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Le tasse del ricchissimo 1% e il moderatismo che non c’è

La questione delle tasse è centrale nel dibattito politico ed economico, sia per la destra che per una sinistra liberale.
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La questione delle tasse è centrale nel dibattito politico ed economico, sia per la destra che per una sinistra liberale.

La differenza è che la destra sovranista articola una proposta – la flat tax o tassa piatta – anzi la carica di significati e di una valenza che alla prova dei fatti non avrà, Mentre, al contrario, la sinistra in Italia appare muta oppure oscilla tra proposte minimali e imposte patrimoniali.

Il dibattito politico in America, alla vigilia delle elezioni presidenziali, ci aiuta a capirne di più. E in aggiunta ci soccorre anche un volume assai stimolante di Gianmarco Ottaviano ( Geografia economica dell’Europa sovranista, Edizioni Laterza).

Negli Stati Uniti si assiste alla richiesta da parte degli ultra ricchi di versare più tasse, sulla base di un processo in atto da tempo di progressivo aumento delle diseguaglianze, per cui l’ 1 per cento della popolazione detiene ricchezze pari a quelle del 99 per cento del resto del Paese.

Gianmarco Ottaviano, nel volume citato, si sofferma su questo problema, aggiungendo il capitolo dei paradisi fiscali, che negli ultimi anni hanno ospitato circa l’ 8 per cento della ricchezza finanziaria mondiale. Senza dimenticare che, inoltre, più della metà dei profitti esteri delle imprese statunitensi è detenuta nei paradisi fiscali.

Questa situazione obiettiva è insostenibile.

Sia perché sottrae base imponibile a Paesi che fanno già fatica a far quadrare i conti pubblici, ma anche perché, scaricando dall’ 1 al 99 per cento della popolazione l’onere di finanziare gli investimenti e i servizi pubblici di quei Paesi, mina la credibilità del patto sociale di collaborazione tra élite e popolo alla base delle democrazie occidentali. In sostanza, l’ 1 per cento mangia, il 99 per cento paga il conto.

Questo “élitismo amorale” – secondo l’espressione di Ottaviano – toglie credibilità alle regole che promuovono quella collaborazione fra tutti i cittadini necessaria ad un armonioso sviluppo economico e sociale.

Da questa semplice osservazione, si può comprendere quanto oggi abbia poco senso parlare di moderatismo. Il moderatismo ha un valore connesso alla moderazione dei toni, non alla moderazione dei contenuti. Il moderatismo per avere successo deve coniugarsi alla radicalità delle scelte e del pensiero, almeno per chi intende cambiare realmente – e in meglio – il nostro Paese.

Ritornando al principio: la destra ha una sua ricetta, per quanto abborracciata essa sia. La risposta della sinistra non è pervenuta. Un nuovo partito di centro, moderato ma chiaro nelle sue proposte, secondo l’auspicio di Angelo Panebianco, dovrebbe saper riempire un vuoto.

 

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