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Borrelli ha processato il “sistema” e alimentato l’avversione verso la politica

Si è trovato con un “pool” acclamato dalla folla e forse se ha poi riconosciuto che le indagini possono essere state “esagerate” vuol dire che non è riuscito a guidare i suoi sostituti
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La scomparsa di Francesco Borrelli procuratore della Repubblica di Milano negli anni 90, all’epoca di Tangentopoli, ci rattrista come la perdita di uomini significativi che hanno influito sul corso della storia, ma al tempo stesso ci consente di poter dare un giudizio più distaccato e sereno sul suo operato.

Ho conosciuto Borrelli e ho avuto con lui incontri pubblici e privati: non posso non riconoscere il suo stile, la sua sensibilità, e in particolare la sua sensibilità musicale che apprezzavo perché la raffrontavo alla mia per avere anch’io da giovane studiato pianoforte e per essere cultore di musica classica.

Ma la domanda che dobbiamo porci è: Borrelli fu un magistrato indipendente pur essendo pubblico ministero, e la sua azione fu in linea con il tradizionale metodo di fare indagini secondo il codice? Questa domanda complessa merita una risposta che è stata già data da Gherardo Colombo suo collaboratore il quale ha esaltato la sua indipendenza perché ricercava anche di prove a favore dell’indagato?!

Ho scritto negli anni scorsi tante pagine sull’argomento e ho dato giudizi molto severi su quella indagine che andava sotto il nome di “mani pulite” e non posso che confermare un giudizio che ormai è storico e cioè: tutta l’attività investigativa non era riferita solo agli indagati presi singolarmente, ma alla corruzione come tale, ad un costume ritenuto corrotto.

La grande inchiesta del secolo doveva dimostrare appunto che il “sistema” era corrotto e quindi andava liquidato. Le indagini furono rivolte al “sistema” nel suo complesso, al comportamento generale dei partiti più che al singolo indagato e alle sue responsabilità personali.

Borrelli si è trovato in un periodo di passaggio tra la tradizionale funzione della magistratura e un ruolo profondamente diverso che si imponeva, non solo in Italia, perché già in quegli anni era superato il dettato costituzionale che indicava nella magistratura “un ordine autonomo”.

Per ragioni complesse istituzionali certamente non banali, che non posso ripetere in un commento breve, la magistratura è diventata un “potere”. La magistratura per tanti anni è stata interprete fedele della legge, e ha costituito un “potere neutro”. L’equilibrio dei poteri si è attuato in questo modo: la magistratura è stata un “ordine” “indipendentemente dagli altri poteri” ma non un “potere”.

Intorno agli anni 80 la magistratura ha avuto una evoluzione: la giurisprudenza si è imposta come riferimento principale, come faro per i giudici, la certezza della legge si è attenuata, le norme incerte, in capaci di regolare i rapporti sociali hanno consentito che il legislatore delegasse tutte le interpretazioni e le decisioni al magistrato, e l’” ordine” ha lasciato il posto al “potere”. Si trattava forse di un’evoluzione inevitabile.

La magistratura prendeva atto che ad essa era stata devoluta dalla legislazione una serie di compiti che non erano suoi propri e che investivano la funzione politica più che quella giurisdizionale e di conseguenza il suo controllo giurisdizionale si trasformava in un controllo politico e incideva sulla vita politica dello Stato. Queste sono state le teorizzazioni di “magistratura democratica“! Questa la premessa generale.

Borrelli ha segnato questo passaggio e processando il “sistema” ha alimentato l’avversione dei cittadini nei confronti della politica e ha allontanato i cittadini dalle istituzioni. La convinzione ancora presente nell’opinione pubblica è che la corruzione sia generalizzata cioè appunto sistemica.

Se Gherardo Colombo e Armando Spataro due giuristi raffinati e colti ancora oggi ci dicono che il “sistema” era corrotto, vuol dire che non c’è una valutazione retrospettiva e una revisione autocritica del metodo utilizzato per le indagini che erano rivolte a scoprire quale collegamento vi fosse tra tutta la classe dirigente e la carcerazione preventiva serviva per costringere alla confessione e alla delazione.

Riconoscere queste “imprudenze”, che lo stesso Borrelli pare abbia riconosciuto servirebbe a “mettere a posto la storia” e a riconoscere che la piazza, la scatenata opinione pubblica, ha avuto influenza notevole, ha osannato un “angelo sterminatore” nella persona di Di Pietro che doveva, ahimè! fustigare i costumi!!?

Come non riconoscere che non era il sistema corrotto, ma erano corrotte singole persone, se le sentenze di condanna a seguito di quei processi sono ben… poche!

Borrelli si è trovato con un “pool” acclamato dalla folla e forse se ha poi riconosciuto che le indagini possono essere state “esagerate” ( che nella fase istruttoria di un processo sono gravi) vuol dire che non è riuscito a guidare i suoi sostituti.

Ma ho una testimonianza da raccontare che conferma le mie osservazioni. In un convegno alla Camera dei Deputati negli anni 90, accorsato da giuristi e politici Borrelli disse una cosa che al momento mi procurò perplessità ma grande afflato umano. Disse una frase che ha poi ripetuto: “Nonostante l’azione della Procura di Milano si continua a rubare“. Gli risposi che 2000 anni fa è venuto sulla terra un Signore che si chiamava Gesù che voleva redimere l’uomo, il quale resta pieno di peccati, costituisce “il legno storto dell’umanista“per ricordare il titolo di un grande scrittore. Dopo il convegno mi disse di aver apprezzato il mio esempio paradossale ed io gli dissi che l’espressione da lui usata era una voce dal “sen fuggita“, che indicava una presa di posizione morale, etica e non giuridica.

In quell’occasione gli chiesi di darmi un aiuto come presidente della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati per depenalizzare il finanziamento pubblico ai partiti che era la spia per trovare la corruzione ma era altra cosa dalla corruzione, “se agite solo sulla corruzione sarà più limpida e trasparente la vostra azione”; gli dissi.

La verità è che il luogo comune ormai diffuso e pericoloso che il magistrato “garantisce la legalità” ha contribuito da allora ad alterare la funzione del magistrato che “lotta“per far vincere il bene sul male: funzione molto pericolosa perché etica e non giuridica. In definitiva ho sempre sostenuto che il pubblico ministero è una parte nel processo che accusa, come l’avvocato che difende, e il giudice deve essere terzo ma entrambi dovrebbero avere una responsabilità istituzionale che è necessaria per ogni funzione di qualsiasi natura, per evitare che il “legno storto“immagini di essere dritto e quindi assoluto.

Era difficile resistere alla eccitazione oltre misura dell’opinione pubblica che reagiva appunto perché convinta che non si trattava di singoli responsabili ma di un “sistema di corruzione generalizzata”, ed infatti una frase di Borrelli riportata in questi giorni che “la gente deve sapere che c’è un coefficiente di successo nella nostra attività legata al consenso” è estremamente rilevatrice della situazione nella quale si operava in quel periodo.

Purtroppo non allora ma oggi la corruzione, a differenza di quello che pensa Colombo, è diventata “sistema” perché diffusa, alla portata di tutti, tant’è che c’è assuefazione e rassegnazione a differenza degli anni 90 e l’antipolitica e il populismo sono al governo del paese, e il rapporto tra i poteri, come possiamo ben notare, è squilibrato. Le conseguenze di quelle azioni giurisdizionali sono queste, forse, non immaginate da Borrelli, ma assai concrete e deleterie.

SI È TROVATO CON UN “POOL” ACCLAMATO DALLA FOLLA E FORSE SE HA POI RICONOSCIUTO CHE LE INDAGINI POSSONO ESSERE STATE “ESAGERATE” VUOL DIRE CHE NON È RIUSCITO A GUIDARE I SUOI SOSTITUTI

 

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