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Vigevano, muore il killer ergastolano: suicidi a quota 26

Nel carcere di Vigevano muore un detenuto, un altro salvato in extremis a Poggioreale.
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Vigevano, muore il killer ergastolano
Il sistema penitenziario miete un’altra vittima. Non si arrestano i suicidi nelle patrie galere e questa volta riguarda il carcere di Vigevano dove un detenuto, tentando di suicidarsi una decina di giorni fa, era stato trasportato d’urgenza in ospedale.

Dopo giorni di agonia, alla fine mercoledì è morto. Parliamo di Antonino Benfante, detto “Palermo”, il killer dei fratelli Emanuele e Pasquale Tatone e di Paolo Simone, autista tuttofare di Emanuele, uccisi a ottobre del 2013 con due esecuzioni a distanza di 72 ore.

Benfante, 55 anni, di origini siciliane, era stato condannato all’ergastolo con isolamento diurno per tre anni, pena resa definitiva dalla Cassazione ad aprile dello scorso anno.

Tentativi di suicidio
Da allora, più volte aveva manifestato segni di insofferenza dietro le sbarre del carcere di Vigevano dove si trovava rinchiuso, e più volte avrebbe tentato il suicidio. In un’occasione avrebbe cercato di incendiare una cella e, in un’altra, di aggredire un detenuto.

Fatti culminati una decina di giorni fa nell’ennesimo tentativo di togliersi la vita stringendosi attorno al collo la maglia che indossava per impiccarsi. È caduto battendo violentemente la testa. Alla fine in ospedale non c’era stato nulla da fare.

Ma si sarebbe potuto evitare? Secondo il suo avvocato difensore Ermanno Gorpia, sì. Era in isolamento, aveva tentato più volte il suicidio e quindi necessitava di un costante piantonamento.

Inoltre, malato di Parkinson, era reduce da un’operazione non andata a buon fine: gli era stato installato un microchip nel tentativo di migliorare le sue condizioni, ma aveva contratto un’infezione. E gli era stata negata la scarcerazione chiesta in virtù del suo stato di salute.

Dramma a Poggioreale
Siamo giunti quindi al 26esimo suicidio. Ma poteva aggiungersi un altro ancora. Sempre nella giornata di mercoledì, questa volta nel carcere napoletano di Poggioreale, un 30enne calabrese ha usanto i lacci delle scarpe per costruirsi un cappio con il quale ha tentato il suicidio appendendosi per il collo alle inferriate della finestra della cella.

L’intervento, in extremis, degli agenti della Polizia penitenziaria ha evitato il peggio. A rendere noto l’episodio è stato il segretario provinciale Osapp Napoli Luigi Castaldo.

Il detenuto, un 30enne calabrese, prima di compiere l’insano gesto ha atteso che i suoi compagni di cella uscissero per andare al passeggio. «In molti definiscono Poggioreale un ‘ inferno, un mostro di cemento, – sottolinea il segretario provinciale Osapp – nel quale però lavorano tanti angeli in uniforme che, con tanta umanità, coordinati dal commissario capo Diglio operano in un contesto di disgrazie e sofferenze, dove spesso gesti estremi come quello di oggi vengono risolti in maniera encomiabile».

Però nel carcere di Poggioreale troppi sono i suicidi e alcuni decessi sono tuttora da chiarire. Come il caso di Claudio Volpe, morto nel carcere di Poggioreale all’età di 34 anni lo scorso 10 febbraio. È avvenuto dopo tre giorni di febbre alta e non ha mai convinto i parenti che da subito decisero di approfondire la vicenda. Nessuna indicazione però, sarebbe venuta dall’inchiesta dalla Procura di Napoli e dai risultati dell’autopsia. Cinque mesi di silenzio in cui ai dubbi si alterna lo sconforto.

 

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