Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

«Quanto ci manca Bernardo Bertolucci, immenso cineasta e amico fraterno»

Mario Sesti presenta il docufilm “No end travelling”. «Nonostante fosse uno dei più grandi registi viventi, amato dalla nouvelle vague e con nove oscar, quando stavi con lui condivideva da pari i misteri del suo cinema»
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

L’ultimo incontro tra il regista, curatore e critico cinematografico Mario Sesti e il maestro Bernardo Bertolucci si era svolto in occasione delle riprese di una puntata di Cinecittà – I mestieri del cinema, un programma ideato da Sesti e prodotta da Massimiliano De Carolis. Alla scomparsa del maestro però, Sesti è tornato su quel materiale e sui suoi ultimi momenti con l’amico Bernardo per dare vita a Bernardo Bertolucci: No end travelling, al Festival di Cannes nella sezione-Classics.

Un ultimo incontro che è diventato un film?

Visto che Bertolucci è scomparso improvvisamente ho sentito il bisogno di rivedere questa intervista, ascoltarla e ho scoperto che c’era anche un mood suo fatto di passione, tenerezza, empatia e anche nostalgia insieme che trovo molto belle e che meritavano di stare in una puntata omaggio al maestro. Avendo avuto un rapporto continuativo con lui nel corso degli anni, per me era importante l’idea di poter conservare questo rapporto nel corso del tempo e registrarlo. Per altro Bertolucci dice il contrario nel film e cioè che tutto ciò che lui consegnava, appartenente alla sua memoria e al suo privato, gli consentiva di dimenticarlo, come se dando qualcosa al cinema, gli consentisse di dissolverlo. Questa è una delle cose più interessanti che mi ha detto nel film.

Spesso si dice che più un film è personale e più diventa universale per lo spettatore.

È una tecnica narrativa piuttosto consolidata, quella di farsi raccontare dall’apprendista. Naturalmente non so se sono all’altezza di questo artificio romanzesco ma l’idea era quella di trasmettere allo spettatore la gioia e la felicità di chi passa tante ore a parlare di cinema. La forza di questa intervista è che invece Bernardo, negli ultimi anni della sua vita ha scoperto in maniera molto importante la fragilità del corpo. Diceva che la macchina da presa ha una sensibilità maggiore di chi guarda dentro la macchina e secondo me, in quella inquadratura c’è questa cosa qui, la bellezza di essere ancora vivi, di aver avuto una vita piena, di aver fatto qualcosa e averla fatta bene, un cinema inimitabile che sopravviverà a lui ed a tutti noi. Nonostante fosse uno dei più grandi registi viventi, amato tantissimo dalla Nouvelle Vague e con 9 Oscar, quando stavi con lui condivideva con te questo mistero del suo cinema e in quel momento eravamo un po’ alla pari. Se il film riuscirà a trasmettere l’unicità di questo momento allora avrà fatto il suo lavoro.

 

Ultime News

Articoli Correlati