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In Libia l’Italia all’angolo. E l’America ci lascia soli

Da diversi anni il nostro Paese ha subito il protagonismo delle altre potenze, Parigi su tutte. La Farnesina si sta mobilitando solo ora che il conflitto rischia di toccare la zona a est di Tripoli dove sorgono gli insediamenti dell’Eni
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Ma davvero l’Italia rischia 800, anzi 900 mila sbarchi a seguito della terza guerra civile di Libia, innescata il 4 aprile dal generale Haftar che muove verso Tripoli e non riesce né è in condizione di espugnarla?

I rischi che comporterebbe una escalation sono molti, come vedremo, e un ulteriore salto è stato compiuto nella notte tra martedì e mercoledì scorsi, quando Haftar ha preso come obiettivi i civili facendo bombardare i quartieri residenziali di Tripoli, una città di 3 milioni di abitanti, e nella quale un paio di settimane di guerra han già prodotto 18mila sfollati, 190 morti e 614 feriti.

Ma, al netto della rispettiva propaganda, sia l’Italia che Sarraj san bene che quella cifra è a dir poco irrealistica. 800- 900mila sono infatti i migranti economici che in Libia arrivano dal Sahel e dal resto dell’Africa sub- sahariana in cerca di lavoro, e solo all’incirca un quarto di loro si stima possa avere intenzione – e mezzi economici- per tentare la traversata verso le sponde europee del Mediterraneo.

L’effetto della guerra sta provocando piuttosto il rientro della gran parte di loro nei Paesi di provenienza, anche via aerea, o la dislocazione in altre zone della Libia, non interessate dagli scontri.

Sarraj ha però evidentemente agitato lo spettro degli sbarchi in massa per ricordare all’Italia che ha tutto l’interesse a non trascurare la Libia proprio per via del problema dei flussi migratori, oltre che per l’approvvigionamento energetico.

Tema sensibile, ben oltre le divisioni che vi sono nel governo italiano, con Salvini che asserisce come «certezza» l’arrivo in Italia di terroristi, e che per questo ha disposto la chiusura dei porti via circolare inoltrata anche agli alti vertici militari, innescando così una mezza crisi istituzionale.

E con Conte che invece chiarisce che vi è il «rischio» di «qualche foreign fighters».

Ma al netto delle traversie politiche nella maggioranza di governo, il fatto è che l’Italia quei suoi interessi li ha trascurati, lasciando campo ad altre potenze. Subendo l’iniziativa francese durante l’ultima fase del governo Gentiloni, vedendo il fallimento del vertice di Palermo voluto nel novembre scorso dal governo Conte, e di nuovo non riuscendo a contrastare la Francia che ha bloccato sia alla Ue che all’Onu le censure al generale Haftar all’assalto di Tripoli.

È stata la Gran Bretagna, ieri, a promuovere alle Nazioni Unite una risoluzione per il cessate il fuoco immediato in Libia. E per spiegare all’Italia come sia indispensabile distinguere tra aggressore ed aggredito, ovvero tra Haftar e Serraj, e come occorra far rispettare l’embargo negli approvvigionamenti militari ad Haftar, son dovuti venire a Roma nei giorni scorsi lo stesso Sarraj e il vicepremier e ministro deglI Esteri del Qatar Ahmed Al Thani. Il tutto mentre l’inviato speciale Onu per la Libia ricordava che «quella di Haftar non è solo una guerra, è un colpo di Stato». Il resto, a spingere il frenetico attivismo in queste ore di Palazzo Chigi e Farnesina presso le cancellerie internazionali, lo ha potuto fare solo il rischio che Haftar raggiunga il territorio libico a ovest di Tripoli dove è insediata l’Eni.

Senza un cessate il fuoco effettivo infatti la guerra d’attrito che Haftar ha mosso a Sarraj può durare anni. Aprendo questo sí l’intensificazione degli sbarchi in Italia, porta d’Europa. Questa consapevolezza, che comincia ad affacciarsi, ha aperto un pressing diplomatico della Germania sulla Francia, mentre Haftar – sostenuto da Egitto, Emirati, Arabia Saudita, Russia, e in maniera ambigua anche dalla Francia- è corso da Al Sisi per farsi riconfermare fiducia e aiuti.

Ma le divisioni nel sostegno a Serraj sono tali che molti si aspettano una presa di posizione americana. Il presidente del Consiglio italiano è da giorni in attesa di una telefonata da Donald Trump, che non arriva. Gli Usa, dopo la stagione in cui Barack Obama spingeva gli europei a prendersi le responsabilità che competono loro, superando gli Usa “guardiani del mondo”, sono ora nella fase locale del sovranismo, l’America tornata jacksoniana, “fortezza” che rimira se stessa e si disinteressa del mondo: guardano al conflitto libico come cosa che non tocca i loro diretti interessi. E forse difficilmente gli apparati militari potrebbero convincere Trump a stigmatizzare quel che combina Haftar, che ha vissuto per vent’anni a poche miglia dalla sede CIA in Virginia. L’era trumpiana sin qui ha lasciato campo libero al principale attore politico oggi in Medio Oriente e in Nord Africa: la Russia di Putin e Lavrov.

Intanto, comunque, la sua guerra il generale Haftar l’ha già vinta: facendo rimandare a data da destinarsi la Conferenza nazionale libica di Gadamesh, punto di approdo di 4 anni di lavoro sulla riconciliazione nazionale che, tra mille diverse difficoltà, doveva portare a fissare la data di elezioni e a scrivere la Costituzione.

Quella che, con la riconsegna delle armi, avrebbe previsto proprio l’uscita di scena anzitutto dello stesso Haftar.

 

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