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Def, la chimera dei tagli. Ma senza l’aumento Iva meno crescita e più debito

La spending review varrebbe 2,7 miliardi di euro.
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Il governo Conte aveva garantito che almeno 30 miliardi sarebbero entrati quest’anno nelle casse dello Stato attraverso la spending review. Alla fine, la Legge di Bilancio (la finanziaria) ne ha conteggiato solo 2,7. Ed è assai probabile che lo stesso schema si riproponga nel 2020.

La risoluzione di maggioranza con cui il Parlamento ha approvato il Def (Documento di economia e finanza) “impegna” il governo a non far scattare gli aumenti dell’Iva, e lo “invita” a sostituire i 23,1 miliardi attesi dal ritocco delle aliquote con analogo risparmio di spesa proveniente dalla spending review.

A tal fine, il governo ha nominato come commissari alla spending review i vice ministri all’Economia Laura Castelli e Massimo Garavaglia. La loro missione sarà, appunto, verificare che il Mef recuperi 23,1 miliardi di risparmi alla spesa con una revisione totale della stessa.

È assai probabile che i vice ministri abbiano letto il Def, ed è anche assai probabile che se lo siano fatto spiegare nei passaggi più criptici del testo. Per esempio, quando si parla di pil nominale. È uno dei pochi valori del Def che rimane pressoché immutato sia nel quadro tendenziale ( a legislazione vigente) sia nel quadro programmatico, che indica gli obbiettivi del governo. Nel quadro tendenziale cresce del 2,6%, in quello programmatico del 2,8%. Per intenderci, il pil nominale è dato dalla somma del pil reale e di un indicatore chiamato “deflattore al pil”. E che dovrebbe più o meno coincidere con l’inflazione. E qui iniziano le contraddizioni.

Il Def presuppone che nel 2020 ci sia un’inflazione dell’ 1%. E che il deflattore al pil salga al 2% grazie all’impatto sui prezzi determinati dall’aumento dell’Iva. Il problema è che nelle tabelle del Def il deflattore al pil rimane sempre al 2%. Ma solo l’aumento delle aliquote IVA può dare una spinta all’aumento dei prezzi dell’ 1%. Ne consegue che l’aumento, al di là della strumentalizzazione politica, è assimilato nelle tabelle di finanza pubblica. Il motivo è evidente. Senza quell’ 1% in più, il pil nominale cresce poco. Ne consegue che senza la spinta sui prezzi data dall’aumento dell’Iva sia il deficit, sia il debito andrebbero ben al di là degli impegni del governo.

Ed ancora. Seppure il governo fosse in grado di sostituire il gettito dell’aumento dell’Iva con la spending review, l’impatto di un taglio della spesa di 23,1 miliardi non avrebbe effetti sul pil nominale; o li avrebbe addirittura negativi.

Ecco perché, verosimilmente, il Parlamento ha approvato una risoluzione che difficilmente potrà essere rispettata dal governo. I risparmi di spesa pubblica non gonfiano il pil nominale come l’IVA. E senza questa bolla, il pil nominale scende ed il debito pubblico sale.

Per non parlare di come Bruxelles possa accogliere un cambio di passo delle promesse realizzate da Conte con la Commissione europea. Alla fine del 2018, la Ue ha dato luce verde alla manovra italiana solo perché questa avrebbe comportato ( con l’aumento dell’Iva) una crescita di 230 milioni del contributo italiano nelle casse europee. Se questi dovessero scomparire difficilmente la Commissione sarebbe nuovamente indulgente; anche in considerazione del fatto che la finanza pubblica nazionale non rispetta nessuno dei 3 Trattati europei in materia di conti dello Stato: non rispetta Maastricht, non rispetta il Patto di Stabilità e nemmeno il Fiscal compact. Peccare è umano, perseverare è diabolico. Anche nella finanza pubblica.

 

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