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Violenza sui minori, Albano: «Il sistema non ha funzionato, ora lavoriamo tutti insieme»

Parla la Garante nazionale per l’Infanzia e l’adolescenza. «La prevenzione è la cosa più importante, il contrasto arriva troppo tardi. Serve un sistema di monitoraggio: le leggi ci sono, ma vanno attuate»
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Mancano i dati, mancano i regolamenti attuativi, manca la prevenzione. I recenti fatti di cronaca che vedono come protagonisti minori vittime di violenza dicono una cosa sola: il sistema di protezione dell’infanzia «non ha funzionato». Un dato amaramente registrato anche dalla Garante nazionale per l’Infanzia e l’adolescenza, Filomena Albano, che negli ultimi mesi ha inviato segnalazioni su segnalazioni a tutti i ministri e alle istituzioni preposte, chiedendo interventi idonei a rafforzare le tutele per i minori. L’idea è quella di mettere in atto una strategia generale di intervento a contrasto della violenza, anche per rispondere alle raccomandazioni del Comitato Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, nelle osservazioni indirizzate all’Italia il primo febbraio scorso. Le risposte, da parte dei ministeri coinvolti, per il momento non sono arrivate. Ed è così, ad esempio, che il fondo di solidarietà per gli orfani vittime di crimini domestici rimane ancora inattivo. Sarebbe bastato un semplice regolamento. Ma a quasi un anno dall’entrata in vigore della legge, del decreto non c’è traccia. Così, a ricordare alle istituzioni cosa fare c’è il garante. Che avvisa tutti: «contrastare la violenza quando c’è già stata non è utile e costa anche di più. Serve la prevenzione. E che le norme, che in Italia ci sono, vengano attuate».

Garante, qual è il senso delle sue segnalazioni?

Rientra nell’ambito dei compiti dell’autorità garante segnalare e raccomandare. L’ultima occasione per farlo è stata la giornata nazionale per il contrasto alla pedofilia, istituita per legge il 5 maggio. La segnalazione riguarda però, più in generale, il tema della violenza ai danni dell’infanzia. Abbiamo sottolineato, ancora una volta, l’importanza di un sistema nazionale di monitoraggio della violenza. L’Italia non ce l’ha e le Nazione Unite hanno reiterato l’invito a munirci di un sistema di rilevazione permanente della violenza ai danni dell’infanzia.

Perché è importante?

Perché soltanto se si conosce il contesto in cui viene operata la violenza, chi sono gli autori e le vittime, è possibile individuare gli strumenti di prevenzione e contrasto più efficaci. Fino adesso, però, le nostre segnalazioni non hanno avuto esito. La stessa autorità ha individuato una modalità operativa per creare questo sistema di monitoraggio, che è la banca dati Simba, il sistema informativo unitario dei servizi sociali. Serve tempo, perché è necessario bilanciare l’interesse alla privacy dei minorenni con quello di avere questa fotografia, ma la raccomandazione accende i riflettori su questo.

Per quanto riguarda l’istituzione del fondo per le vittime di violenza, la sua segnalazione ha avuto effetti?

Il fondo non è operativo, perché manca l’adozione di un regolamento, che sarebbe dovuto essere adottato tempo fa. Pochi giorni fa abbiamo fatto una segnalazione ad hoc per gli orfani di crimini domestici, vittime di violenza assistita, ovvero commessa da un partner ai danni di un altro davanti ai loro occhi, che hanno perso in un solo giorno la madre e il padre.

Qual è il problema principale, in tema di violenza? Il sommerso, perché è inestimabile. I bambini devono, con modalità adeguate, essere invitati a condividere il disagio che possono aver provato in varie situazioni, individuando un adulto di cui si fidano. Gli adulti devono essere in grado di intercettare i segnali di pericolo e disagio e conoscere quali sono le modalità per segnalare i casi sospetti, perché spesso non sanno a chi rivolgersi. Quando un fatto si verifica è già tardi, ma è preceduto da segnali che possono essere individuati. L’obiettivo deve essere la prevenzione, prima del contrasto. Noi sosteniamo, ad esempio, interventi come l’home visiting, a favore delle famiglie fragili, nell’immediatezza successiva alla nascita di un bambino, perché rappresentano un modo per rafforzare le competenze genitoriali e anche individuare situazioni di disagio.

Come interpreta i silenzi delle istituzioni?

Innanzi tutto auspico una riforma della legge istitutiva dell’autorità di garanzia, che obblighi, ad esempio, a motivare se ci si discosta dal contenuto delle raccomandazioni. Allo stato, la legge istitutiva conferisce all’autorità compiti di soft law, ma riteniamo che strutturandoci sempre più come realtà nel nostro Paese aumenterà l’eco delle nostre segnalazioni. Detto ciò, preferisco vederla sempre in termini propositivi e quindi porsi l’obiettivo di cosa fare da oggi in avanti. Io rispondo in base alle mie competenze istituzionali, quanto a quelle degli altri rispondono gli altri. Andremo avanti con il nostro lavoro quotidiano in maniera serena e tranquilla.

Torniamo ai dati: come raccoglierli?

I dati sono importanti perché ci danno le dimensioni di un fenomeno, il profilo dell’autore, della vittima e i contesti in cui si verificano i fatti di violenza. Ma anche di che tipo di fatti si tratta: violenza fisica, psicologica, assistita, sessuale o patologia delle cure. Questo elenco è la classificazione delle voci di violenza da rilevare, frutto di uno studio dell’autorità garante. Le interlocuzioni per l’utilizzo del Simba sono ancora in corso. Se non si potrà utilizzare questo sistema, chiediamo che venga istituita una banca dati ad hoc. Intanto noi, insieme a Terre des Hommes e Cismai, come attività di supplenza, stiamo replicando un’indagine già fatta nel 2015. Aggiorneremo quell’indagine nazionale, ma è campionaria, quindi nulla a che vedere con un sistema che viene alimentato continuamente, che è quello che ci chiede il comitato del fanciullo delle Nazioni Unite.

Com’è la situazione in Italia?

Vedo troppi casi di violenza. Anche un solo episodio è gravissimo, perché i bambini non hanno alcun modo di difendersi. Bisogna prevenire, perché il contrasto arriva già tardi. E per la prevenzione noi abbiamo elencato atti da porre in essere, dallo home visiting, alla sensibilizzazione, alla formazione di chi è in contatto con l’infanzia per riconoscere i segnali di violenza. Bisogna recuperare un’idea di cittadinanza solidale, in cui ognuno deve sentirsi una sentinella e garante del benessere dei bambini.

Qual è il primo passo normativo da fare?

La cosa più urgente è l’istituzione della banca dati, perché per il resto la nostra normativa è di livello avanzato. Il problema è sul piano operativo, come spesso accade in Italia. Le leggi ci sono, ma vanno attuate.

 

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