nessuno conosceva neanche il nome in Uruguay. E lui su questo ha costruito la sua campagna di lancio, aperta da un martellante annuncio pubblicitario in cui si leggeva solo una domanda: «Chi è Sartori?».

Sull’onda dell’aspettativa creata dalla campagna, Sartori è arrivato all’aeroporto di Montevideo con una serie di interviste già concordate nelle quali ha annunciato la sua idea di candidarsi alle presidenziali di ottobre, previe primarie, con lo slogan: «La politica non appartiene a nessuno, io voglio diventare presidente, mi candiderò con il partito Nazionale», il tradizionale partito di centrodestra del Paese.

Quelli del partito Nazionale, però, non ne sapevano nulla. Le prime reazione sono state di sorpresa, poi di scherno, infine, dopo qualche settimana di silenzio in cui un accordo deve esser stato trovato, è arrivata l’imbarazzata conferma che sì, in effetti, il nome di Juan Sartori risultava tra quelli dei candidati alle primarie di partito. Vinte però non da Sartori, ma da Luis Lacalle Pou, già stato candidato presidenziale nel 2014, che ha escluso di portarsi dietro l’ingombrante outsider, piazzatosi secondo.

Lacalle Pou ha scelto come sua vice Beatriz Argimón, presidente del partito. Sarà lei la sua compagna di formula alle elezioni di ottobre. Aver escluso il secondo per numero di voti alle presidenziali al quale Sartori, infuriato, ha detto di non arrendersi, è stato uno schiaffo a consolidate consuetudini ormai diventate prassi in Uruguay. Sartori ha fatto capire che la battaglia è solo rimandata. Che non intende farsi da parte e che darà filo da torcere ai compagni- avversari interni. «Sono venuto per restare» ha ripetuto più volte.

A Montevideo aspettano ottobre per capire se in quello che è sempre stato uno dei laboratori politici più ricchi ed originali dell’America latina, con un fronte di centrosinistra di governo solido negli ultimi dodici anni, in grado di resistere apparentemente senza sforzo alla ventata di destra che ha spazzato il continente, c’è spazio per un fenomeno politico incarnato da un outsider di destra. Per vedere cioè se l’Uruguay potrà diventare una piccola sponda al Brasile di estrema destra dell’ex capitano Bolsonaro o se la società uruguaiana rimarrà invece nel solco di quel riformismo sociale in cui si crea ricchezza con l’intenzione ( anche) di redistribuirla, politica di successo avviata negli anni del primo governo del Frente Amplio, larga coalizione di centrosinistra guidata dall’ex guerrigliero Tupamaro e fine politico Pepe Mujica. Molti osservatori dubitano che possa avere qualche possibilità di farcela sul lungo periodo un eccentrico miliardario, per di più vissuto a lungo all’estero, escludono che possa far breccia in una società tradizionalmente molto stabile, in cui l’esibizione di ricchezza è mal vista e si diffida non poco delle carovane di auto coi finestrini oscurati che accompagnano in ogni dove le uscite pubbliche di Sartori. Ma i conservatori temono che il giovane miliardario sappia in una sfinente guerra di posizione spuntarla per capacità di mobilitare aspettative e illusioni elettorali il molto più noioso Lacalle Pou che tutti conoscono come figlio, nipote e bisnipote di dirigenti del Partito Nazionale.

L’ascesa di Sartori potrebbe essere facilitata dalle difficoltà del centrosinistra di governo che dopo più di un decennio al potere rischia di pagare caro lo scontento per l’aumento del costo della vita e delle tasse.

Nodo interessante sarà l’atteggiamento che la destra uruguaiana sceglierà di fronte alla questione migratoria. L’Uruguay, nel rispetto dell’idea di accoglienza coltivata dalla leadership del Frente amplio, batte da anni ogni record sull’ingresso di immigrati stranieri. Anche nei confronti dell’ondata di migranti dal Venezuela affamato dalla cupa decadenza del regime chavista, l’Uruguay è stato il paese più disponibile di tutti. Stessa politica usata nei confronti dei profughi siriani, accolti e inseriti in piccole realtà comunitarie di Montevideo apparentemente con grande successo.

Un episodio, accaduto nel pieno della crisi dei profughi siriani, è stato tempo fa decisivo per stabilire in Uruguay come gestire davvero, nel concreto, l’accoglienza. Tra i tanti profughi arrivati c’erano anche cinque famiglie con bambini. Prima ospitate in una comunità religiosa, poi sistemate in case indipendenti. Siccome si trattava di uno dei primi arrivi, grande copertura mediatica fu data al loro sbarco, ondate di paternalismo e orgoglio nazionale, conseguente gara di solidarietà tra imprenditori per offrire lavoro a «los sirios que se escapan de la guerra». Dopo dieci giorni c’erano contratti pronti per tutti. Ong, psicologi, interpreti, avvocati, assistenti sociali. Ospitalità esemplare, organizzazione da piccola Svizzera australe. L’allora presidente Pepe Mujica, già da anni brand internazionale della schiettezza rude ma franca, sembrava molto contento.

Dopo qualche settimana dall’arrivo del gruppetto di profughi cominciano a girare insistenti voci su violenze contro le don- ne nelle case dei rifugiati. Mujica non conferma, ma dice pubblicamente che questi rifugiati «fanno troppe cose come le facevano i nostri nonni» e «hanno alcune abitudini vietate dal nostro sistema di diritto». Qualcuno scrive che una delle profughe ha sempre lividi in faccia. Il portavoce del governo del Frente Amplio smentisce. «No, non ci risultano denunce, gli operatori sociali non riportano niente del genere».

Poi Lucia Topolansky, quasi ottantenne, ex guerrigliera, ex presidente del Senato nonché compagna da una vita di Mujica, ignora le smentite e fa sapere che invece è tutto vero. Lo dice al quotidiano El Observador.

«A me risulta che ci sia questo problema lì dentro – ammette sono famiglie con una presenza maschile molto forte, le donne sono in posizione di grande debolezza». Allora uno degli operatori sociali si ricorda di aver visto uno dei rifugiati picchiare sistematicamente la moglie. Spunta anche un bimbo di sette anni con un braccio rotto non si capisce bene come.

Mujica, restato scoperto, non può più starsene zitto. E fa questo discorso alla seguitissima Radio Rural: «Siate siriani, giapponesi, mongoli o angolani, qui non si prendono a pugni le donne. Questo dovete capirlo. E’ una cultura orrenda che noi vogliamo sradicare. Noi abbiamo grande rispetto delle religioni di ciascuno e delle tradizioni altrui. Siamo molto aperti. Siamo un paese laico. Ma ci sono questioni sulle quali non siamo disposti a negoziare». Pausa. «Noi staremo attenti». Segue obbligatoria riflessione sul «machismo che esiste anche da noi» eccetera.

Il rifugiato siriano in questione lo «staremo attenti» l’ha capito benissimo. Il giorno dopo ha chiesto di poter trasferirsi in Europa. Quell’episodio fu trattato con tale abilità da Mujica, che i suoi avversari non ebbero il margine politico per costruire una campagna contraria all’accoglienza.

La destra ha comunque una ghiotta possibilità alle presidenziali di ottobre soprattutto perché la forte egemonia culturale e politica sull’elettorato esercitata da anni dal Frente amplio è in fase calante.

I personaggi forti del centrosinistra sono troppo vecchi per resistere al comando e i nuovi dirigenti emersi, quasi tutti cinquantenni, sono apparsi finora alquanto scialbi. Dicono che manterranno intatti tutti gli accordi che hanno consentito all’Uruguay di fare grandi passi avanti negli ultimi anni, a cominiciare dalla riduzione della povertà, le campagne per la qualità dell’educazione pubblica e la crescita economica ( costante negli ultimi 12 anni). Ma nessuno di loro, né il vincitore delle primarie del Frente amplio – l’ex sindaco di Montevideo, il socialdemocratico Daniel Martínez rappresentante della destra interna – né la ex ministra dell’industria Carolina Cosse, sostenitrice di Mujica, né l’ex ministro dell’economia Mario Bergara, sembra avere nemmeno l’ombra del carisma politico e delle capacità di mediazione del vecchio Mujica, alle quali il Frente Amplio deve la sua lunga storia di resistenza al governo.

Il centrosinistra non potrà contare su di lui e sembra al momento vagare senza meta nel dibattito politico, orfano di chi ha sempre spiegato a tutti dove dover andare. Quando le guardie carcerarie di Punta Carreta, la mattina del 6 settembre 1971, spalancarono le porte della cella di sicurezza e la trovarono incredibilmente vuota, seppero che tra i 111 Tupamaros scappati attraverso il tunnel sotto il muro della prigione, c’era Pepe Mujica, il capo dei Tupamaros, la guerriglia urbana più efficace d’America. E scoprirono che non era solo leggenda la storia del minuscolo guerrigliero capace di muoversi nella rete fognaria della capitale come nella soffitta di casa sua.

Ora che Punta Carreta è uno shopping center e il suo ex detenuto più noto è l’uomo simbolo della politica uruguaiana, del mito latinoamericano del Pepe Mujica degli anni Settanta si ricordano solo i vecchi. Eppure la personalità, non gradita a tutti, del vecchio tupamaro con modi schietti da contadino e capacità sopraffine nell’arte della trattativa politica, ha esercitato un forte fascino personale anche fuori dai confini latinoamericani. Anche se non si candida per le elezioni è comunque ancora lui il garante del patto interno del Frente amplio. Il suo eterno secondo Tabarè Vazquez, la prima volta che è stato eletto nel 2005 per la presidenza, sapeva che avrebbe potuto mai governare davvero senza fare i conti con il 40% del Frente saldamente in mano a Pepe Mujica. Che diceva già allora: «La tattica è cambiata. Ma il fine è lo stesso». Ancora il socialismo? «Un mondo giusto. Un’unica America libera e sovrana».

Lui il Frente amplio lo spiega così: «Non siamo uno schieramento che nasce da una congiuntura elettorale. Sono 45 anni che funzioniamo come gruppi distinti di sinistra uniti in unico fronte. Questo fenomeno se lo guardate con categorie europee non lo capirete mai. E’ un modello figlio della cultura uruguayana, qui ci sono due dei più vecchi partiti della storia politica del continente. Centosettanta anni ciascuno. Grande duttilità di negoziazione: questo è l’elemento di cultura politica imprescindibile. Il gioco in fondo è semplice: decisione a maggioranza e unità d’azione. Se nessuno tenta il bluff c’è tutto da guadagnare»

 

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