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Popolizio: «Il mio nemico del popolo che combatte la tirannia delle maggioranze»

Massimo Popolizio, attore e regista, porta in scena il celebre dramma di Ibsen. «Interpreto un antieroe megalomanie, un educatore involontario che si rivolta contro il cinismo e il conformismo delle masse schierandosi dalla parte delle minoranze»
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Massimo Popolizio, attore e regista, al Teatro Argentina è Un nemico del popolo molto amato dal pubblico. Il suo allestimento dell’opera di Ibsen, come la precedente messa in scena di Ragazzi di vita di Pasolini, è apprezzata dagli spettatori per la forza e la chiarezza dell’interpretazione.

Lui è il Dottor Thomas Stockmann, lavora alle terme della città e ha scoperto la contaminazione delle loro acque. Maria Paiato veste i panni del fratello, il Sindaco Peter Stockmann, che non vuole sia chiusa la stazione termale, perché da esse dipende il benessere economico della città e la sua posizione. Il Dottor Stockmann cerca l’appoggio dei giornali per raccontare al popolo la verità, ma il potere è più forte della rettitudine dei giornalisti e dell’editore.

Il protagonista si trova schiacciato dal confronto pubblico in cui viene costretto a un isolamento di cui paga le conseguenze, mettendo in evidenza il rapporto complesso tra la coscienza dell’individuo e il corpo emotivo e corruttibile delle masse. Lo spettacolo, che sarà in scena fino al 28 aprile e l’anno prossimo in tournée, è accompagnato da incontri e approfondimenti – “Oltre un nemico del popolo” – dedicati all’opera e all’allestimento.

Quattro anni senza Luca Ronconi. Il suo affacciarsi sulla regia vuole colmare un vuoto?

Ho 58 anni. Luca Ronconi è stato il mio maestro. Il primo spettacolo con lui l’ho interpretato a 24, quindi abbiamo lavorato 30 anni insieme. Non c’è stato solo Luca – perché davvero ne ho fatte di cotte e di crude nel corso della mia carriera –, però è chiaro che la sua scomparsa è stata un giro di boa. Credo che non avrei mai avuto il coraggio di fare il regista se fosse stato ancora vivo lui.

Le sue regie hanno successo. Continuerà?

Spero di sì. Non è detto. Il regista lo fai se te lo chiedono, se ci sono dei soldi e se c’è un teatro che investe su di te.

Altrimenti?

Mi piacerebbe fare un poco più di cinema. Questo sì. Per un attore che fa tanto teatro il cinema è un antidepressivo: si fa all’aperto, di giorno. La settima arte è più gioiosa, il teatro è più scuro come mestiere, benché sia Ragazzi di vita sia Un nemico del popolo hanno un’impronta umoristica e energica che mi piace dare in questo momento.

Una vivezza che serve a elaborare un lutto?

Non direi. Ronconi è un padre che tengo là, che c’è, che è con me. Sia ben chiaro, anzi, è chiarissimo: io non sono l’erede di nessuno. Ronconi era un genio, io no. Ho imparato tante cose che possono essere utili agli attori, perché io questo sono principalmente e a loro mi rivolgo. Oggi, in un mondo in cui l’interpretazione di una parte è l’ultimo aspetto cui si pensa di uno spettacolo teatrale – sono più importanti le immagini, le luci, i suoni e il resto – gli attori sono un po’ rassegnati. Però vedo che a molti di loro piace o piacerebbe lavorare con me, forse perché, appunto, do loro indicazioni che sono appannaggio di alcuni panda in via d’estinzione.

Venendo a Stockmann, Squarzina dice che questo personaggio non è un rivoluzionario, ma un educatore. Condivide?

È un antieroe. È un educatore perché non sa o non vuole utilizzare gli stessi mezzi che usa La voce del popolo – il giornale della città – che usano il sindaco o l’editore e gli altri. È un educatore involontario. Non sa come si fa. Quando abbiamo cominciato le prove ho detto che avrei voluto essere alto come Dustin Hoffman, per interpretare uno di quegli avvocati sempre un po’ ubriachi, un po’ sciatti, disordinati, che a un certo punto spendono tutto il loro furore per una causa – contro una società di sigarette per esempio –, una causa impossibile da vincere, ma che poi vincono.

Qual è la caratteristica principale del suo personaggio?

Stockmann non è un furbo. Mentre la furbizia fino a qualche anno fa era vista positivamente – si diceva «Ah, quello è furbo!» – oggi non è più così. In Stockmann coesistono pulizia e ingenuità. Anche troppo.

La sua critica più forte la rivolge al conformismo?

Lui si mette dalla parte della minoranza. La maggioranza ha la forza e la minoranza ha la ragione. Nel testo originale – molti saggi consigliano di tagliare una parte – Stockmann andava ben oltre. Paragonava addirittura gli umani ai cani: sosteneva che è sempre meglio avere un cane di razza che un cane bastardo. Oggi questo avrebbe una valenza diversa. Quando ha scritto il testo non c’era il nazismo, non c’era il fascismo.

L’energia oratoria del protagoni-

sta non ha molto effetto sul popolo…

Stockmann esce dai binari: non sa parlare. È persino leggermente megalomane, pensa che i forti debbano essere soli. Il suo però è uno dei punti di vista della commedia. Il sindaco, per parte sua, non è un cattivone, uno che persegua gli interessi personali. Fa, a suo modo, l’interesse della comunità. Ma è il tuo modo di fare l’interesse della comunità che cambia la qualità della tua azione. Nessuno vuole arricchirsi. Quelli che ne escono peggio sono i giornalisti.

Il pubblico applaude quando sente dire che la maggioranza è imbecille. Le è capitato che qualcuno vi abbia accusato di essere radical chic?

No. Quasi tutte le sere la gente ha voglia di applaudire, soprattutto quando Stockmann dice che esiste questo pernicioso principio di affidare agli ignoranti, agli incompetenti, agli immaturi lo stesso diritto di chi ha studiato. Mi domando se tutto questo venga dal web. C’è una stanchezza generale di sentire tutti che parlano di tutto e a ognuno viene attribuito lo stesso valore. Ovunque tutti si sentono in diritto di esprimere la loro opinione esattamente come fossero studiosi di quella materia. Mi domando se non ci sia una stanchezza generale. Non è una critica governativa, contro i Cinque Stelle. Non è un teatro politico, nel senso del partito. Credo che non se ne possa proprio più di sentirsi dire come devi fare, cosa è bene e cosa è male da gente che in realtà non lo sa.

Ma questa stanchezza non è forse solo di una minoranza che va a teatro? Chiaramente chi va a teatro, legge, compra un libro o un giornale è una minoranza. Questo testo lancia in platea una provocazione. Ci chiede se il principio democratico così come è considerato sia ancora valido o meno, se la forza della famosa maggioranza si debba limitare, se la democrazia sia una forma di governo che non solo viene dal popolo ma è anche “per” e “con” il popolo. Il che significherebbe dover tenere molto in considerazione le minoranze e non solo le maggioranze.

Dov’è la stortura?

Continuare ad affermare di essere stati eletti dal popolo, per proteggere i confini della patria, e pensare quindi di essere legittimati, attraverso questo voto, a fare cose che non si potrebbero fare. Lo spettacolo su questo punta il dito, provocatoriamente, senza retorica, perché è un allestimento umoristico, ha una forma leggera. Poi è solo teatro, non facciamo male a nessuno, rimaniamo all’Argentina con i nostri 500 spettatori a sera… Nella sua solitudine Stockmann ha una grande alleata nella figlia Petra. Erano cinque atti, è stato necessario ridurre il testo, ma non volevo perdere né il rapporto forte con la figlia, interpretata da Maria Leila Fernandez, né con la moglie Kathrine, Francesca Ciocchetti. Ho sempre immaginato la figlia come una barricadera. Una volta ho detto a Leila: «Pensa a una dei centri sociali, una che ha quella forza e quel furore, una che inevitabilmente ha il coraggio di agire da giovane, come altri più vecchi non hanno il coraggio di fare».

E la moglie?

La moglie è terrorizzata all’idea di perdere lo status raggiunto. Si apre lo spettacolo e loro mangiano zuppa di bue. Nell’originale c’era del roastbeef. Ma ho pensato a qualcosa di grasso, di nutriente, proteico. Perché è gente che ha sofferto la fame in precedenza. La moglie non vuole perdere quel benessere. Poi però di ricrede, perché è una donna di buon senso.

C’è un ubriaco, interpretato da Martin Kishimba. Potremmo avvicinare questo personaggio a un fool shakespeariano?

L’ubriaco esiste e ha molto più spazio nella versione che Arthur Miller fece a partire dal dramma di Ibsen. Quando ho letto Miller ho capito meglio Ibsen. L’ubriaco interrompe continuamente, degrada il discorso al popolo. Io faccio lo spettacolo con tre tavoli e sei sedie, non ho botole o altro. È uno spettacolo molto semplice sul piano scenografico, anche perché ho deciso di venire tutto avanti, penso infatti che questo testo abbia bisogno del primo piano degli attori. Quindi mi sarebbe piaciuto avere un sopravvissuto, un cantastorie che raccontasse: «Guardate che qui, cinquant’anni fa, settant’anni fa esisteva un paese, poi si è inquinato e adesso non c’è più niente». Alla fine mi è sembrato troppo forzato, però quel personaggio me lo sono portato dietro, come un Virgilio, uno che traghetta anche in modo ironico, da quadro a quadro.

Maria Paiato, sempre magnifica. Perché chiederle di recitare il personaggio del fratello?

Non nascondo che per prima cosa non seguo un ragionamento intellettuale, mi chiedo, piuttosto, come risolvere dei problemi. Questo spettacolo è nato con Umberto Orsini, con cui ho lavorato per cinque anni nella sua compagnia. Avevo pensato a un adattamento in cui lui facesse mio padre. Solo che lo spettacolo diventava troppo oneroso per la compagnia. Con Maria ci siamo incontrati e io ho pensato che un uomo che dice «Bevo solo acqua calda, panini col burro, non mangio quasi mai» è una figura aliena alla comunità. Dunque non è peregrino far interpretare il sindaco uomo a una donna. Montando lo spettacolo siamo riusciti a canalizzare l’energia di Maria su una dimensione asciutta e forte. Lei è bravissima…

 

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