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Giovanni Falcone parlò di mafia- appalti un anno prima di morire

Nell’archivio di Radio Radicale la registrazione di un convegno del 15 marzo 1991, a un mese di distanza dal deposito del dossier dei ros. Il giudice: «è molto più grave di come appare. È illusorio pensare che imprese appartenenti ad altre attività rimangano immuni da certi tipi di collegamenti»
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«Si potrebbe dire che abbiamo fatto dei tipi di indagini a campione, da cui si può dedurre con attendibilità un certo tipo di condizionamento, ma l’indagine, di cui mi sono occupato a Palermo, mi induce a ritenere che la situazione sia molto più grave di quello che appare all’esterno». È Giovanni Falcone che parla e lo dice in un convegno dedicato alla criminalità e appalti organizzato il 15 marzo del 1991 presso Castel Utveggio sul monte Pellegrino a Palermo.

Esattamente a un mese di distanza da quando depositò nella cassaforte della Procura di Palermo il dossier mafia- appalti redatto dagli ex Ros Giuseppe De Donno e Mario Mori. Lo fece due giorni prima di abbandonare la Procura per andare a lavorare al ministero della Giustizia. Il giudice Giovanni Falcone, dilaniato dal tritolo il 23 maggio del ’ 92 a Capaci, ha precisato durante questo convegno che non può entrare nei dettagli, ma qualcosa però lo anticipa. Il convegno, in futuro poco preso in considerazione, è reperibile nel prezioso e immenso archivio di Radio Radicale, che rischia di scomparire. Un documento importante perché Falcone, dopo vari passaggi tecnici sul nuovo codice di procedura penale appena varato e specificando l’importanza del condizionamento mafioso negli appalti – dove interessate non sono solo le aziende locali, ma anche quelle nazionali, ha tenuto a precisare il magistrato – ha così concluso: «Io credo che la materia dei pubblici appalti è la più importante perché è quella che consente di far emergere come una vera e propria cartina di tornasole quel connubio, quell’ibrido intreccio tra mafia, imprenditoria e politica in termini di condizionamento della prima sulle seconde nell’ambito dei pubblici finanziamenti».

Non di Gladio, non di “entità” non meglio definite: Falcone parla delle cose che si toccano con mano. L’argomento che scotta di più, quello che è «molto più grave di come appare», è quello sulla mafia e gli appalti, dove c’è «una indistinzione – così dice al convegno – tra imprese meridionali e imprese di altre zone d’Italia per quanto attiene al condizionamento e all’inserimento in certe tematiche di schietta matrice mafiosa». Falcone poi aggiunge: «E questo nel futuro verrà fuori!». Sembra proprio che stia anticipando il dossier, e che lo faccia ancora di più quando in un passaggio spiega che «è illusorio pensare che imprese appartenenti ad altre attività, che dovevano essere realizzate in altre zone d’Italia, rimangano immuni da certi tipi di collegamenti, sia che lo vogliano sia che non lo vogliano».

Ma da dove lo deduce Falcone tutto ciò? «Sono state acquisite intercettazioni telefoniche di chiarissime indicazioni, di precise scelte operative, a cui tutti sottostanno, a pena di conseguenze gravissime o autoesclusione dal mercato», spiega Falcone più avanti. Il dossier mafia appalti contiene numerose intercettazioni dove, appunto, si evince questa regia occulta.

In sintesi, dopo aver riconosciuto che il condizionamento mafioso esisteva sia al momento della scelta delle imprese, sia nella fase esecutiva, con caratteristiche ambientali e totalizzanti ( senza escludere, quindi, le imprese del Nord), e dopo aver fatto cenno ad alcune intercettazioni telefoniche da cui risultavano varie modalità operative, ha anche testualmente affermato: «Ormai emerge l’imprescindibile necessità di impostare le indagini in maniera seriamente diversa rispetto a quanto si è fatto finora», alludendo non solo ad un salto di qualità investigativa, ma all’utilizzazione nelle indagini su mafia- appalti dell’apparato dell’Alto Commissario e, cioè, teorizzando la messa a disposizione delle informazioni raccolte nel circuito dei servizi al pubblico ministero e, comunque, la sinergia tra l’intelligence e le investigazioni sul territorio.

Dagli atti giudiziari, in primis la sentenza di Catania del 2006 sulle stragi del ’92, emerge, d’altronde, che la gestione illecita del sistema di aggiudicazione degli appalti in Sicilia aveva costituito uno dei molteplici moventi che avevano indotto Cosa nostra a deliberare ed eseguire le terribili stragi siciliane. Sulle richiesta di archiviazione in merito all’argomento “filone mafia appalti”, è scritto nero su bianco che tale movente «aveva influito fortemente nella deliberazione adottata da Cosa nostra di attualizzare il progetto, già esistente da tempo, di uccidere Falcone e Borsellino, atteso che era intenzione dell’organizzazione criminale neutralizzare l’intuizione investigativa di Falcone in relazione alla suddetta gestione illecita degli appalti, le indagini sulla quale avrebbero aperto già nel 1991 scenari inquietanti e, se svolte con completezza e tempestività fra il 1991 e il 1992, inquadrandole in un preciso contesto temporale, ambientale e politico, avrebbero avuto un impatto dirompente sul sistema economico e politico italiano ancor prima, o al più contestualmente, dell’infuriare nel Paese di “Tangentopoli”».

 

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