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Scorsese racconta Dylan e l’America smarrita degli anni settanta

Netflix presenta “Rolling thunder revue” il docufilm del cineasta italo - americano sul grande cantante folk. Il regista mescola abilmente realtà e finzione, creando dei “fake” voluti e infilando nell’opera personaggi inesistenti: «solo con le maschere si può dire la verità»
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Oggi, dopo due o tre ‘ resurrezioni’, un premio Nobel, un tour che si prolunga da decenni, un numero ormai imprecisato di capolavori, pare impossibile, ma all’inizio del 1974 Bob Dylan, a 32 anni, era il più blasonato ‘ has been’ del mondo.

Salvo due o tre sporadiche apparizioni non saliva su un palco da quasi 8 anni, nei quali aveva fatto uscire appena 4 album, che per i ritmi dell’epoca era niente, neppure alla lontana paragonabili ai 6 capolavori che aveva piazzato a raffica tra il 1963 e il 1966. Nessuno aveva influenzato la musica più di lui, non c’era band che non avesse in repertorio qualche suo pezzo eppure le grandi canzoni che aveva nel cassetto, molte delle quali scritte nelle sessions segrete con la Band, nella cantina della casa di campagna, non potevano essere diffuse perché sarebbero apparse come i luminosi raggi di una stella morta.

Poi all’improvviso cambiò tutto: un album, Blood on the Tracks, che molti considerano a tutt’oggi il migliore di Dylan e che sarebbe stato anche più bello se Dylan avesse scelto le prime versioni di alcuni dei pezzi migliori, che invece sono arrivate sul mercato solo l’anno scorso, con il boxset More Blood, More Tracks, ma tanto già le conoscevano tutti grazie ai bootleg. Poi una tournée con la Band che sbancò i botteghini e riempì gli stadi d’America. A quel punto la casa discografica, constatò che Dylan era più vegeto che mai e si decise a fare uscire i magnifici Basement Tapes, incisi con la Band nel ‘ 67. Nel 1975 Bob Dylan era a tutti gli effetti il redivivo, tanto hot quanto una stella appena ascesa.

Decise, come d’abitudine, di spiazzare tutti invertendo la rotta rispetto ai grandi e trionfali concerti di massa del ‘ 74. Organizzò una nuova tournée, stavolta mettendo in calendario solo piazze piccole e teatri da tremila posti al massimo. Raccolse un gruppo di musicisti, scrittori e poeti e partì per la Rolling Thunder Revue.

Quei concerti, forse il momento migliore della lunghissima carriera di Dylan sul palco, sono oggi raccontati dal secondo docufilm che Martin Scorsese dedica a Dylan dopo l’insuperabile No Direction Home, del 2005. Per realizzare Rolling Thunder Revue: a Bob Dylan Story, uscito direttamente su Netflix da un paio di giorni. Scorsese non perde tempo a ricapitolare la vicenda. Fa invece emergere direttamente lo spirito della Rolling Thunder, il tentativo di ricreare l’atmosfera e il rapporto diretto col pubblico dei “Medicine Shows”, degli spettacoli ambulanti che avevano girato l’America nel secolo precedente Esalta l’informalità e l’improvvisazione che della Revue era la chiave. Dylan, con il viso coperto di cerone in stile kabuki oppure in maschera.

«Solo con la maschera si può dire la verità», commenta oggi e Scorsese tiene botta infilando nel film, come se avessero fatto parte anche loro dello show, personaggi inesistenti, tra cui Sharon Stone: maschere utili per raccontare la verità.

Al fianco di Dylan, Joan Baez, ritrovata dopo un decennio e scatenata in un ballo del quale chi mai l’avrebbe ritenuta capace. Gran ballerino, rivela Dylan e conferma il girato, era anche Allen Ginsberg, quasi il nume tutelare dello show, che però non potè salire sul palco perché i tempi stretti non lo consentivano. Così lui e Peter Orlovski rimasero in veste di inservienti tuttofare: caricavano e scaricavano i bagagli.

A dare il tono al concerto la chitarra glam del grande Mick Ronson, che sino a un paio d’anni prima era stato con Bowie l’anima degli Spiders from Mars, e il violino della sconosciuta Scarlett Rivera, che Dylan aveva sentito suonare per strada, e ingaggiato per le registrazioni di Desire, non ancora uscito all’epoca dei concerti, e poi aveva portato con sé nella Revue, in un ruolo meritato di primissimo piano.

C’era Sam Shepard, chiamato per scrivere la sceneggiatura di Renaldo e Clara, il film che Dylan stava girando contestualmente alla tournée: capì subito di non aver praticamente niente da fare dal momento che il musicista- regista improvvisava senza copione. C’erano Roger McGuinn dei Byrds, Bob Neuwirth, amico del cantante dai tempi della scena newyorchese di metà anni ‘ 60, Ramblin Jack Elliott, che si era fatto le ossa con Woody Guthrie e Joni Mitchell, arrivata come ospite di un solo concerto e poi rimasta in pianta stabile. Gelava il pubblico cantando solo pezzi nuovi e sconosciuti e nel film la si può vedere provare Coyote in un appartamento privato, con Dylan a offrire il supporto della ritmica.

Il film di Scorsese parla dell’America almeno tanto quanto di Bob Dylan, spesso citato, all’epoca, dal futuro presidente e grande fan Jimmy Carter. È l’America di metà anni ‘ 70, confusa e smarrita, piegata dalla sconfitta in Vietnam, da Watergate, dagli attentati contro i presidenti. La Revue partì da Plymouth, dove erano sbarcati i pellegrini del Mayflower, proseguì nel New England e in Canada, si fermò a Lowell, per consentire a Bob e Allen di leggere poesie sulla tomba di Jack Kerouac.

La Rolling Thunder Revue, per Martin Scorsese, era anche un viaggio rigeneratore all ricerca delle radici perdute dell’America. Legge in questa chiave anche l’impegno di Dylan, che nei concerti del 1975 raggiunse il picco, a favore della liberazione dell’ex pugile Rubin ‘ Hurricane’ Carter condannato ingiustament per triplice omicidio. A chi gli chiede il perché di quella campagna, e se si tratti di un ritorno alla protesta che aveva ispirato canzoni come Hattie Carroll, in scaletta in tutte le date della Revue, il cantante risponde secco: «È stata commessa un’ingiustizia». Nell’economia del film, cercare di porre concretamente riparo a un ingiustizia suona come la bussola per recuperare il senso di sé dimenticato dall’America di Nixon e del Vietnam.

Nel 1976 la Rolling Thunder riprese, stavolta negli stati del sud, ma la magia dei mesi precedenti non c’era più. Dal penultimo concerto del ‘ 76 Dylan trasse un mediocre album live. Per un cd tratto da concerto del 1975 bisognò aspettare il 2002 e poi il boxset appena pubblicato e composto da 14 cd che ripropone cinque concerti. «La Rolling Thunder? Ma è roba di 40 anni fa. Non ero neppure nato allora», esordisce Dylan nell’intervista inclusa da Scorsese nel film. Poi ritrova la memoria: «Fu un insuccesso in termini di profitto. Ma fu un’avventura, così per molti versi fu invece un grande successo».

 

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