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Il tribunale revoca l’ok alla visita, lui muore e la famiglia non lo vede

Rosario Allegra, uno dei cognati di Matteo Messina Denaro, era al 41 bis dal 5 maggio. L’avvocato Michele Capano, di Radicali italiani: «impediscono anche che i familiari si raccolgano nel pianto vicino al cadavere: sono punti di non ritorno nell’imbarbarimento del sistema detentivo»
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Era in imminente pericolo di vita al regime duro del carcere di Terni, per questo subito ricoverato d’urgenza all’ospedale, sempre in regime di 41 bis. I familiari sono riusciti ad ottenere un permesso speciale dal tribunale di Marsala per poterlo andare a trovare un’ora al giorno. Ma non hanno fatto in tempo a vederlo vivo.

Dopo una nota del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, infatti, il tribunale ha fatto dietrofront, ripristinando il colloquio di un’ora al mese. Parliamo di Rosario Allegra, uno dei cognati del super latitante Matteo Messina Denaro – arrestato ad aprile dell’anno scorso – e ristretto al 41 bis, in custodia cautelare, dal 5 maggio scorso.

Il detenuto, come detto, versava – così scrivono i medici – «in gravissime condizioni di salute irreversibile» e così il suo avvocato aveva presentato, il giorno dopo il ricovero, avvenuto il 23 maggio, istanza di revoca della misura o di autorizzazione almeno ad una visita – ulteriore rispetto a quella prevista per il mese successivo a norma di legge -, affinché incontrasse la moglie e i figli. Il motivo della richiesta era l’imminente pericolo di vita.

Il Tribunale di Marsala ha rigettato la richiesta di revoca della misura ma, visto che nel frattempo il detenuto iniziava a versare in condizioni terminali e si trovava in ospedale in stato praticamente di incoscienza, ha autorizzato la moglie e i due figli al colloquio di un’ora al giorno per vederlo in via straordinaria. Nell’occasione il Tribunale ha osservato che, se è vero che i detenuti in 41 bis possono usufruire di un solo colloquio al mese, è vera anche la previsione che, in caso di eccezionali circostanze, sia consentito di prolungare la durata del colloquio per i congiunti e conviventi.

Pertanto, ritenendo la veridicità del pericolo di vita, evidenziato dalle risultanze degli atti medici prodotti dalla difesa, il Tribunale di Marsala, in un’articolata e motivata ordinanza completa di richiami normativi all’ipotesi della eccezionalità, ha applicato la norma che consente il prolungamento dei colloqui almeno fino al mutamento dell’eccezionale urgenza e dell’imminente pericolo di vita. Per questo, il Tribunale ha autorizzato i colloqui supplementari giornalieri ai figli e alla moglie nel luogo di degenza. Questo è accaduto il 6 giugno scorso, dietro istanza del difensore. Lo stesso giorno il Dap scrive però una nota al Tribunale di Marsala e lo invita a rivisitare il provvedimento, segnalando che il ministro aveva già autorizzato un colloquio visivo «viste le gravi condizioni di salute, in cui versava».

Il tribunale di Marsala il 7 giugno ha recepito la nota e “melius re perpensa” ha revocato l’ordinanza del precedente 6 giugno, nella parte in cui aveva autorizzato per un’ora al giorno i colloqui con la moglie e i figli. Il tutto accade dietro la deduzione di un’attesa valutazione del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria sulla effettiva ricorrenza dell’ipotesi dell’imminente pericolo di vita. Ciò, anche se il paziente era in effetti “in imminente pericolo di vita”, come si evinceva dalle carte mediche, ed anche se necessitava di “supporto per tutte le funzionalità” secondo il bollettino clinico del 2 giugno dell’Azienda Ospedaliera di Terni – in possesso anche dell’Amministrazione del carcere.

In soldoni, nel giro di poche ore il tribunale ha revocato l’autorizzazione, prima concessa ai congiunti prossimi, di vedere un’ora al giorno il detenuto. Giovedì mattina, Rosario Allegra è morto e, almeno fino al pomeriggio i suoi figli – incensurati – non hanno potuto vederlo. Tutto questo – con tanto di documentazione – lo denuncia a Il Dubbio l’avvocato Michele Capano, componente del Comitato di Radicali Italiani.

«A parte la chiara e vergognosa sudditanza del potere giudiziario a quello esecutivo che il carteggio prova – spiega Capano -, è una questione che testimonia del degrado nella magistratura ben più che le vicende di Palamara & company: la prova di disumanità di una Repubblica che – dopo non avere consentito gli estremi conforti al moribondo – ha anche “trattenuto” la salma, evidentemente per non meglio precisate operazioni da compiere». Continua l’attivista dei Radicali Italiani: «In questa maniera impediscono anche che i familiari si raccolgano nel pianto vicino al cadavere: sono punti di non ritorno nell’imbarbarimento del sistema detentivo». E conclude: «Così viene meno ogni credibilità istituzionale nella lotta alla mafia e si guadagna consenso alla mafia».

 

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