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«Giorgio Barbieri non è mafioso», assolto il manager del caso Oliverio

L’imprenditore è indagato insieme al governatore calabrese in un'indagine parallela della Dda, ma la cassazione lo ha già definito vittima dei clan
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Giorgio Ottavio Barbieri non è un mafioso. A dirlo è il tribunale di Paola, che giovedì sera ha pronunciato una sentenza d’assoluzione nel processo “Frontiera” per il manager romano, finito al centro di più inchieste della Dda di Catanzaro perché considerato braccio imprenditoriale del clan Muto di Cetraro. Lo stesso manager attorno cui ruota l’operazione che ha inguaiato il presidente della Regione Calabria, Mario Oliverio.

Barbieri è stato assolto con formula piena, per non aver commesso il fatto, nonostante una richiesta di condanna a 11 anni di carcere. La Dda è infatti convinta che i rapporti tra Barbieri e Franco Muto, il “re del pesce”, fossero inquinati da interessi mafiosi. Rapporti che Riesame e Cassazione, nel valutare più volte le esigenze cautelari a carico dell’imprenditore, hanno però ribaltato: per i giudici, Barbieri sarebbe stato una vittima e non un complice della ‘ndrangheta.

E di questo, alla luce della sentenza, sembra essere convinto anche il tribunale di Paola. Che pur condannando Muto a sette anni e 10 mesi lo ha assolto dal reato di associazione mafiosa. Non sarebbe lui, dunque, il capo della cosca che spadroneggia sul tirreno cosentino. E Barbieri, a maggior ragione, non può essere un suo accolito. I loro rapporti verranno riscritti, almeno temporaneamente, con le motivazioni della sentenza, che arriveranno tra 90 giorni. E ciò potrebbe cambiare anche le sorti degli altri procedimenti che lo vedono coinvolto.

I rapporti tra l’imprenditore e Muto, scoperti proprio nel corso dell’indagine “Frontiera”, sono stati infatti usati dalla Dda di Catanzaro anche nel procedimento “Lande Desolate”, che coinvolge anche il governatore Oliverio, accusato di abuso d’ufficio e corruzione. Secondo questa indagine, Oliverio, pur consapevole dello stallo dei lavori per la realizzazione dell’impianto sciistico di Lorica – opera da 16,5 milioni – e «della incapacità tecnica e finanziaria del gruppo Barbieri» di rispettare l’obbligo di co- finanziare i lavori, avrebbe comunque disposto la liquidazione dell’intera cifra, «accollando, per intero, alla Regione Calabria il costo dei lavori» e adoperandosi «per lo stanziamento di ulteriori finanziamenti da destinare al gruppo Barbieri per i lavori in corso a Lorica». Barbieri avrebbe così omesso il versamento della quota a suo carico, con l’aggravante, secondo l’Antimafia, di aver agevolato la cosca Muto, alla quale avrebbe versato «circa 100mila euro l’anno», confluenti alla bacinella del clan.

Ma dopo tre mesi di obbligo di dimora, a marzo scorso, Oliverio è stato autorizzato a lasciare il suo paese, in quanto «indotto in errore – secondo la Cassazione, ndr – sulla reale consistenza delle opere eseguite e sull’osservanza degli impegni assunti dall’impresa Barbieri nell’esecuzione delle opere appaltate, perché raggirato dalle manovre fraudolenti» poste in essere da altri indagati, in accordo con l’impresa Barbieri. E i giudici avevano parlato di «chiaro pregiudizio accusatorio» in merito al ragionamento con il quale l’accusa avrebbe attribuito al politico la condivisione delle modalità fraudolente dietro il finanziamento di alcune importanti opere.

Secondo il procuratore aggiunto Vincenzo Luberto, che ha chiesto in aula la condanna dell’imprenditore, il rapporto tra Muto e Barbieri sarebbe servito a garantire al giovane manager l’aggiudicazione degli appalti più importanti della provincia di Cosenza, ovvero la realizzazione di Piazza Bilotti, dell’aviosuperficie di Scalea e degli impianti di Lorica. Ma sia il Riesame sia la Cassazione hanno più volte messo in dubbio la sua posizione, facendo cadere l’aggravante mafiosa in fase cautelare, così com’era già successo nelle indagini che avevano costituito il prologo di “Lande desolate”, ovvero “Cinque lustri” e “Cumbertazione”. Secondo quelle indagini, Barbieri non avrebbe subito le pressioni dei Muto, ma si sarebbe seduto al loro stesso tavolo, spostando fiumi di denaro verso le loro casse. E lo avrebbe fatto partecipando «all’organizzazione ‘ndranghetistica dei Muto».

Ma per i giudici chiamati a stabilire la stabilità delle esigenze cautelari, della sua partecipazione diretta al clan non ci sarebbe prova. Le conversazioni intercettate, per i giudici, dimostrerebbero come anzi l’imprenditore fosse stato sottoposto «a richieste estorsive sia da parte degli uomini del clan di Cosenza – si legge nelle motivazioni – sia da parte dello stesso clan Muto, del quale pure è accusato di essere uno dei partecipi». Richieste estorsive sulle quali «l’ordinanza impugnata tace». Ed era stata la stessa accusa, aveva evidenziato il Riesame, «a sostenere che non esistono elementi indiziari per comprovare che gli appalti di Lorica, Scalea e Piazza Bilotti siano stati ottenuti dal gruppo Barbieri mediante attività illecite o per effetto di ingerenze e pressioni provenienti dalla cosca Muto».

 

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