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Il pm Palazzi: «Quella legge va bene, chi è onesto non ha nulla da temere»

Il sostituto procuratore: «Non è certo il controllo della legalità che ferma lo sviluppo, ma è l’illegalità, che avvelena i pozzi e distorce le regole dell’economia e del vivere civile»
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Pensare che l’esistenza del reato di abuso d’ufficio blocchi l’amministrazione pubblica «è un mito da sfatare». A dirlo è Mario Palazzi, sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma, secondo cui le vere soluzioni ai problemi sono «norme di qualità e un uso non abulico del sistema disciplinare e dei controlli interni» .

Dottore, davvero contestare l’abuso d’ufficio significa bloccare il Paese?

No, affatto. Non è il controllo di legalità che ferma lo sviluppo, ma l’illegalità che avvelena i pozzi e distorce le regole dell’economia e del vivere civile. I pm agiscono solo in presenza di elementi concreti e non è certo una eventuale acquisizione di atti, per verificare la fondatezza o meno della denuncia, per giustificare uno stallo delle procedure. La magistratura si assume la responsabilità di agire con criterio e professionalità nello svolgere gli approfondimenti necessari, in presenza di una denuncia non palesemente infondata, lo stesso devono fare i pubblici ufficiali nel loro settore, se hanno agito con imparzialità non hanno nulla da temere.

Perché non è una buona idea abolirlo?

Perché la norma è tutt’altro che evanescente, anzi, pretende parametri piuttosto stringenti. Non a caso è il frutto di due riforme, nel 1990 e nel 1997, che ne hanno ristretto grandemente l’ampiezza – semmai con qualche complicazione in tema di dolo intenzionale – ed assolutamente in linea tanto con la Carta costituzionale, come ha più volte affermato la Corte, quanto con le convenzioni internazionali. E poi perché, molto spesso, è un reato spia di condotte più gravi. Quando il pubblico ufficiale viola la legge per avvantaggiare qualcuno è molto probabile che lo faccia per un interesse personale, per una controprestazione che qualificherà il fatto stesso come una corruzione.

I numeri delle denunce sono alti?

Certo, ma le denunce vengono rigidamente vagliate dalla Procura e l’ufficio si assume l’onere di agire sempre con la dovuta cautela, proprio per distinguere una notizia circostanziata da un esposto presentato palesemente per altri fini.

Qual è l’esito di questi procedimenti?

A fronte di centinaia di procedimenti inizialmente qualificati come abusi, con le opportune indagini, non sono pochi i casi che si trasformano in accertamenti di fatti di corruzione. Vagliamo con assoluto rigore le contestazioni di abuso d’ufficio, che portiamo a dibattimento nei soli casi in cui è chiara la violazione di legge o regolamento ed è riscontrabile innanzi al giudice la volontà distorsiva, da parte dell’imputato, delle sue pubbliche funzioni. Sono relativamente pochi i casi in dibattimento proprio perché vi è un vaglio rigoroso, quando però gli elementi raccolti depongono per un uso distorto dei pubblici poteri, con conseguente danno per la collettività, a me pare non si possa revocare in dubbio la necessità di una sanzione penale.

Qual è il vero problema, allora?

Credo comunque, se posso azzardare una generalizzazione, che la pubblica amministrazione debba, da un lato, riacquistare l’orgoglio e la consapevolezza del proprio ruolo istituzionale, dall’altro fare un uso non abulico del sistema dei controlli e di quello disciplinare, migliorando ancor più gli standard di efficienza e trasparenza. Il sistema di prevenzione della corruzione è una buona strada ma non l’unica. Non dobbiamo essere lasciati soli nel controllo della legalità.

Dove bisogna agire?

Per rimanere nel “fuoco” dell’abuso d’ufficio a me sembra che uno dei problemi principali rimanga l’intelligibilità delle norme che regolano l’agire della pubblica amministrazione. Negli ultimi anni, la prima violazione che ho osservato, da giurista, è quella delle regole per la qualità delle regole. Spesso l’inutile complessità, la caotica sovrapposizione di fonti normative, la scarsa razionalità della normazione genera interpretazioni malevoli ed oscillanti e scuse maliziose di stasi nei procedimenti, che magari possono essere vinte solo con una sollecitazione, un presente, in termini brutali, una tangente. Togliere l’occasione con prassi chiare e trasparenti sarebbe una prevenzione efficace ed una scrematura dei procedimenti portati alla nostra attenzione.

 

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