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Attesa per Carola. La procura: Libia porto sicuro?

La procura di Agrigento chiede il divieto di dimora per la comandante: «non ha agito in stato di necessità». Il Viminale prepara il decreto d’espulsione per la «criminale tedesca»
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Attesa per Carola. La manovra di attracco nel porto di Lampedusa non sarebbe avvenuta in stato di necessità, «perché c’era assistenza medica a bordo».

Ma le indagini su Carola Rackete, forse, sveleranno la verità che il ministro dell’Interno Matteo Salvini, da tempo, sostiene di avere in tasca: la natura dei rapporti tra le ong e i trafficanti di uomini in Libia.

Indagine parallela sulla Sea Watch

Verità che emergeranno dall’indagine parallela sull’altra accusa mossa alla capitana della Sea Watch 3, il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Ciò per comprendere come sia avvenuto il salvataggio dei 53 migranti presi a bordo dalla ong e se la Libia possa dirsi o meno un porto sicuro.

A comunicarlo, al termine dell’udienza di convalida dell’arresto di Rackete, è stato il procuratore capi di Agrigento, Luigi Patronaggio.

Il magistrato ha incontrato la stampa assieme all’aggiunto Salvatore Vella e alla sostituta Gloria Andreoli.

La decisione del gip arriverà solo questa mattina e per Rackete, dunque, ieri è stata la terza notte ai domiciliari.

Ma in caso di mancata convalida dell’arresto – la procura ha chiesto la sostituzione della misura con il divieto di dimora – Salvini ha già annunciato il pugno duro: «l’espulsione» per «la criminale tedesca».

La posizione della procura

Per Patronaggio, per evitare che le indagini vengano inquinate basterà tenere Rackete fuori dalla provincia di Agrigento.

Cioè fuori dai porti di Porto Empedocle, Agrigento e Lampedusa.

La richiesta di convalida riguarda soltanto due delle tre accuse:.

Gli atti di resistenza con violenza a nave da guerra ovvero la motovedetta della Guardia di Finanza che aveva intimato l’alt alla capitana ed è stata “schiacciata” contro la banchina – e il concorrente reato di resistenza a pubblico ufficiale.

Quella della Rackete sarebbe stata «una azzardata manovra» dopo essere stata ripetutamente intimata a fermarsi.

Una condotta valutata «come volontaria».

Così come la manovra effettuata con i motori laterali, «che ha prodotto lo schiacciamento della vedetta contro la banchina, fatto prodotto con coscienza e volontà».

Non c’era lo stato di necessità, dunque, perché la nave, ha spiegato il procuratore, era già attraccata alla fonda ed aveva ricevuto assistenza tecnica.

Ma diversa sarà la valutazione dello stato di necessità in relazione al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Ovvero per comprendere se soccorrere i migranti a largo della Libia fosse necessario.

«Lì andremo a verificare se i porti della Libia possono ritenersi porti sicuri o meno, se la zona sar libica è efficacemente presidiata dalle autorità della guardia costiera libica e le concrete modalità di effettuazione del salvataggio», ha sottolineato Patronaggio.

Ma sarà anche un’occasione per capire se la tesi del procuratore di Catania Carmelo Zuccaro, tanta cara a Salvini e M5s, sia fondata.

Ovvero se «ci sono stati contatti tra i trafficanti di esseri umani e la Sea Watch e se siano avvenuti in maniera fortuita o concertata».

Ed è a tale scopo che l’aggiunto Vella ha effettuato una perquisizione sulla ong nei giorni scorsi, per acquisire materiale probatorio su eventuali contatti tra trafficanti e componenti della Sea Watch, materiale ora coperto dal segreto istruttorio.

L’interrogatorio

L’udienza, ha spiegato Vella, si è svolta in un clima sereno e collaborativo.

Rackete «si è mostrata precisa e molto lucida nell’illustrare i fatti», spiegando di ritenere «sinceramente che i finanzieri si spostassero mentre si avvicinava, perché la sua manovra, per quanto avvenuta lentamente, era continua.

Cosa che è avvenuta solo negli ultimi secondi e che ha evitato conseguenze peggiori».

Un punto che la capitana ha chiarito in udienza. «Non volevo colpire la motovedetta della Guardia di Finanza, credevo che si spostasse e me la sono trovata davanti. Non era mia intenzione colpirli», ha spiegato.

Una donna «molto decisa», che si è scusata, ha sottolineato uno dei suoi legali, Alessandro Gamberini, che «si è assunta la responsabilità di entrare in porto perché lo staff medico le aveva detto che la situazione stava peggiorando a bordo».

Le sue richieste di aiuto, ha aggiunto, sono rimaste inascoltate, «i migranti a bordo meditavano forme di autolesionismo.

C’erano reazioni paranoiche collettive». Rackete, ha aggiunto l’altro legale, Leonardo Marino, «ha agito in uno stato di necessità e non aveva alcuna intenzione di usare violenza nei confronti degli uomini delle Fiamme Gialle».

Ordine di espulsione già pronto.

Ma la storia, in ogni caso, appare già scritta, dopo l’annuncio del ministro dell’Interno, Matteo Salvini, di un decreto d’espulsione già pronto per la capitana, ritenuta pericolosa per l’ordine e la sicurezza pubblica per «l’atto di guerra contro il nostro Paese».

Dalla giustizia, ha aggiunto, «mi aspetto pene severe per chi ha attentato alla vita di militari italiani e ha ignorato ripetutamente le nostre leggi.

Dagli altri paesi europei, Germania e Francia in primis, mi aspetto silenzio e rispetto.

In ogni caso, siamo comunque pronti ad espellere la ricca fuorilegge tedesca». Peché le parole di Patronaggio «sono chiarissime: la fuorilegge tedesca merita il carcere».

 

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