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Il “killer delle carceri” è dentro da 50 anni ma fu arrestato per un furto di melanzane

La storia di Antonino Marano raccontata da Emma D’Aquino in “Ancora un giro di chiave”. Ha 75 anni, ha compiuto due omicidi, due tentati omicidi, condannato a due ergastoli, dal 2014 in libertà condizionale, ma sabato è stato rimesso in cella per detenzione di arma
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Sabato scorso ha varcato nuovamente i cancelli del carcere, ha 75 anni e ha già scontato quasi 50 di galera. Ma la sua è una storia particolare, perché era stato arrestato per piccoli reati, ma dietro le sbarre è diventato un vero e proprio criminale. «Le nostre carceri sono fabbriche di delinquenti» disse Filippo Turati, il padre del socialismo italiano. Una citazione che cristallizza proprio la storia del signore tratto in arresto il fine settimana scorso nella località di Giarre, in Sicilia.

Si chiama Antonino Marano, ed è uno dei “killer delle carceri”, protagonista di vari episodi che segnarono la cronaca criminale degli anni 80. Divenuto sicario di grosso spessore criminale e autore di vari gesti eclatanti, evase anche dal carcere di piazza Lanza di Catania, nel 1978, assieme ad altri tre complici. La sua storia è narrata dal libro uscito da qualche mese dal titolo “Ancora un giro di chiave” e l’autrice è la giornalista televisiva Emma D’Aquino. Un titolo profetico, perché, appunto, ha appena subito un altro giro di chiave.

È il 31 gennaio del 1965 quando Marano entra in carcere per aver rubato melanzane e peperoni, la ruota di un’Ape e una bicicletta. L’aveva rubata, racconta nel libro, «per andare a lavorare come manovale, non l’avessi mai fatto. Ci sono rimasto per un’eternità. La cella, la coabitazione coatta mi hanno trasformato. Dietro quelle sbarre le mie mani si sono macchiate di sangue e io sono diventato un assassino». Una volta, nel carcere di San Vittore, a Milano, assieme ad un suo complice, Marano urlò di essere in possesso di una bomba, e fece irruzione nella cella di Andraus per ucciderlo con un tubo della doccia che «avevamo staccato con le mani» per «assassinare un infame».

L’intervento degli agenti penitenziari bloccò il tentativo di omicidio. Durante il processo, in cui furono condannati a 17 anni di carcere ciascuno, i due non spiegarono ai giornalisti il movente: «Se Andraus fosse morto si poteva dire, ma purtroppo è vivo. Quando morirà ne riparleremo…».

Il 5 ottobre 1987, Marano e il complice Antonino Faro furono vittime di un attentato nell’aula della corte d’Assise di Milano: durante la requisitoria del pm Francesco Di Maggio, al processo Epaminonda, il detenuto Nuccio Miano esplose diversi colpi di pistola contro di loro, ferendo però per errore due carabinieri. Il tentativo di vendetta era arrivato un anno dopo. Il 7 novembre 1988, nell’aula bunker delle Vallette di Torino, si celebrava un processo- stralcio contro il clan dei catanesi, davanti alla corte d’Assise presieduta da Gustavo Zagrebelsky. Da una delle gabbie, Marano lanciò una bomba carta contro le celle in cui si trovano i fratelli Nuccio e Luigi “Jimmy” Miano. L’ordigno artigianale, realizzato con dell’esplosivo nascosto dentro un pacchetto di sigarette, colpì però una canaletta elettrica e un termosifone in ghisa, sventrato dall’esplosione.

Non aveva neanche un avvocato quando un giudice si occupa per la prima volta di lui: i furti vengono considerati «in continuazione», fanno cumulo, e lui si ritrova con una condanna a quasi undici anni. Entra ed esce di prigione fino al 13 giugno del 1973, quando varcando la soglia del penitenziario di Catania ha inizio il suo peregrinare, da nord a sud, per le patrie galere: da Pianosa a Voghera, da Alghero a Porto Azzurro fino a Palermo, spesso nelle sezioni di Alta Sicurezza. Il 22 maggio 2014, dopo quarantanove anni, due omicidi, due tentati omicidi e due condanne all’ergastolo, Nino Marano, il detenuto più longevo d’Italia per reati commessi in carcere, ha ottenuto la libertà condizionale.

Fino però ad arrivare a pochi giorni fa, quando, è stato tratto nuovamente in arresto dai carabinieri di Giarre con addosso una pistola ben oliata nella piccola tracolla che indossava: un colpo in canna, caricatore pieno, matricola abrasa. Pronta all’uso. Difficilmente una rapina, ritengono gli inquirenti. È più probabile che, invece, ci fosse in ballo un regolamento di conti di qualche genere da cui difendersi o da compiere. Ma questo ancora non si può sapere. L’unica cosa certa è che era entrato in carcere per un piccolo furto ed era uscito con alle spalle condanne per omicidi.

 

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