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Leopardi, l’essere umano tra l’Infinito e i buchi neri

Compie duecento anni la celebre lirica del poeta di Recanati. La siepe che “il guardo esclude” e il mistero sullo spazio il tempo: il piccolo e l’immenso della nostra condizione, descritta come pochi altri filosofi e scrittori
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“L’Infinito”, forse una delle più belle poesie di tutti i tempi, compie 200 anni tra festeggiamenti, libri, recital, flash mob nelle scuole.

Giacomo Leopardi la compone nel 1819 nella sua Recanati dove nasce nel 1798 e dove i versi sono ambientati. Anche lo studente più distratto e meno incline allo studio della letteratura italiana ha ceduto al fascino dei suoi versi, si è lasciato cullare dai “sovraumani silenzi”, ha naufragato in quel mare infinito che è la condizione umana. Non c’è verso che non emozioni, non c’è immagine che non ottenga lo stesso effetto descritto da Leopardi, lo spavento da lui fissato in quel “ove per poco il cor non si spaura”.

Giacomo Leopardi vale la pena leggerlo e rileggerlo – o risentirlo interpretato dall’unica voce possibile, quella di Carmelo Bene – lontani dai riflettori del canone che lo schiaccia in una dimensione unica: il poeta lirico, il filosofo, l’artista sofferente ( morì giovanissimo a 39 anni). Ha fatto bene il regista Mario Martone a levargli la patina antica e noiosa.

Il film Il giovane favoloso lo restituisce alla sua vera dimensione: il genio, il talento, la sofferenza e la lotta di chi cerca di fare i conti con le contraddizioni della sua esistenza e della sua giovinezza. Più una rockstar che un intellettuale dei primi dell’Ottocento, più un nostro contemporaneo che un protagonista del romanticismo.

Curioso e amante della conoscenza, quello «studio matto e disperatissimo» a cui si deve probabilmente anche l’acuirsi della sua malattia, Leopardi spazia in tutti i campi del sapere. Il suo sguardo è attirato allo stesso tempo dalle piccole cose della vita (“Il sabato del villaggio”, “Il passero solitario”, “Le ricordanze”, “La sera del dì di festa”) – e gli “interminati spazi” a cui dedicò anche una “Storia dell’astronomia”. E’ nel piccolo idillio “L’infinito” che i due piani si coniugano. La siepe che “che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude” e lo spazio infinito che il poeta immagina fino a spaventarsi, e noi con lui. E’ lo sgomento ma anche la meraviglia di far parte di qualcosa di così grande, unico, incontrollabile.

E’ il lamento doloroso delle Operette morali, la natura matrigna che seduce e inganna, la lotta dell’essere umano in un universo immenso rispetto alla finitudine della sua condizione. Ma è anche la lotta de La ginestra, quella pianta che resiste e non si arrende, uno dei suoi ultimi componimenti.

Come Leopardi, il grande scienziato Albert Einstein anticipa tutto e tutti: la relatività generale, le onde gravitazionali, i buchi neri. Prima era solo una teoria adesso è anche una foto, una immagine, una visione. Lo spazio e il tempo si contraggono, creano una curva e il mistero dopo il big bang – quando inizia a diradarsi diventa ancora più forte e immenso. Proprio l’anno in cui “L’infinito” compie duecento anni ci smarriamo davanti all’immagine dei buchi neri, al loro significato per la scienza e per il mondo. Sempre più grandi nelle nostre scoperte, sempre più piccoli rispetto all’universo. «Quando studiavo all’Università – scrive Carlo Rovelli nel bellissimo Sette brevi lezioni di fisica – i buchi neri erano poco credibili predizioni di una teoria esoterica. Oggi sono osservati nel cielo a centinaia, e studiati nei loro dettagli dagli astronomi. Ma non basta. Lo spazio intero può distendersi e dilatarsi; anzi, l’equazione di Einstein indica che lo spazio non può stare fermo, deve essere in espansione». Il piccolo, il grande, in mezzo l’essere umano che sogna, immagina, lotta. Leopardi, grazie anche a una critica particolarmente illuminata che nel 900 lo reinterpreta, è considerato ormai a tutti gli effetti non solo un poeta, uno scrittore, un saggista, ma prima di tutto, soprattutto un filosofo al pari di Schopenhauer, Kierkegaard, Nietzsche.

Un materialista convinto, ma capace di perdersi e di immaginare ciò che la siepe esclude. Di protestare contro la natura matrigna ma di raccontarla nella sua bellezza, di vivisezionare lo sgomento del sabato nel villaggio, l’attesa che si rivela una delusione, ma per poi restituire in pieno la bellezza dei “sovrumani silenzi”.

Ed è forse in questo gioco tra l’immenso dei buchi neri e il piccolo della siepe che anche oggi si fonda la scommessa: in un mondo in cui una forza centripeta ci vuole portare a chiuderci in noi stessi, rinunciando all’orizzonte, al futuro, alla condivisione, c’è l’universo in espansione – anche grazie a intelligenze e sensibilità come quella di Leopardi e Einstein che nessuna altra forza potrà fermare.

 

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