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La strage nello Sri Lanka: il Papa, Obama, Clinton e l’ignoranza dei sovranisti italiani

A Bergoglio e ai due ex presidenti americani non si contesta il mancato uso della parola “cristiani” ma il fatto che quella parola non diventi vessillo e guerra di civiltà
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Se c’è una caratteristica che rende “speciali” i sovranisti italiani è la temerarietà, l’unica loro virtù a non essere costretta nei confini nazionali. Se devono prendersela con qualcuno reo di non rappresentare i valori che loro considerano fondamentali, non guardano in faccia nessuno e sono disposti anche ad attraversare l’oceano o a inventarsi la traduzione di lingue che non conoscono. Dopo il terribile attentato nello Sri Lanka, sono riusciti a prendersela nell’ordine con Papa Francesco, Barack Obama e Hillary Clinton. Bergoglio da anni è bersaglio oltre che della destra, anche dei cattolici integralisti per le sue posizioni sui migranti. Il suo messaggio non va giù a una parte della comunità cattolica che ormai lo attacca a viso aperto. Il giorno di Pasqua la sua “colpa” sarebbe stata quella di aver fatto un tweet di condanna dell’attentato troppo debole e poco importa se, parlando in piazza san Pietro, abbia usato parole molto dure contro i responsabili. Chi lo accusa lo considera non un alleato, non la guida spirituale, ma un nemico: da una parte c’è l’idea del Vangelo, quello degli ultimi, dei migranti, di chi ha peccato; dall’altra c’è invece un’idea della fede e dell’identità legata al Vecchio testamento. Una sorta di sovranismo anche in salsa cattolica che pretende non una condanna dell’Isis ma di tutta la comunità musulmana. Richiesta che Francesco in tutto il suo papato si è ben guardato di esaudire, distinguendo ogni volta che gli è stato possibile tra terroristi e fedeli musulmani.

Ma la polemica che colpisce di più, anche per la sua intrinseca ignoranza, è quella nei confronti dell’ex presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, e dell’ex segretaria di Stato Hillary Clinton. I due, nel tweet di condanna e cordoglio per le 310 vittime, non hanno parlato di cristiani ma di “easter worshippers” suscitando l’ira di chi pretendeva una definizione più apparentemente precisa. La traduzione letterale sarebbe “adoratori della Pasqua”, ma in realtà in inglese vuol dire “i fedeli che partecipano alle celebrazioni della Pasqua cristiana”. In America la polemica è stata contenuta e portata avanti da organi di informazione o da politici conservatori, gli stessi che qualche giorno prima avevano usato la stessa espressione a proposito di Notre Dame o che non hanno detto nulla sul messaggio di Trump in cui si parla di “persone” uccise.

In Italia l’attacco contro Obama e contro Clinton è stato molto più duro, anche perché più forte è stato il fraintendimento sul significato di “easter worshippers”. I due, secondo i sovranisti locali, non avrebbero parlato di cristiani perché non volevano sottolineare la natura religiosa dell’attentato, negando la matrice della strage. Come sempre più spesso accade nel nostro giornalismo, da Twitter la fake news è rimbalzata anche sui quotidiani La Verità, Il Fatto, Il Tempo, Il Messaggero e sul Tg2 che hanno ripreso le critiche senza fare verifiche, come se davvero i due politici avessero voluto tacere sul fatto che ad essere colpiti siano stati i fedeli cristiani. L’intervento di diversi esperti della lingua inglese, tra cui quello della studiosa Lucia Corbolante, ha messo fine all’equivoco sull’espressione usata, ma non ha messo fine alle polemiche.

E’ assurdo che le parole e il loro significato vengano stravolti a uso e consumo di polemiche che si rivelano fasulle. Ma proprio per la sua assurdità questa vicenda ci aiuta a capire come lo scontro non sia fondato sui fatti, ma sia uno scontro tutto ideologico. A papa Francesco, come a Obama o a Clinton non si contesta il mancato uso della parola “cristiani”, si contesta il fatto che quella parola non diventi vessillo, crociata, guerra di civiltà. Non si chiede di precisare di quale religione fossero i fedeli morti, cosa che loro hanno fatto addirittura con maggiore precisione, ma di indicare il confine simbolico della loro identità, della loro appartenenza. Per Francesco, cristiano è colui che accoglie, è colui che porge l’altra mano e che considera tutti fratelli; per una parte del mondo occidentale è diventato sinonimo di una identità che esclude, di un confine invalicabile, di un mondo che si chiude. Ma se si chiudono i confini, se l’identità diventa quella fondata sul sangue, anche le parole si contraggono, si impoveriscono e si fissano in un significato univoco, dogmatico. Forse con tante parole è un’operazione facile da farsi. Difficile però che si riesca a distorcere la valenza del vocabolo “cristiani”, cioè i fedeli nel messaggio di quel Cristo che predicava fratellanza e uguaglianza.

 

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