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Quella denuncia a Ciontoli arrivata a mezzo stampa e 4 anni dopo

L’uomo accusato dell’omicidio Vannini indagato per minaccia. L’accusa di un sessantenne: «mi ha puntato una pistola in faccia». Ma parla solo in televisione e molto tempo dopo l’evento
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Antonio Ciontoli torna al centro della cronaca. Ora è indagato anche per minaccia aggravata. L’uomo, già condannato in secondo grado per la morte di Marco Vannini, fidanzato di sua figlia Martina, due giorni fa è stato ascoltato dai carabinieri di Civitavecchia perché avrebbe puntato la pistola in faccia a un signore sulla sessantina dopo aver cercato anche di tagliargli la strada mentre erano entrambi in auto. «Ero sul tratto della via Aurelia – ha raccontato l’uomo – poco prima di Castel di Guido, su una discesa e per una trentina di secondi una macchina dietro mi voleva tagliare la strada abbagliandomi. Ho rallentato un po’ perché pensavo fosse alterato da qualche sostanza ma quando mi ha accostato e io ho abbassato il finestrino lui, con viso molto duro senza dire niente, mi ha puntato la pistola. L’ho riconosciuto subito, poi, appena l’ho visto in tv. Era il signor Ciontoli».

Testimone attendibile o mitomane? La domanda è lecita se si prendono in considerazione alcuni elementi: i fatti risalgono a maggio 2014 ma è a gennaio 2018 che l’uomo decide di parlare, non direttamente nelle sedi giudiziarie opportune, ma in televisione, ospite di Quarto Grado su Rete 4. «La denuncia – ci dicono i legali di Ciontoli, Andrea Miroli e Pietro Messina – sarebbe scattata poi d’ufficio a seguito di un esposto della madre di Marco Vannini».

Da lì l’uomo sarebbe stato convocato per parlare dinanzi all’autorità giudiziaria. Gli avvocati precisano anche che il loro assistito nega l’addebito e ai carabinieri ha prodotto copia della denuncia- querela presentata alla Procura di Civitavecchia contro l’accusatore, chiedendo di procedere contro di lui per diffamazione. Infine «prendono atto di come i riflessi mediatici di questa vicenda siano stati causa dell’insorgere di procedimenti giudiziari per fatti che, invece di essere rappresentati nelle sedi opportune e a tempo debito, vengono rivelati dinanzi a telecamere accese e a distanza di svariati anni dal loro accadimento, con buona pace dei più elementari principi di diritto».

Inoltre i difensori di Ciontoli se la prendono con la Procura, perché secondo loro starebbe «usando due pesi e due misure, avendo dato impulso ad una denuncia palesemente infondata, mentre non ha esitato a chiedere l’archiviazione delle numerose e documentate denunce sporte dal nostro assistito nei confronti dei noti “leoni della tastiera” – denunce delle quali non si è avuta alcuna notizia».

 

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