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Onida: «Correnti dei giudici con i vizi dei partiti»

«C’è uno scarto ontologico fra l’elezione di un consigliere Csm e quella di un deputato: il primo non deve rispondere a chi l’ha votato». Parte da tale assunto, il presidente emerito della Corte costituzionale e arriva a individuare nel caso Csm le «tipiche degenerazioni dei gruppi di potere più opachi»
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C’è un equivoco. Di fondo. Riguarda l’analogia fra correnti e partiti politici. «Non esiste», dice con nettezza Valerio Onida, presidente emerito della Corte costituzionale e fatalmente scosso dallo spettacolo del caso Csm. «C’è uno scarto che si può definire ontologico, fra i principi che governano l’elezione dei componenti del Parlamento e quelli in base a cui si scelgono i componenti di un organo come il Csm: nel primo caso», spiega Onida, «c’è un legittimo rapporto politico fiduciario con gli elettori e con il partito di appartenenza, nel secondo caso il magistrato eletto nell’organo di governo autonomo non deve assolutamente rispondere a nessuno delle proprie scelte, quanto meno quando si tratta di scelte amministrative relative a singoli, come quando si sceglie il capo di un ufficio fra i candidati che presentano la loro domanda. L’eletto non deve rispondere ai magistrati dai quali è stato indicato. Lo stesso vale anche per i laici, che non devono affatto rispondere ai parlamentari che li hanno eletti e ai partiti da cui provengano».

Ora però siamo agli antipodi di una simile idea di neutralità.

È un fatto di malcostume. Non ci sono reati, è vero. Ma il malcostume sì. Le faccio un esempio.

Prego.

Se un uomo di governo deve compiere scelte delicate e, per approfondire ogni possibile aspetto, si consulta con dei tecnici, magari colleghi di partito o di gruppo, fa benissimo. Ma se il componente di una commissione di concorso discute delle scelte cui è chiamato con persone estranee, magari addirittura direttamente interessate all’esito di quel concorso, la sua condotta denota un malcostume.

È così.

L’incarico di dirigere, ad esempio, una Procura viene assegnato appunto con un concorso. Di questo si tratta. La scelta non può essere determinata da elementi personali o di appartenenza di gruppo: si tratta di individuare il magistrato più adatto, con le migliori capacità per ricoprire quel ruolo. Punto. E allora è mai pensabile che il consigliere Csm, in vista della scelta di un procuratore, ne discuta con ex colleghi ora parlamentari o addirittura con persone interessate a quella nomina in quanto chiamate a rispondere di accuse contestate proprio da quella Procura? Inoltre vorrei ricordare una cosa spesso sottovalutata, a proposito delle nomine deliberate al Csm.

Cosa?

Premesso che la scelta del magistrato più adatto va compiuta in base a criteri anche minuziosamente previsti dalla normativa, esiste, ed è istituzionalizzato, un passaggio in cui l’organo di autogoverno interagisce doverosamente, su ciascuna nomina, con un organo politico: è il concerto del ministro della Giustizia sulla proposta della commissione. Il ministro ha la responsabilità dei “servizi relativi alla giustizia”, come sancisce l’articolo 110 della Costituzione, dunque deve occuparsi dell’efficienza degli uffici giudiziari, e per questo è tenuto a dire la sua sulle indicazioni emerse in commissione. Ora, la Corte costituzionale ha chiarito che deve trattarsi di una interlocuzione vera, di un effettivo contributo motivato alla valutazione del Csm, anche se poi naturalmente quest’ultimo resta libero di scegliere nel caso di mancato concerto ministeriale. Mi chiedo come questo istituto di fatto funzioni. Ma questo rapporto con “la politica” non ha nulla a che fare con altre forme di “interlocuzione” come quelle di cui si è parlato in questi giorni.

Lei vede una degenerazione?

Mi chiedo cosa c’entri un deputato ex magistrato con la scelta di un procuratore. O cosa c’entri addirittura chi da quell’ufficio è indagato. Non si tratta di reati, ma di malcostume sì. Nella scelta di un capo di ufficio giudiziario, il consigliere del Csm deve essere non solo indipendente ma anche assolutamente imparziale. In quel momento è il giudice di un concorso, appunto.

Ma per rimettere ordine bisogna che i magistrati rinuncino alle correnti?

Le correnti hanno avuto un ruolo positivo per la formazione e la riflessione culturale sulla magistratura: basti pensare al congresso di Gardone del 1965, in cui si discusse in modo ampio e partecipato dell’atteggiamento del giudice dinanzi alla Costituzione. Il magistrato non è solo un tecnico, ma ha un ruolo, amministrare giustizia, di grande rilievo culturale e sociale. Da questo punto di vista l’esistenza di sedi associative e di riflessione è utile. Ma le cosiddette correnti non devono diventare gruppi di potere e comportarsi come tali.

Quindi?

Un gruppo associativo deve occuparsi di cultura della giurisdizione, non di negoziare nomine “a pacchetto”. Le scelte di nomina per la guida di una Procura o di un Tribunale non vanno fatte certo in base all’appartenenza e, tanto per essere chiari, neppure con riguardo agli orientamenti culturali del magistrato, ma solo in base alle sue capacità e attitudini direttive e organizzative.

È giusto riformare il sistema per eleggere i togati in modo da limitare il più possibile il peso delle correnti?

È necessario che l’elezione avvenga in modo che chi diventa consigliere del Csm non risponda delle sue scelte a un gruppo o a coloro che lo hanno votato. Certo, è plausibile e naturale che ogni componente, togato o laico, abbia i suoi orientamenti culturali e li esprima, per esempio, quando il Consiglio formula pareri su proposte di legge. Ma nelle scelte per gli incarichi da assegnare deve fare valutazioni solo sul merito, ispirate alla necessità che l’amministrazione della giustizia funzioni al meglio. Forse si potrebbe pensare perfino di trasferire parte dei compiti istruttori e di proposta a commissioni indipendenti anche con membri estranei al Csm, scelti in base alla loro consolidata esperienza e alla loro comprovata imparzialità. Come avviene per un concorso pubblico.

C’è il rischio di una magistratura delegittimata in modo analogo a quanto avvenuto per i partiti?

Il pericolo c’è. Ma si tratta di una delegittimazione paragonabile, più che a quella sofferta dai partiti, a certe prassi degenerative della politica.

Cioè al lobbismo?

Una lobby promuove determinati interessi, in modo esplicito e trasparente. Ma nei fatti emersi in questi giorni emergono modalità opache, interferenze indebite.

Alcune correnti evocano lo spettro di una nuova P2.

La loggia P2 vedeva dei collegamenti fra persone che esercitavano a vario titolo poteri diversi, e magari perseguivano fini comuni o comunque fini di potere. Qui non vedo alcuna “cupola” esterna: è piuttosto una vicenda interna alla magistratura. Bisogna intendersi sul fatto che il valore del governo autonomo della magistratura non è solo nell’indipendenza ma anche nell’imparzialità del modo di esercizio di queste funzioni di governo.

Crede che la magistratura ne possa uscire con le proprie sole forze o che debba cercare di farlo nel confronto con l’avvocatura e con la politica?

Se parliamo di modificare i criteri per l’elezione dei consiglieri, ciò richiede evidentemente l’azione del Parlamento, e non può essere certo compito riservato alla magistratura come una sorta di corpo separato. Il punto sta nel modo in cui si intende la designazione elettiva: non è un “mandato” politico. Si pensi al modo di elezione dei giudici della Corte costituzionale: non è che essi debbano rispondere, nelle loro scelte di giurisdizione costituzionale, ad attese o interessi di chi li ha eletti, siano essi il Parlamento o le alte magistrature o il Capo dello Stato.

Certo che no.

Bene, anche per il Csm deve essere così, non può esserci un “interesse” del loro elettorato a vederli agire in funzione di logiche di gruppo. Anzi, si dovrebbe eleggere consigliere un certo magistrato, ma anche un avvocato o un professore fra i laici, in vista della sua prevedibile capacità di essere imparziale quando concorre alle scelte affidate al Csm. La magistratura non può governarsi in base a logiche di appartenenza, anche se è vero che ciascun magistrato può legittimamente avere una propria visione culturale. L’avvocatura è un’altra cosa, con essa una interlocuzione è possibile e utile quando si discuta ad esempio del funzionamento di istituti processuali e di garanzie dei diritti. Ma la doverosa ricchezza e il pluralismo nella cultura della giurisdizione non deve aver nulla a che fare con logiche che trasfor-mino le correnti della magistratura in “partiti” politici che puntino a conquistare ed esercitare il potere nel governo dei magistrati.

 

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