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Parla Lorenzo Diana: «Io, rovinato dalle bugie di un pentito»

L'Odissea dell'ex senatore del Pds, icona dell'antimafia, infangato da un'intercettazione e poi scagionato da ogni accusa di collusioni con le cosche
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Quattro anni di indagini e poi la richiesta d’archiviazione. Quella dell’ex senatore del Pds Lorenzo Diana è una storia strana, che racconta con precisione e dovizia di particolari il rapporto perverso che spesso si innesca tra avviso di garanzia e gogna mediatica.

E di come una vita di impegno contro la camorra possa essere fatta passare per il suo esatto contrario. Mille e quattrocento giorni dopo il 3 luglio 2015, giorno in cui a casa Diana arriva la notifica di un’indagine per concorso esterno in associazione mafiosa, «l’incubo è finito», dice al Dubbio il paladino caduto dell’antimafia. Ma il prezzo è già stato abbondantemente pagato.

Perché nonostante la stessa Dda abbia chiesto, lo scorso 8 maggio, l’archiviazione per l’ex componente della Commissione antimafia, il fango che lo ha travolto rimane attaccato addosso.

Il clan dei casalesi lo voleva morto, quel Lorenzo Diana che nel suo paese, San Cipriano d’Aversa, era ritenuto l’istituzione politica più influente. Ci ha provato con una bomba, poi è passata alle minacce con una lettera del boss Francesco Schiavone “Sandokan” spedita direttamente dal carcere. Ma nulla è stato efficace come la delegittimazione, arrivata per bocca di due pentiti, che lo hanno descritto come il facilitatore degli accordi tra la Cpl Concordia e i vertici del clan.

Per la Dda, Diana si sarebbe attivato per sbloccare gli atti necessari a far sì che diversi lavori andassero alle imprese legate ai vertici del clan. Un castello d’accuse fondato, in alcuni casi, sull’evidenza, sconcertante, dell’impegno antimafia di Diana. Usata, invece, come se significasse il suo esatto contrario.

«Io lo sapevo che sarebbe finito tutto, perché ho sempre lottato, in prima linea, contro la camorra, a volte in solitudine, quando lo Stato ed i giornali erano assenti nel nostro territorio mentre il clan cresceva – racconta – Ho combattuto con coraggio, quasi folle, e senza risparmiarmi fino al rischio della propria vita e dei miei familiari».

Diana è l’unico politico che Roberto Saviano, in “Gomorra”, descrive come strenuo nemico della camorra. Eppure viene tirato dentro quella macchina infernale, attendendo ben tre anni prima di essere interrogato da un magistrato. «Abbiamo fatto due richieste – spiega – ma sono stato sentito solo l’anno scorso».

Perché? «Non lo so», dice spontaneo. In attesa di quella convocazione decide, però, di testimoniare al processo parallelo contro i vertici della coop Cpl Concordia, dove Diana, nel 2017, riesce a smontare le accuse già una prima volta. «In un passaggio della sentenza di quel processo – spiega – viene riconosciuto il mio impegno per promuovere il mio territorio e contrastare la camorra.

Pur non essendo io l’imputato, quei giudici mi davano ragione. E quella coop che io avrei favorito, la stessa che avrebbe avuto rapporti con la camorra, ne è uscita come vittima».

Ma ancora non basta. Le accuse, dice Diana, sono «esilaranti e incredibili». E c’è un abisso, ora, tra il loro clamore e il silenzio dopo il passo indietro della procura. «Ciò che mi ha stupito è che nessuno abbia tenuto conto delle dichiarazioni di Massimiliano Caterino, braccio destro del boss Michele Zagaria, che il 14 luglio 2014 mi ha definito un nemico del clan. Questa frase – spiega l’ex senatore – nei verbali non compare.

Ma ne compare un’altra, quella in cui mi descrive come l’uomo politico più importante della zona e, dunque, quello che necessariamente sapeva tutto ciò che accadeva in Comune». Com’è possibile che di quella prima dichiarazione non ci sia traccia?

«Bella domanda», risponde. Ma lui e il suo difensore, Francesco Picca, la trovano lo stesso. Per caso, in un altro processo seguito dal legale. «Per questo dico: si indaghi presto o bene sulla legittimità dell’indagine a mio carico», insiste Diana.

Il tassello in più, ora, è la richiesta di archiviazione avanzata dalla procura, che dà atto alla difesa di aver dimostrato che le accuse erano infondate e che gli atti utilizzati per costruirle dimostravano il suo impegno antimafia. Come nel caso della casa confiscata che, secondo l’accusa, sarebbe stata occupata da un killer della camorra proprio grazie a Diana.

«Il pm Maurizio Giordano, nella richiesta d’archiviazione, ha riconosciuto il mio impegno col Prefetto affinché quella casa non venisse dichiarata inagibile, per evitarne l’abbattimento e, quindi, che potessero ricostruire sul terreno, che non era stato confiscato», racconta. Il che significa che quel capo d’accusa rappresentava, in realtà, una prova della sua battaglia contro il clan, come ammesso dallo stesso pm.

Per mettere fine al calvario manca la decisione del giudice sulla richiesta di archiviazione, l’ultimo passo pesante e pigro della giustizia. «Non è più tollerabile che il principio costituzionale di presunzione di innocenza sia sostituito, di fatto, dalla presunzione di colpevolezza», dice.

Da quel 3 luglio ad oggi per Diana sono stati giorni «di amarezza e isolamento», durante i quali ha scelto deliberatamente di astenersi da qualsiasi momento pubblico, per difendersi. Ma la lotta è apparsa subito come quella di Davide contro Golia.

«Appena mi è stato notificato l’avviso di garanzia sono stato sbattuto sui giornali per giorni e ci sono rimasto per anni spiega – descritto come il falso paladino antimafia. Eppure ho deciso di combattere mettendo a rischio la mia vita e quella della mia famiglia, perché sono convinto non ci possa essere libertà senza contrastare la camorra, in un posto dove lo Stato, per 20 anni, è stato completamente assente».

Fino al 1995, quando l’operazione Spartacus portò in cella un centinaio di uomini dei clan e, nella sua vita, la scorta, che lo ha seguito ovunque per 21 anni. «Era sempre con me – sottolinea se anche avessi voluto fare affari con i clan non mi sarebbe stato possibile».

Rifarebbe tutto, spiega. E anche se ora lo Stato chiede sommessamente scusa, «ho già pagato una condanna pesantissima, la campagna che ha fatto sedimentare l’idea che sono un colluso.

Sia chiaro: oggi più che mai difendo l’autonomia della magistratura e la legittimità di indagare su chiunque, anche su di me. Nessuno può essere al di sopra di ogni sospetto. Si indaghi, ma presto e bene.

C’è la necessità di una riforma della giustizia – aggiunge – La politica ha le proprie responsabilità e me le prendo anche io, per quel poco tempo in cui sono stato parlamentare. Una giustizia lenta è inefficace, diventa disumana e fa perdere fiducia. Invece deve tornare a garantire i diritti del cittadino. Ma ora come ora, se non hai spalle solide puoi rimanerci sotto».

Diana vuole fare ancora la sua parte, nonostante tutto. «Per il resto della mia vita – spiega – cercherò di dare un contributo per la riforma della giustizia. Ho ancora fiducia, perché l’ho amata tutta la vita. E come diceva Borsellino, proprio perché la amo, lotto per cambiarla. Perché così non merita la fiducia dei cittadini».

 

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