Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

La fanta-alleanza “spagnola” del Pd

Delrio apre ai 5Stelle ma Di Maio chiude e attacca. Ipotesi post voto: se i grillini dimagrissero come Podemos Zingaretti potrebbe varare un’alleanza anti Salvini, ma senza Di Maio
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

«Oggi in Spagna, domani in Italia» : probabilmente il segretario del Pd non lo ammetterebbe mai ma l’istantanea del quadro politico spagnolo va vicinissimo al sogno, o forse al miraggio, del Pd. L’alleanza tra un Psoe capace di rinnovare la propria immagine e di riconquistare consensi e Podemos, un partito ex antisistema rientrato parzialmente nei ranghi, ridimensionato e dunque non in grado di competere con i socialisti per la guida della coalizione e del governo. Non c’è bisogno di lambiccarsi troppo il cervello per concludere che solo una mappa politica così modificata permetterebbe al Pd di Zingaretti, ma anche a un M5S forse non più a leadership Di Maio, di competere con la destra a guida leghista.

Più che di volontà politica è questione di pallottoliere. Il Pd, nella migliore delle ipotesi si aggira intorno al 20%, e una percentuale simile, punto più punto meno, è accreditata ai 5S: separati non avrebbero alcuna possibilità di battere la destra. Ma anche dal punto di vista più nobile, quello della politica, i 5S, anche al netto della recente sterzata a sinistra da campagna elettorale, sembrano avere più cose in comune con un Pd non più dominato da Renzi di quante non ne abbiano con la Lega di Salvini. E’ probabile che Zingaretti se ne renda conto meglio di chiunque altro e non è affatto escluso che, nel medio periodo, miri appunto a una simile coalizione. Ma per riuscirci deve superare ostacoli enormi, messi tutti plasticamente in scena proprio ieri.

In un’intervista alla Stampa l’ex ministro Delrio, oggi capogruppo alla Camera, aveva aperto uno spiraglio, forse qualcosa in più: «Siamo pronti a discutere sul salario minimo e sul conflitto di interessi». Cioè sui capisaldi del programma pentastellato dopo il Reddito di Cittadinanza. Era un segnale chiaro, pur se non esplicito, anche lo schieramento dell’ex ministro della Giustizia Orlando a favore delle dimissioni immediate di Siri, con toni identici a quelli dei pentastellati. La reazione dei renziani è durissima, complice anche una risposta volutamente provocatoria di Di Maio: «E’ chiaro che gli interlocutori sono le forze di governo. Se il Pd vuole votare quelle proposte avrà l’occasione di redimersi da quanto non fatto in questi anni». Apriti cielo! Lo stato maggiore renziano mitraglia ad alzo zero. Parte Lotti: «Se devo redimermi vado in chiesa, non faccio accordi con Di Maio. Invito il vicepremier a non occuparsi del Pd ma dei danni che il suo governo sta provocando al Paese». Alza il tiro Maria Elena Boschi: «Ma su cosa vuole dialogare il capo di un partito assistenzialista, giustizialista, incompetente, che ha portato l’Italia in recessione?». Il più chiaro però è Luciano Nobili, deputato renziano di primissima linea: «Per noi qualsiasi accordo con M5S equivarrebbe alla fine del pd». Delrio capisce l’antifona, ingrana la retromarcia e si accoda: «Se qualcuno deve chiedere scusa è proprio Di Maio».

L’avvertimento non poteva essere più chiaro: la fragile tregua nel Pd finirebbe nell’attimo stesso in cui si dovesse palesare una reale apertura al Movimento. Zingaretti lo sa e non esita a frenare: «Tempesta in un bicchier d’acqua. Salvini e Di Maio hanno la stragrande maggioranza dei parlamentari ma la loro incapacità di attuare provvedimenti concreti per lo sviluppo del Paese è impressionante. Ora è tempo di voltare pagina».

In parte la chiusura del segretario del Pd serve a evitare che l’incendio si diffonda provocando uno scontro interno al partito proprio alla vigilia delle elezioni. Ma soprattutto Zingaretti vuole affrontare le elezioni europee su una linea nettamente ostile ai 5S, anche per non fare il gioco di un partito che, pur essendo la principale forza di governo, si comporta come se fosse all’opposizione occupando proprio lo spazio del Pd stesso. Per arrivare al dialogo con i 5S i democratici hanno bisogno di superarli, sia pure di un soffio, alle prossime elezioni europee e poi di rovesciare a proprio favore gli attuali rapporti di forza alle elezioni politiche. Un’alleanza a guida 5S non è infatti praticabile, solo con un rapporto simile a quello che c’è in Spagna tra Psoe e Podemos ci si potrebbe provare. Ciò implica però arrivare alle prossime elezioni politiche su posizioni frontalmente contrapposte, per poi cercare eventualmente un’alleanza in seguito. Un percorso tortuoso, molto diverso da quello seguito dalla sinistra in Spagna, senza contare che una strategia del genere vorrebbe dire giocare la partita per vincere solo dopo parecchi anni.

Le cose sono quasi altrettanto difficili per i 5S, come la reazione deliberatamente provocatoria di Di Maio ha evidenziato ieri. L’inversione di rotta non è impossibile, ma quasi certamente comporterebbe il sacrificio proprio di Luigi Di Maio, la cui parabola è legata a questo punto indissolubilmente al contratto con la Lega. Il ‘ leader politico’ è dunque condannato a fare il possibile per tenere in vita quell’accordo il più a lungo possibile. Ma in politica i tempi contano: dopo anni di governo con la Lega il giro di valzer diventerebbe se non proprio impossibile certo ancora più difficile.

Sulla carta gli estremi per riproporre in Italia il modello spagnolo ci sarebbero. Ma il labirinto della politica italiana è tale che tradurli in pratica, nei tempi non biblici necessari per contrastare la destra alle prossime elezioni, è invece quasi impossibile.

 

Ultime News

Articoli Correlati