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A rischio i 70 milioni che servono a “salvare” il carcere di Ventotene

Mancano pochi mesi alla scadenza del finanziamento per ristrutturarlo. L’ex penitenziario, dove sono stati reclusi patrioti, prigionieri politici, carbonari, giacobini e antifascisti come Sandro Pertini, è stato chiuso il 2 febbraio del 1965
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Il vecchio carcere di Santo Stefano sta cadendo a pezzi se il governo non decide di riprendere il progetto già avviato in precedenza. Sì, perché rischiano di andare in fumo i 70 milioni di euro, finanziati dal Fondo per lo sviluppo e coesione 2014- 2020 concessi dal governo Renzi e confermato dall’esecutivo Gentiloni, per rimettere a posto il vecchio penitenziario e consegnarlo a nuova vita, nel segno di quella Europa che proprio a Ventotene ha conosciuto una delle sue prime pagine con la firma del “Manifesto”.

A lanciare l’allarme è stata nei giorni scorsi la onlus “Per Santo Stefano in Ventotene”, dopo che già a ottobre il sindaco di Ventotene Gerardo Santomauro si era pure rivolto al governo: l’una e l’altra lettera, però, sono rimaste senza risposta e oramai mancano pochi mesi allo scadere del finanziamento. Al momento, come informa Avvenire a firma di Igor Traboni, il governo non ha convocato ancora il tavolo tecnico. Qualche mese alcuni deputati Pd, tra cui Debora Serracchiani, avevano interrogato il ministro dei Beni culturali, Alberto Bonisoli, affinché sbloccasse «rapidamente le opere di recupero e riqualificazione. Vedere che in questo momento storico l’ex carcere crolla perché non c’è manutenzione fa effetto, deve essere piuttosto un monumento nazionale ed europeo».

LA STORIA CHE INIZIA DAL “FINE PENA MAI”

Per due secoli ha ospitato patrioti, prigionieri politici, carbonari, giacobini, antifascisti come Sandro Pertini. La sua storia, infatti, viene da lontano. L’isola fu scelta per la costruzione di un carcere che rispondesse agli imperanti dettami della salvaguardia della società ‘ sana’, mediante l’isolamento dei colpevoli ai fini dell’espiazione della ‘ giusta pena’. Ovvero l’ergastolo a vita. La costruzione del “fine pena mai” fu l’ultimo atto della sistemazione urbanistica delle isole pontine, voluta da Ferdinando IV di Borbone, a prosecuzione delle imponenti opere, di uso collettivo e sociale, avviate da Carlo III a Napoli. Ferdinando infatti aveva deciso con il consiglio dei suoi ministri di fare delle isole pontine floride colonie.

Il piano dei lavori pubblici fu affidato alla direzione del Maggiore del Genio Antonio Winspeare, che si avvalse della collaborazione dell’architetto Francesco Carpi. I lavori furono ultimati nel 1797: solo allora, il penitenziario poté allargare la propria capienza alle 600 persone previste dal progetto di Carpi; ma già in pieno XIX secolo si potevano contare quasi 900 detenuti. Il sovraffollamento carcerario, si sa, ha origini lontane.

IL PANOPTICON

La ragione della forma circolare del carcere, che pure si fonde mirabilmente con la linea curva dell’isolotto, è fondamentalmente ideologica. Nella seconda metà del Settecento, in Inghilterra e in Francia, venne maturando una riflessione che, pur investendo più direttamente il regime carcerario, si rivolge globalmente a tutte quelle che potremo chiamare ‘ comunità coatte’. L’opera teorica che spiega, illustra e ribadisce con insistenza quasi maniacale questa necessità di sorvegliare, perché le energie umane non vadano sprecate o non imbocchino sentieri devianti, è il “panopticon” di Jeremy Bentham, filosofo e giurista inglese. Si tratta di un vero e proprio trattato mirante a dimostrare, come sia possibile, avvalendosi di un’idea architettonica, «ottenere il dominio della mente sopra un’altra mente». Il panottico è il modello di reclusione che, meglio di qualsiasi altro, segue la trasformazione della prigione da “monumento” a “macchina”, da spazio di morte a puro dispositivo disciplinare. Il carcere di Santo Stefano si avvicina, infatti, per molti versi alle concezioni architettoniche e ideologiche del Bentham finalizzate alla realizzazione di un panottico, una struttura cioè in grado di consentire un controllo visivo a tutto campo: sorveglianza totale e visibilità totale. Dopo la seconda guerra mondiale, Santo Stefano riprese la sua normale funzione di carcere giudiziario per ergastolani finché, il 2 febbraio del 1965, fu definitivamente chiuso. Da allora il complesso era stato esposto alle aggressioni del tempo, del clima e, soprattutto, del cieco vandalismo. Da allora iniziò il processo di disfacimento fino ad arrivare lo stanziamento dei 70 milioni. Se il governo non si attiverà, i soldi andranno in fumo assieme ad una parte importante della nostra Storia.

 

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