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L’humus storico del Csm e i frutti avvelenati dell’attivismo delle correnti

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L'humus storico del Csm. La novità dei giorni scorsi è che il dottor Luca Palamara - che il prossimo 2 di luglio dovrà difendersi davanti alla sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura
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L’humus storico del Csm. La novità dei giorni scorsi è che il dottor Luca Palamara – che il prossimo 2 di luglio dovrà difendersi davanti alla sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura – ha ricusato uno dei componenti, vale a dire il dottor Sebastiano Ardita, chiedendo perciò che venga sostituito. E ciò per il semplice motivo che Ardita, nel corso delle conversazioni notturne intercettate mentre Palamara discuteva in albergo con i suoi colleghi le vicende della poltrona di Procuratore capo di Roma, veniva a più riprese qualificato da Cosimo Ferri e anche da altri come un “talebano”.

Ora, non potendosi con certezza intendere cosa questo termine voglia significare, possiamo solo avanzare delle ipotesi. E la prima, e forse la più accreditata, è questa: che cioè Ardita sia – come pare siano i talebani – inflessibile, tutto d’un pezzo, non incline ai compromessi; e perciò tale da destare preoccupazione in chi, come Palamara, avrebbe invece bisogno di molta comprensione e spirito di collaborazione e partecipazione, allo scopo di rendere credibili e condivisibili le proprie difese.

Ora, a parte il fatto che una preoccupazione di questo tipo non pare possa porsi a fondamento di una istanza di ricusazione – tanto meno del dottor Ardita, conosciuto invece come persona dotata di grandissimo equilibrio, dote purtroppo non molto comune fra gli esseri umani e perciò neppure fra i magistrati – rimane una domanda: quali possono essere le difese di Palamara?

Ebbene, a titolo personale, ritengo che l’ex presidente dell’Anm possa e debba essere difeso, sol che si ponga mente alla realtà in cui egli è sempre professionalmente vissuto e si è sempre mosso.

Infatti, è impossibile, in quanto irreale, ritenere che il dottor Palamara abbia inventato di sana pianta il metodo di cui si è fatto interprete allo scopo di spartirsi i posti direttivi di Procure e Tribunali con gli esponenti delle altre correnti. Piuttosto, occorre riconoscere che egli, avendo oggi credo 50 anni, ed ipotizzando sia entrato in magistratura da circa vent’anni, si muova da circa due decenni in un medesimo brodo di coltura, fatto e tessuto appunto con i comportamenti suddetti. Intendo dire che Palamara, appena divenuto uditore giudiziario, avrà trovato davanti alla sua porta diversi colleghi più anziani che premevano perché egli si iscrivesse ad una corrente invece che ad un’altra, allo stesso modo di come è accaduto a tanti altri neo- magistrati.

Dopo aver ottenuto il suo assenso alla iscrizione, sarà poi toccato ai suoi nuovi associati di corrente mostrargli il percorso ordinariamente seguito per discutere ed assegnare specialmente i posti direttivi, vale a dire una logica di spartizione di poltrone che, nella contrapposizione fra le correnti, emula in tutto il confronto di carattere politico fra diversi partiti.

Insomma, Palamara, come gli altri magistrati attivisti di corrente, è stato prima un semplice discepolo e soltanto dopo è divenuto un professore, in senso metaforico, s’intende.

Sono stati prima i suoi colleghi a mostrargli come fare e perciò come spartirsi i posti e solo dopo aver imparato egli si è mosso di conseguenza.

Non solo. Ciò che Palamara faceva, insieme a lui lo facevano anche altri suoi colleghi, lo hanno fatto per anni e non risulta che costoro lo abbiano criticato o denunciato; al contrario, hanno collaborato con lui, propiziando gli esiti sperati e voluti.

Ecco perché Palamara merita almeno le attenuanti generiche, dovute al fatto che egli è nato e cresciuto professionalmente in un ambiente di questo tipo, e non l’ha certo inventato lui: forse egli credeva addirittura in buona fede che fosse cosa buona e giusta.

Si pensi che già a metà degli anni settanta, Salvatore Satta – insigne giurista e profondo scrittore – annotava che i magistrati avrebbero dovuto difendere la propria indipendenza da quel CSM che sulla carta avrebbe dovuto custodirla, ma che invece rappresentava per essa la più temibile minaccia, in quanto espressione delle correnti.

E allora, sorge la sgradevole impressione che troppe mani si siano oggi alzate per accusare Palamara; mani forse di coloro che – come notava Elias Canetti – si affrettano ad accusare altri al solo scopo di assolvere se stessi.

E invece bisogna ricordarlo chiaro e forte: solo chi è senza peccato può scagliare la prima pietra. Quanti saranno?

 

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