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E il deficit del Campidoglio divenne un buco nero

La storia del “debito capitale”. La voragine nelle casse del Comune di Roma è iniziata con le Olimpiadi del 1960. Tutte le amministrazioni che si sono succedute - di destra, di centro e di sinistra - hanno contribuito a far lievitare i costi del Campidoglio 
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Il debito di Roma, quello che fa tremare il governo, è come le buche della Capitale, gli alberi che ti crollano a un cm dalla testa nella Città eterna, gli autobus che s’incendiano per autocombustione, le scale mobili della metropolitana che sembrano uscite da un film di sci- fi e risucchiano i passeggeri, la spazzatura che scompare al mattino, dopo giorni d’attesa, per ricomparire più maleolente di prima a sera: e’ un buco nero, una giungla nella quale ci si può addentrare solo se forniti di machete. Una terra di nessuno, anche, perché di chi sia la colpa nessuno sa dirlo con esattezza. Un paio d’anni fa una ricerca dimostrò che per il 43% delle posizioni debitorie presenti nell’archivio informatico del Comune di Roma era impossibile risalire al creditore. La sola certezza è che il debito sta lì, cresce con la velocità di un mostruoso blob e schiaccia una città già in ginocchio.

Quando è cominciata? Si va per ipotesi e suggestioni. Forse con gli espropri per le Olimpiadi del 1960, ancora parzialmente da saldare. Quattro anni dopo, sindaco Glauco Della Porta, Dc, il rosso era a 400 mln più 180 di opere pubbliche accantonate: «Servono comprensione da parte dello Stato e mezzi di finanzia straordinaria», commentò il primo cittadino.

Comprensione e straordinarietà non bastarono: con l’amministrazione del sindaco Dc Clelio Darida, primi anni ‘ 70, il debito sfonda nel primo biennio della sua amministrazione quota 1000 mld, poi corre fino ai 2600 mld a fine esperienza. «La situazione non è grave: è disperata», chiosa il sindaco uscente. Le successive amministrazioni di sinistra brillano per molti versi. Non sul fronte dell’indebitamento, che arriva a 5000 mld e passa.

La nuova era, quella dei sindaci eletti direttamente, inizia nel 1993 con Francesco Rutelli, che usufruisce del cospicuo finanziamento per il Giubileo: 3.550 mld di lire. Un mld e passa entra poi con la cessione del 49% di Acea ai privati: Caltagirone e la francese Suez. Il giornalista del Sole/ 24 Ore Gianni Dragoni, che ha tentato di esplorare la foresta del debito di Roma in una celebre inchiesta del 2015, ce l’ha messa tutta per calcolare con precisione l’impennata del debito nell’era Rutelli. Senza davvero riuscirci: mancano i dati del bilancio sino al 1997. Secondo i conti del quotidiano, comunque, il debito doveva aggirarsi sui 3,5 mld di euro, lievitati a 5,93 quando a fine 2000 il sindaco lasciò in anticipo la carica. Il buco, all’epoca, era rappresentato essenzialmente dai trasporti, Atac e Cotral, che da soli si mangiavano 3.600 mld di lire sui 9mila complessivi di debito prima del passaggio all’euro.

Molti commentatori e analisti fanno risalire al sindaco Veltroni e alla sua esigenza di fare della Capitale una vetrina per il suo nascente Pd il salto del quadro clinico da grave a disperato. In termini di innalzamento del debito non sembrerebbe essere così. L’impennata è anzi decisamente inferiore a quella registrata dal predecessore: un mld di euro in più rispetto all’aumento di 2,31 mld della gestione Rutelli. La nota dolente sono i derivati: 9 contratti a tassi all’epoca nella media rivelatisi poi altissimi con impegno di restituzione integrale nel 2048. In soldoni: 1,4 mld ricevuti in prestito, 3,6 mld alla restituzione.

Il colpo di spugna risolutivo sarebbe dovuto arrivare con l’elezione di Gianni Alemanno. Nacque allora la gestione commissariale, una bad bank che prendeva in carico l’intero debito pregresso sino all’elezione di Alemanno nell’aprile 2008, con restituzione coperta da 500 mln di euro ogni anno, 300 a carico dello Stato, cioè della fiscalità generale, 200 a carico del Comune di Roma, da cui l’aumento inevitabile dell’Irpef nella Capitale: l’aliquota più alta d’Italia. Il debito di Roma si ridusse così per magia a soli 1.028 mln. Alemanno, nominato commissario, aveva inoltre il potere di decidere cosa far precipitare nel del debito pregresso: nel 2010 ‘ scaricò’ altri 644,2 mln di euro nella gestione commissariale.

Già ma a quanto ammontava il debito pregresso? Mai conteggio fu più difficile, raramente altrettanto ballerino. I calcoli in 2 anni passano da circa 9,5mld valutati nel 2008 a 12,2 mld nel 2010 scesi quattro mesi dopo a 10 mld. E’ questa la cifra ufficiale, stabilita dal commissario subentrato ad Alemanno, il montiano Varazzani: 10,6 mld ridotti nel 2014 a 7,44 mld grazie a pagamenti e incassi vari. Va da sé che, appena varata la gestione commissariale, il debito ha ripreso a correre, soprattutto nell’era Alemanno. Se i debiti finanziari verranno presi in carico dal Tesoro, come nel progetto detto ‘ Salva Roma’, resteranno 3 mld di debiti commerciali. La ristrutturazione del debito pregresso attualmente in discussione viene chiamata Salva Roma, ma M5S, che la ha messa a punto, preferisce definirla Salva Italia, mentre per la Lega è Salva Raggi. Tutte e tre le definizioni sono giustificate. L’operazione consiste nel passaggio del debito dalla bad bank al Tesoro, che potrebbe così facilmente rinegoziare gli interessi altissimi, pari al 5,34%, concordati da Veltroni e dal suo assessore al Bilancio Marco Causi. Per lo Stato non ci sarebbe aggravio, dato che i versamenti alla gestione commissariale si ridurrebbero, in misura identica e potrebbe anzi esserci risparmio per i contribuenti tutti: ecco perché i 5S parlano di ‘ Salva Italia’. Per l’attuale commissario al debito di Roma Beltrami evaporerebbe lo spettro di una catastrofica crisi di liquidità a partire dal 20122: di conseguenza sarebbe davvero un ‘ Salva Roma’. Infine ritrovarsi solo col debito commerciale, che potrebbe risultare più che compensati dai 300 mln statali e dai 200 del comune degli anni scorsi, sarebbe un toccasana per la sindaca Potrebbe addirittura scapparci un taglietto all’Irpef poco prima delle elezioni. Trattasi davvero anche di un ‘ Salva Raggi’, dunque. Proprio quest’ultimo aspetto è quello che la Lega intende bloccare.

 

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