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Jacopo Morrone: «Processo mediatico che vale zero, contano le leggi firmate Lega»

Parla Jacopo Morrone, sottosegretario alla Giustizia della Lega
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«Sa che cosa conta? Gli obiettivi realizzati. E sono parecchi. Dal decreto Sicurezza alla flat tax e ai tanti provvedimenti sulla giustizia. Sono le risposte date dalla Lega a portare la gente nelle piazze alle nostre iniziative, e non basterà certo un processo mediatico a fermare tutto questo». Jacopo Morrone è un sottosegretario dell’esecutivo di Giuseppe Conte. È alla Giustizia, dove ha seguito appunto molti dossier già tradotti in legge. «Armando Siri è un collega. Chi viene coinvolto in un’indagine, e non mi riferisco solo a lui, deve poter contare sulla presunzione di non colpevolezza. E una volta riconosciuto innocente, come capita a tanti amministratori, dovrebbe ricevere le scuse dallo Stato».

In passato altri partiti di centrodestra hanno reagito in modo più scomposto, di fronte a casi di propri esponenti indagati. In Consiglio dei ministri invece non si sono visti drammi.

La Lega è rappresentata dalle leggi che ha portato a compimento. Dalle riforme importanti approvate dopo anni di immobilismo, inflitti all’Italia da governi come quelli di Monti e della sinistra. Il nostro governo ha migliorato finalmente le condizioni degli italiani. Solo nel campo della sicurezza abbiamo approvato il decreto firmato da Matteo Salvini, abbiamo dato nuova linfa alle forze dell’ordine, inclusa la polizia penitenziaria. In quello della Giustizia abbiamo approvato la legge che abolisce l’abbreviato per i reati da ergastolo, la legittima difesa, il codice rosso sulle violenze. Abbiamo già tradotto in norme dossier come quello sulla magistratura onoraria, per non parlare della flat tax ai professionisti e alle imprese. Questi sono risultati concreti, il resto chiacchiere.

Le chiacchiere sono quelle su Armando Siri?

Dico che è per le cose concrete da noi realizzate se la gente affolla le piazze della Lega e viene a sentire dalla voce di Matteo Salvini come intendiamo portare il cambiamento anche in Europa. A fronte di tutto questo le chiacchiere di un processo mediatico sono irrilevanti. Da sottosegretario alla Giustizia svolgo una funzione a tutela anche della magistratura: ma quello che viene celebrato sui media è altra cosa da un procedimento giudiziario. Spesso si infrange contro il nulla dell’esito dell’indagine vera, ma lascia una macchia sull’immagine di persone perbene.

Ma con l’alleato di governo non sarebbe il caso di stabilire il rispetto della presunzione d’innocenza?

Ci sono casi in cui la persona accusata ha le mani letteralmente sporche di sangue. Ma quando si tratta di ipotesi d’accusa riferite alla valutazione di atti o documenti, è il caso di capire meglio prima di giudicare. Parlo innanzitutto dei tanti amministratori di piccoli enti, ormai terrorizzati. Persone che fanno praticamente volontariato ma per le quali ormai i rischi superano la soddisfazione di fare politica. Poi, se si accetta che si è commesso davvero un reato, è giusto che chi gestisce la cosa pubblica paghi il doppio.

Di Battista dice che Siri è fuori dal governo “per sempre”: e se l’indagine dimostrasse la sua estraneità?

Non spetta a me decidere su un sottosegretario, che è nominato dal presidente del Consiglio. Ma a maggior ragione dovrebbe astenersi chi non siede né al governo né in Parlamento. Certo, anche un militante della Lega ha la libertà di esprimere opinioni. In questo caso allora parliamo di una voce come tante altre. Le decisioni spettano a Conte. Vorrei però che fosse chiaro un punto.

Quale?

Chiunque ha il diritto di essere difeso da un processo mediatico. Direi lo stesso se si trattasse di un parlamentare o ministro cinquestelle, o di un deputato dell’opposizione. A chi non ha commesso nulla e viene sottoposto al trattamento degli organi di informazione, lo Stato alla fine deve chiedere scusa. Fare i conti con un procedimento penale è sempre e comunque doloroso, è una prova di vita molto dura. E non è giusto aggiungere a questo la prova dell’esposizione mediatica.

 

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