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Lucano torna a Riace per comizio e voto. Ma solo per tre ore (Il video)

Il sindaco sospeso, che si è candidato come consigliere, è tornato dopo sette mesi in paese ma solo dalle 22.30 alle 00.30, per la chiusura della campagna elettorale
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Tre ore o poco più, giusto il tempo di fare l’ultimo comizio per la sua lista e poi, due giorni dopo, per votare. Non un secondo in più è concesso a Mimmo Lucano, sindaco sospeso di Riace, che in quella terra dove ha amministrato per 15 anni non può metterci piede da ottobre scorso. Ci ha provato in tutti i modi, presentando decine di ricorsi. Ma alla fine l’unica concessione è stata quella del presidente del collegio del tribunale di Locri che lo giudicherà, Fulvio Accurso, che gli ha accordato tre ore, per ieri sera, per il suo comizio e il tempo necessario, domani, per recarsi a votare, senza nemmeno voltarsi indietro.

Gepostet von Comitato Undici Giugno am Freitag, 24. Mai 2019

Una richiesta alla quale Michele Permunian, il pm del processo che inizierà l’ 11 giugno, si era parzialmente opposto, riconoscendo sì il diritto al voto, ma non quello di arringare la piazza. Lucano è candidato alle comunali del suo paese nella lista “Il cielo sopra Riace”, capitanata da Maria Spanò, a suo fianco nella precedente amministrazione e anch’essa coinvolta nell’inchiesta “Xenia”. Le accuse contestate dalla procura di Locri a circa 30 imputati sono, a vario titolo, associazione a delinquere, truffa, abuso d’ufficio, peculato, concussione, frode in pubbliche forniture, falso e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Accuse messe fortemente in discussione dal gip che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare, che aveva ritenuto fondate le esigenze cautelari solo per le accuse di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e per la frode, evidenziando comunque «i fini umanitari» nell’azione di Lucano.

Secondo Accurso, «al fine di contemperare le esigenze cautelari» con «l’esercizio – costituzionalmente garantito – del diritto di elettorato passivo, Lucano» può «essere autorizzato a prendere parte al comizio, seppure per un periodo massimo di tre ore», tempo considerato «sufficientemente congruo a realizzare le finalità sottese al comizio stesso». E per quanto riguarda la possibilità di votare, «questo collegio ritiene di poter concedere la predetta autorizzazione nella misura strettamente necessaria al tempo di procedere al voto, senza intrattenersi oltre».

Inizialmente il giudice lo aveva autorizzato a recarsi a Riace dalle 18 alle 21, tempo che, però, non coincideva con quello del comizio della sua lista, fissato alle 22.45. «Avevamo chiesto l’autorizzazione dalle 18 alle 24, perché, da sorteggio, la mia lista è l’ultima a fare il comizio – aveva commentato nell’immediatezza Lucano al Dubbio – Ormai devo accettare tutto, ma ho il cuore mortificato, mi sento trattato come un pericoloso terrorista».

I legali del sindaco sospeso si sono subito precipitati in tribunale, depositando in cancelleria una nuova richiesta. E così, alla fine, sono riusciti ad ottenere uno slittamento, dalle 22.30 a mezzanotte e trenta. «Almeno ho più tempo – ha detto sollevato Lucano – Voglio guardare negli occhi la gente, voglio sentire la la vicinanza delle persone che mi stanno intorno e dialogare con loro».

A Riace, Lucano, non mette piede dal 16 ottobre, giorno in cui il tribunale del Riesame di Reggio Calabria ha annullato gli arresti domiciliari, spedendolo, però fuori dai confini del suo paese, temendo che la permanenza nel Comune da lui amministrato potesse dar luogo a nuovi reati. Da quel giorno, gli avvocati /di Lucano hanno presentato più volte richieste al gip e ricorsi in Cassazione e al Riesame. Da un lato, secondo la Suprema Corte non ci sarebbero indizi di comportamenti illegali e le esigenze cautelari si poggerebbero su circostanze «irrilevanti». Dall’altro il Tdl, rivalutando gli atti, gli ha impedito ancora una volta di mettere piede a Riace, per via «dell’asserita protervia nel piegare le sue funzioni al perseguimento di interessi tutt’altro che pubblici e nella sua evidente capacità di dominare e farla da padrone all’interno dell’ente pubblico».

 

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