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Di Matteo, la maginot dei pm contro le riforme punitive

Può rappresentare l'integrità morale che riscatta i danni delle altre correnti. Ma si confermerà autonomo se saprà creare il dialogo con l'avvocatura
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Di Matteo la maginot dei pm. Autonomia e Indipendenza, la corrente di Davigo, si prepara a raccogliere i frutti di un’immagine integra che il caso Palamara ha lasciato intatta.

Potrà farlo già alle elezioni suppletive per i due “seggi” lasciati vacanti, al Csm, dai pm dimissionari Spina e Lepre.

La candidatura di Di Matteo

Ma visto che si tratta pur sempre di una corrente, comunque riconducibile alle gravi disfunzioni emerse nell’associazionismo giudiziario, non avrebbe ottenuto il successo che già le si può pronosticare se non avesse scelto di candidare un indipendente quale sarà Nino Di Matteo.

Che ha confermato ieri la propria intenzione, anticipata dal Dubbio, di correre per diventare un componente del Consiglio superiore.

Sostenuto dal gruppo di “AeI” ma come «non iscritto» .

La strada segnata da Davigo e Ardita

Due anni fa Piercamillo Davigo e Sebastiano Ardita pubblicarono un libro- manifesto: Giustizialisti. Così la politica lega le mani alla magistratura.

L’epitome di una straordinaria e vincente incursione nella coscienza profonda dell’ordine giudiziario da parte della corrente fondata dai due pm, “Autonomia e indipendenza”.

Una corrente per rompere gli equilibri

Il gruppo era nato da un anno e mezzo, aveva già scombussolato gli equilibri elettorali dell’Anm e aveva l’ambizione di sedurre altri colleghi, soprattutto giovani, allarmati dalle bellicose riforme di Renzi ( vedi riduzione delle ferie) e ansiosi di un riscatto per via antipolitica.

Con la crociata indotta, contro il correntismo, dal caso Palamara, il gruppo di Davigo e Ardita pare poter raccogliere nuovi frutti dalla propria linea ultralegalitaria.

Rientro da vincitori

Intanto la componente di “AeI” ha scalzato “Magistratura indipendente” dalla giunta dell’Anm e vi ha fatto trionfale rientro dopo oltre un anno di “aventino”.

Ma proprio tale ultima circostanza aiuta a scorgere un rischio, per i “davighiani”.

Il loro gruppo è assolutamente estraneo ai traffici svelati dal trojan di Palamara ( anzi, lo stesso pm indagato a Perugia ha definito Ardita un “talebano”, a proposito della sua integrità morale) ma è pur sempre una corrente.

La necessità di un candidato indipendente

Ecco perché può valorizzare al meglio quanto emerso dal caso Csm solo attraverso candidati “indipendenti”, innanzitutto a Palazzo dei Marescialli.

E infatti ieri Nino Di Matteo ha confermato la notizia anticipata due giorni fa dal Dubbio: si candida alle suppletive del Csm ( indette per sostituire i due pm dimissionari Luigi Spina e Antonio Lepre) sostenuto proprio da “Autonomia e indipendenza”, ma come «non iscritto», ossia indipendente.

Lo ha dichiarato al Fatto nello stesso giorno in cui Repubblica ha confermato che la sua candidatura è stata invocata a furor di popolo dalla «base» di “AeI”.

La partita politico-giudiziaria

Con il probabile ingresso di Nino Di Matteo a Palazzo dei Marescialli si può riaprire anche la partita fra ordine giudiziario e politica, ora tutta sbilanciata in favore della seconda.

Di Matteo rappresenterà l’orgoglio di una magistratura silenziosa e stufa di lasciarsi rappresentare da chi, secondo la verità del sacro trojan, l’avrebbe infangata.

Sarà il riscatto antipolitico delle toghe. Se saprà gestire una simile arma, il gruppo di Davigo otterrà nel proprio ambito lo stesso straordinario esito conseguito dai cosiddetti populisti nella politica tout court.

Il baluardo dei pm

Con gli indipendenti come Di Matteo alla conquista del Csm sarà più difficile, per la politica, portare alle estreme conseguenze una stagione di riforme ritenute punitive dai magistrati.

Sarebbe più impervio il percorso di una riforma radicale dello stesso Csm, per esempio, perché le correnti avrebbero nel frattempo dimostrato che figure come Di Matteo possono rimediare alle degenerazioni.

Nessuno scioglimento del Csm

Ancora, sarebbe più difficile sciogliere l’attuale Consiglio superiore. Il presidente della Repubblica ha escluso l’opzione anche perché ora un nuovo plenum sarebbe scelto con le regole vecchie.

Il che autorizzerebbe a prevedere uno scioglimento anticipato una volta varata la riforma per l’elezione dei togati. Ma con il profilo da moralizzatore riconosciuto a Di Matteo, tenere le toghe nell’angolo dei loro presunti scandali sarà assai meno agevole.

Di Matteo e il Csm

Non sempre Di Matteo ha avuto un buon rapporto col Csm. Che nel 2015 gli preferì altri colleghi per la Procura nazionale antimafia.

L’anno dopo gli proposero la nomina straordinaria alla Dna come fuori organico: lui giustamente respinse l’omaggio e attese di conquistarsi l’ingresso a via Giulia con la domanda presentata, e finalmente accolta dal Csm, nel 2017.

Il suo essere “altro” dal solito Consiglio superiore deriva insomma anche da un filo di legittimo rancore.

Il rebus

Resta da decifrare un rebus. Di Matteo può contribuire a rinsaldare l’autonomia delle toghe.

Disinnescare almeno in parte il pericolo di riforme radicali. Riuscirebbe a preservare ancor meglio l’autonomia della giurisdizione se proponesse di individuare nell’avvocatura il solo equilibratore della magistratura, come suggerisce il presidente del Cnf Andrea Mascherin.

Solo che la corrente di Davigo è la più refrattaria al dialogo con gli avvocati. Se Di Matteo riuscisse a ribaltare lo schema e a perseguire l’ambizione di restituire orgoglio e indipendenza ai colleghi anche attraverso una difesa della giurisdizione in sinergia con la classe forense, la sua caratura di “indipendente” troverebbe la più autentica delle conferme.

 

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