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Giorello: «Salviamo la libertà del pensiero scomodo»

Parla il filosofo: «la democrazia diretta basata sulla rete, e sugli algoritmi, è una falsa democrazia. Il consenso va bene ma va costruito attraverso il confronto»
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L’appannamento, se non addirittura la scomparsa del senso critico. E’ questo il pericolo che Giulio Giorello – filosofo, accademico ed epistemologo come lo definiscono le enciclopedie digitali – o più semplicemente ( ma significativamente) un pensatore che ama giocare il gioco della scienza – vede nell’uso incontrollato delle nuove tecnologie informatiche e digitali. Non è la Tecnica che sopravanza, annullandolo, l’Uomo. Ad essere minacciata è la coscienza critica, la capacità di dispiegare le sfumature del pensiero, il ventaglio delle opinioni possibili e dei diversi approcci alla comprensione della realtà.

«E’ evidente – esordisce – che ogni grande mutamento tecnologico comporta conquiste e al tempo stesso determina delle perdite. Un principio che si applica anche allo sviluppo recente delle tecnologie informatiche, di quello dei computer e del potenziamento e velocizzazione delle capacità di calcolo. A prima vista uno potrebbe dire: siamo fortunati, oggi ricorrendo all’apparato “macchine”, possiamo risolvere tanti problemi che un tempo l’uomo non avrebbe potuto trattare. In questo senso siamo alle prese con l’opportunità di un indiscutibile vantaggio.

Sto aspettando il però, professore…

Beh diciamo che nonostante le frontiere che si aprono alcuni temono che lo sviluppo delle nuove tecnologie comporti, come è stato sottolineato, una diminuzione del nostro senso critico. E’ un problema che sussiste. Lo dico in maniera molto semplice: ok all’utilizzo di tecnologie che ci permettono comunicazioni molto rapide; il punto è che queste tecnologie talvolta vengono utilizzate soltanto con coloro che la pensano come noi.

E questo è un limite, senza dubbio.

Se infatti c’è stata una ragione per cui la cultura europea è stata così importante e significativa essa non va cercata nel fatto che gli europei sono più intelligenti di altre popolazioni bensì perché l’Europa, anche con fatica, si è abituata a far proliferare opinioni divergenti ed ha lasciato spazio al dissenso assai più di altre società. Sotto questo profilo, la varietà dei modi di considerare il mondo, nel senso più ampio del termine, è stata la specificità fondamentale che ha decretato il successo della cultura europea.

Ma in che maniera avverrebbe questa perdita del senso critico da parte delle persone? In altri termini: che colpa hanno le macchine se sopravanzano le capacità dell’uomo di approcciare i problemi?

Ci arrivo. Intanto dobbiamo essere consapevoli che il rischio che corriamo è quello che ho esposto. La perdita del senso critico, o almeno la sua attenuazione, dipende da molti fattori che interagiscono. In primo luogo esiste una tendenza diciamo così “demografica” ad andare a cercare rapporti solo con quelli che hanno le nostre stesse idee ed invece allontanare ogni forma di pensiero “scomodo”. Un atteggiamento che mi sembra assai diffuso.

In secondo luogo bisogna tener conto che attraverso questa tipologia di forme di comunicazione che, ripeto, hanno elementi indiscutibilmente positivi, si schiude la possibilità di controllo e pressione dei gusti individuali. Il che inevitabilmente spalanca praterie a meccanismi che indirizzano verso un maggiore conformismo. E’ su questi punti che a mio parere bisogna essere molto attenti. Perché il maggiore conformismo alla fine rischia di spegnere il piacere di pensare diversamente rispetto alla costellazione delle opinioni più comuni e più diffuse.

Molto chiaro. Provo a ridefinirla così: ormai Internet ha plasmato il nostro modo di vivere e comunicare e i Social ne sono l’espressione più piena. Siamo sottoposti alla dittatura suadente degli algoritmi: sanno tutto di noi e noi niente di loro. Dove ci porterà questa condizione?

Sono d’accordo. L’algoritmo sa molto di noi mentre sappiamo su noi stessi molte meno cose di lui. Emergono svariate posizioni nel mondo scientifico e filosofico che criticano questa situazione. Le condivido ma al tempo stesso ritengo che faranno molta fatica ad emergere, a diventare patrimonio comune. Proprio perché si pongono in posizione diversa – e magari opposta – ri- spetto al conformismo di cui parlavo prima. Recentemente è stato pubblicato da Donzelli un libro di Michele Mezza, a cui ho scritto alcune pagine di prefazione, intitolato Algoritmi di libertà.

Un bel titolo, certo. Però la domanda è semplice: è possibile? E’ possibile pensare ad algoritmi di quel genere?

Sì o no, professore?

Io penso di sì. Ma penso anche che sia molto difficile. Il che non è certo una buona ragione per interrompere lo sviluppo tecnologico nella direzione di cui stiamo parlando. Per capirci, faccio mia una vecchia battuta di Baruch Spinoza, il quale nella parte finale della sua Etica dice: «Le cose eccellenti sono tanto difficili quanto rare».

Di conseguenza non esiste una buona ragione per non impegnarsi in imprese che richiedono grande impegno, mettendo in conto però che lo sforzo necessario sarà grande. E non tutti sono disposti a muoversi in una direzione così complicata. Perché la posizione critica è complicata, scomoda. Che può anche portare a dissapori non solo nella vita intellettuale ma anche in quella pratica, nell’esistenza quotidiana. Mantenere una posizione critica è difficile: così va letta l’affermazione di Spinoza. Una difficoltà del genere dovrebbe essere vissuta come una sorta di sfida, un qualcosa che ci tenti intellettualmente. Ed anche emotivamente.

Emotivamente, dice? In che senso? La Tecnica può provocare emozioni? E chi le controlla?

Io penso che non dobbiamo avere paura delle emozioni. Alcune di esse contribuiscono a rendere più interessante la nostra vita. Il nostro atteggiamento ideale non può essere improntato solo all’esaltazione dell’intelligenza. Bisogna tener conto allo stesso modo “dei nostri migliori affetti”, sentimenti che accompagnano l’intelligenza.

Professore, la critica che viene rivolta a chi paventa i pericoli della tecnologia è di assumere atteggiamenti antimodernisti. Condivide?

Credo che a questa domanda debba rispondere la coscienza di ciascuno a seconda dei propri interessi, delle proprie emozioni, delle proprie ragionevoli speranze. Dico ragionevoli. Non penso cioè a speranze di cambiare del tutto l’ambiente in cui viviamo. Anche perché questo ambiente non l’abbiamo scelto noi: ci siamo caduti dentro. E’ un punto importante che non va dimenticato. Per quanto siano forti alcune nostre scelte, c’è sempre qualcosa più forte di noi. Anche qui ci soccorre Spinoza: l’essere umano si ritrova più forte nella società degli altri uomini che in uno stato di natura, dove agisce da solo.

La ragione sta nella forza che può avere una comunità umana, ma questa non può essere costruita cancellando le differenze o eliminando il piacere di dissentire.

Si tratta di trovare un equilibrio tra quella che è la nostra tendenza a sentirci più protetti all’interno di una comunità e l’affermazione delle nostre individualità specifiche. Ossia di ciò che ci rende più felici nell’esprimere noi stessi. La difficoltà di ottenere questo equilibrio sta nel rischio che da un lato si cada nel conformismo e nell’altro in un esercizio di superbia.

Non è una questione che si possa risolvere con una formula. Si può risolvere invece lavorando in mezzo a tante difficoltà e perciò con un altro rischio di sbagliare. Io ammiro potentemente una serie di tecnologie di cui ci serviamo nella nostra vita quotidiana, ma appunto vale se ce ne serviamo, non se siamo costretti a soggiacervi.

Insomma c’è un senso di indipendenza personale, di autonomia, che va difeso e salvaguardato. E’ davvero così difficile, professore?

Le racconto un episodio. Sere fa ero a Crema ad un convegno di filosofia. Ad un certo punto mi hanno fatto vedere una serie di pensieri scritti su foglietti da ragazzi portatori di handicap di vario tipo, fisico o intellettivo. Una frase mi ha colpito: “La vera felicità per noi è la libertà”. E’ una lezione importante: per me è da qui che dobbiamo partire. Senza dover immaginare un’etica uguale per tutti. Altrimenti finiamo come quel professore, democratico e progressista, che per dimostrare queste sue qualità entra in classe e dice ai suoi allievi: disobbeditemi. Se lo fanno, ubbidiscono. Se non lo fanno, contravvengono all’ordine. E’ una di quelle classiche antinomie che costellano la nostra vita quotidiana e ce le ritroviamo anche laddove meno ce le aspetteremmo.

Ecco, professore, a proposito di antinomie. Ci sono tentativi di usare le nuove tecnologie, in particolare la Rete, per costruire meccanismi di raccolta del consenso che sostituiscano gli strumenti classici della democrazia delegata. E’ un’opportunità o un pericolo?

Senz’altro un pericolo. Una società basata su simili sistemi sarebbe una falsa democrazia. Non dimentichiamoci che la conquista di libertà democratiche, in Europa come nel resto del mondo, è stata lunga, faticosa, sanguinosa. Gli Usa sono nati da una rivoluzione, da una guerra di indipendenza dall’Inghilterra. Il consenso va benissimo ma va costruito attraverso il dissenso, questo il punto.

Quella democrazia lì, imperniata e dominata dalla Rete, più che un sogno mi appare un incubo. E agli incubi bisogna sapersi ribellare. Lo so che è difficile, perché quando ci si ribella a qualcosa si vive una lacerazione. Però io ritengo che dobbiamo rivolgerci con coraggio nei riguardi di questo tipo di lacerazioni e non averne paura.

Perché la paura fa paura, vero professore?

Diciamo che la paura è un pessimo materiale da costruzione.

 

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