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Stupro di Viterbo, la solidarietà ai difensori minacciati

Il Coa e la camera penale ribadiscono il diritto alla difesa. La vittima: «ho ancora paura di loro e spero che restino in carcere»
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Ci risiamo. Per l’ennesima volta il diritto costituzionale alla difesa è preso di mira dai leoni da tastiera. In questi giorni a subire minacce sui social sono stati gli avvocati Domenico Gorziglia, Giovanni Labate e Marco Mazzatosta, legali di Francesco Chiricozzi e Riccardo Licci, i due giovani di CasaPound, attualmente in carcere perché accusati di violenza di gruppo, lesioni aggravate e violenza sessuale con abuso delle condizioni di inferiorità psichica e fisica nei confronti di una donna di 36 anni.

“Ma gli avvocati sono i peggio”, “i due vanno condannati in base alle leggi, vanno puniti, ma chi andrebbe arrestato seduta stante deve essere l’avvocato” e ancora “Lasciateli al popolo, saprà fare giustizia più di quella togata… non dimenticate il legale che andrebbe anche radiato” e “io metterei in galera pure gli avvocati che favoreggiano sti maledetti difendendoli”, questi sono solo alcuni dei messaggi su Fb tra i più soft.

Ai colleghi è arrivata la solidarietà del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Viterbo e della Camera penale.

Abbiamo raggiunto al telefono l’avvocato Mazzatosta che ci ha rilasciato questo commento anche a nome dei suoi colleghi: «“Non sono d’accordo con quello che dici ma darei la vita perché tu possa dirlo”. La frase erroneamente attribuita a Voltaire ma pronunciata da Evelyn Beatrice Hall nella biografia di Voltaire racchiude il senso della professione per noi tre. Una professione da fare con la schiena dritta e le spalle ben larghe per consentire alla toga di non avere pieghe. Stiamo svolgendo il mandato difensivo in silenzio e con la medesima dedizione e lo spirito di servizio e rispetto dei valori costituzionali che impiegheremmo per difendere chiunque dei nostri detrattori».

Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Viterbo in comunicato esprime solidarietà “ai professionisti impegnati nella gestione di un delicato procedimento giudiziario” e chiarisce che, al di là del caso specifico, “l’avvocato esercita le proprie funzioni non solo nell’interesse delle parti assistite, ma anche dei terzi e della collettività, a garanzia del corretto esercizio della giurisdizione e dei principi dello Stato di diritto ( Consiglio Nazionale Forense, sent. 164- 2014 e 56- 2017). Assistiamo, ogni giorno, presunti colpevoli ed anche presunte vittime, ma il ruolo che rivestiamo è il medesimo: di tutori dei diritti degli uni e degli altri. Il giudizio morale sui nostri assistiti compete alle loro coscienze e nulla c’entra con la difesa tecnica. Siamo chiamati a rispondere all’esigenza – indefettibile in uno Stato di diritto – che chiunque venga coinvolto in un procedimento penale sia, con riferimento al fatto commesso o presuntivamente commesso, valutato con terzietà e con tutte le garanzie di difesa necessarie ad un giusto processo”.

Solidarietà giunta anche dal consiglio direttivo della Camera penale “Ettore Mangani Camilli” di Viterbo: “Pur senza sminuire in alcun modo la gravità del fatto accaduto nel capoluogo nei giorni scorsi, prendiamo atto di una non condivisibile campagna stampa all’insegna di un giustizialismo estremo, pericolosamente manifestato”. I penalisti viterbesi concludono: “Nessuno e per nessuna ragione al mondo può permettersi di minacciare e offendere chi sta semplicemente svolgendo il proprio lavoro anche in una questione molto delicata”. L’avvocato Roberto Alabiso, presidente della Camera Penale di Viterbo ha riferito che nel direttivo di ieri è stato deciso di presentare denunce contro chi si è distinto per messaggi particolarmente violenti: «In 34 anni di carriera non mi era mai capitato di assistere ad un tale clima di odio e ad un attacco al nostro lavoro di avvocati. Sono veramente sbalordito. Alcuni di quei messaggi rappresentano una istigazione all’odio e non possiamo rimanere a guardare. Noi svolgiamo un ruolo tecnico in tribunale nel difendere i nostri assistiti e non andiamo confusi con il reato da loro commesso».

Intanto sul fronte dell’inchiesta la Procura sta valutando di richiedere l’incidente probatorio per cristallizzare la testimonianza della vittima che tramite il suo legale ha fatto sapere di essere ancora molto intimorita: «Ho ancora paura di loro e spero che restino in carcere».

Il gip. Rita Cialoni, nell’ordinanza parla di quattro fotografie che incastrano Francesco Chiricozzi e Riccardo Licci, Le quattro foto, ricavate dai cellulari degli indagati, «ritraggono la vittima inerme e apparentemente priva di sensi, completamente nuda, sdraiata sul pavimento in posizione ’ fetale’ ovvero supina con una mano posta sulla sua bocca». Agli atti dell’indagine, oltre ai video girati dai due indagati, anche una serie di messaggi trovati sui loro cellulari. Tra questi anche uno del padre di Licci che intima al figlio di ‘ cancellare i video e le foto’. La loro visione, scrive ancora la gip «dà conto dei reiterati abusi sessuali posti in essere congiuntamente dagli indagati con atteggiamento sprezzante oltre che beffardo, intercalato da insulti e minacce, nel mentre la vittima, alla quale venivano fatte assumere di volta in volta posizioni diverse, visibilmente versava in uno stato di semincoscienza» e che «esortava i due a porre fine alle violenze» .

 

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