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Lauda, il campione nel mito: «Non l’ho mai lasciata da sola, nemmeno per un attimo, la mia Ferrari»

Le confessioni di Niki, morto a 70 anni. Ingranaggi, pistoni due mogli, un’amante e cinque figli il campione è morto in svizzera otto mesi dopo in trapianto ai polmoni
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Tanti uomini hanno il tarlo del sesso e lo accoppiano alla carriera e al potere, e da quel miscuglio non sai mai cosa ne può uscire. Soldi, notorietà, matrimoni, mogli e amanti, divorzi, figli e figliastri, felicità e tristezze, debiti e pensieri. Vite non normali, che la normalità mica esiste, ma diciamo esistenze comuni. Chi più chi meno, dentro e fuori dagli schemi.

Niki Lauda era diverso. E’ quella diversità che spesso fa la differenza tra l’uomo capace di scrivere la sua storia e di renderla unica, e chi non svetta. Certo, essere freddi e calcolatori non sempre ti fa raggiungere vette di empatia, ma la determinazione quella sì può aiutare parecchio a dirigere la tua vita sul sentiero che cocciutamente hai scelto di percorrere. A sentirlo raccontare di sé uno psicologo avrebbe avuto pochi dubbi: «Le corse vengono prima del sesso», ha confessato il pilota che era in lui. «Sono stato con tante donne, nessuna mi ha fatto sbandare davvero. Ho sposato Marlene, bella ragazza, tipa in gamba, vi racconto la cerimonia: ho chiesto un’ora di permesso alla Ferrari, mi sono sposato, sono tornato al circuito. Stop. Io e Marlene siamo stati insieme 20 anni, due figli, un matrimonio tranquillo. Vabbè, mentre stavo con lei ho fatto un figlio con un’altra, ma l’ho riconosciuto, tutto in regola».

«Per il mio secondo matrimonio ho fatto le cose in grande: la cerimonia in comune è durata quattro minuti». Pure la nostra, se è per questo, che la laicità è sbrigativa. Alla fine due mogli, un’amante, cinque figli di cui due gemelli. Di tanto scientifico cinismo, però, non c’è traccia nell’addio che ieri la famiglia Lauda ha consegnato ai media per salutare marito, papà e nonno Niki, «atleta e imprenditore indimenticabile», uomo d’azione, pieno di schiettezza e coraggio, «un modello e un punto di riferimento per tutti noi, era un marito amorevole e premuroso, un padre e nonno lontano dal pubblico, e ci mancherà».

Morire a 70 anni quando sei già nella leggenda sembra quasi una diminutio, che le leggende per definizione sono oltre la morte. Otto mesi prima il trapianto del polmone aveva dato speranza, dopo quello del rene, donato prima dal fratello (ma rigettato) e poi dalla seconda moglie, nel 2005. Polmone e reni probabilmente compromessi in quel 1° agosto del lontano 1976, al Nurbungring, quando la Ferrari si incendiò e lui respirò fuoco, fumo, esalazioni di benzina e anche l’alito fetido della morte. Un miracolo lo salvò, insieme ad Arturo Merzario, avversario più che amico: lo tirò via dalle fiamme, il volto ustionato, tranne i suoi dentoni da coniglio.

Quarantadue giorni dopo l’incidente tornò in pista al Gran Premio d’Italia, mentre sotto al casco le ferite ancora poco rimarginate continuavano a buttare sangue. Perse il mondiale per un solo punto, lasciandolo a quel lussurioso di James Hunt, e per un maxi diluvio. «Noi piloti siamo gente strana, nasciamo con questa febbre, questa smania addosso. Pensiamo solo alle corse, alle macchine. I motori non hanno un cervello, il pilota sì, non dimenticatevelo mai. Quando sei al volante, dipende tutto da te, perché sei solo. Tieni le chiappe salde sul sedile, tasta i tuoi limiti, devi sentire la velocità, possedere la macchina, averne il controllo. Stare ore con lei, a perfezionarla, curarla: sapete che sono pure un meccanico? Io li amo sul serio, questi bolidi, la mia macchina non la lasciavo mai sola, sulla pista e fuori».

La sua vera moglie. Non si diventa tre volte campioni del mondo senza questo ardore e senza sfidare la famiglia. Era nato ricco. «Mio nonno era un banchiere, mio padre pure, e io a 15 anni volevo solo una cosa: sbancare la Formula Uno. Già lo sapevo, che sarei diventato il migliore, il più forte. I miei non erano d’accordo: mi dissero che se non finivo la scuola, prendevo una laurea e seguivo le loro orme, non avrei visto un centesimo. Sapete com’è andata a finire? Non m’hanno dato un soldo, ma sono diventato tre volte campione del mondo di Formula Uno».

Così si è raccontato, parola più parola meno. Gli sarebbe piaciuto essere un pilota di oggi: avrebbe guadagnato di più, «soprattutto avrei ancora le mie orecchie». Per correre aveva chiesto soldi a tutti tranne che agli usurai, fatto debiti con le banche, assicurazioni sulla vita. «Quando ho firmato il contratto con la Ferrari, ero contento perché con quei soldi avrei ripianato i debiti. Ve lo confesso, per i debiti ho pensato quasi al suicidio: c’è stato un periodo dove tutto andava storto, guidavo catorci, non finivo le gare, per arrivare in Formula Uno ho fatto la gavetta più dura, un anno ho corso in due categorie diverse contemporaneamente. Conoscete qualcuno più fissato di me?».

Soprannominato “il computer”, perché preciso, metodico, freddo, apparentemente senza emozioni. «Dopo l’incidente i medici mi davano per spacciato, un prete mi ha dato l’estrema unzione, ma sapete una cosa: mentre ero intubato, attaccato ai macchinari, io  “sentivo”. Ero cosciente, intorno a me invocavano un miracolo. Il Dio dei motori mi ha protetto. O forse è stata la mia ostinazione, la mia rabbia a farmi risvegliare».

Lauda tornò in pista fregandosene del look. Usò la chirurgia estetica solo per rifarsi palpebre e sopracciglia per vedere meglio la pista. «Io non sono mai stato con una donna rifatta, mi fanno impressione. Adesso mi tocca sfidare un polmone nuovo, ma ho già avuto la meglio su due trapianti di reni: il primo me l’ha donato mio fratello, e l’ho rigettato, il secondo Birgit, una donna che mi ha salvato, e che ho sposato». Che siano state esattamente le sue parole non si sa. La leggenda sui media ingigantisce sempre aggettivi e frasi, sollecita le fantasie, dilata e celebra. Ma quello che è successo sta scritto nella storia di un pilota- meccanico ineguagliabile, che ha sfidato gli ingranaggi, i pistoni, il destino e ha vinto.

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