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La versione di Bonafede: «La corruzione è mafia e il merito la sconfiggerà»

Dibattito all'Università di Catanzaro con il ministro della Giustizia, il presidente del Cnf Mascherin, il consigliere del Cnf Davigo e il procuratore nazionale antimafia De Raho. Nel suo intervento, Mascherin ha chiamato in causa «la burocrazia e la legislazione caotica e spesso incomprensibile»
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La corruzione come nuovo strumento della mafie, che alle intimidazioni preferiscono comprare i colletti bianchi. Ma è anche un male «naturale», per un quarto degli italiani, che dunque rinunciano a denunciare e, a volte, si rivolgono alle mafie – e non allo Stato – proprio per risolvere i propri problemi. Sono dati emersi dal dibattito “Legalità dell’azione amministrativa e contrasto alla corruzione”, all’Università di Catanzaro, al quale ieri sono intervenuti anche il presidente del Cnf Andrea Mascherin, il procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho e il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, questi ultimi d’accordo sull’idea di parificare la corruzione alla mafia. Un tema che è «priorità nell’agenda politica», ha sottolineato Bonafede, secondo cui servono maggiore meritocrazia e misure concrete, in «tutti i settori sociali», dalla sanità alle infrastrutture. La corruzione «infiltrandosi in settori principali del nostro paese finisce per contaminarli ed eroderli fino al punto quasi di devastarli – ha aggiunto – Con la Spazzacorrotti abbiamo fatto in modo che venissero rafforzati gli strumenti di intercettazione nella lotta alla corruzione». Contrariamente alla riforma Orlando, ha sottolineato, che «non tutelava la privacy, ma bloccava l’utilizzo delle intercettazioni». Ma nella legge di Bilancio, già stanziato, c’è anche «un investimento nella giustizia che non ha precedenti nella storia della Repubblica – ha evidenziato – Parliamo di circa 1000 magistrati in più nei prossimi tre anni da assumere».

Ma la vera madre della corruzione, ha affermato Mascherin, è il sospetto a prescindere, la criminalizzazione e, sopra ogni cosa, «la burocrazia, così come la legislazione caotica e spesso incomprensibile». Fonte di corruzione è«uno Stato che non pagai debiti con le imprese, o le gare di appalto fondate sulla corsa al ribasso dei prezzi piuttosto che sulla qualità – ha spiegato – Ciò, fra l’altro, favorisce la criminalità organizzata, che si offre di risolvere i problemi e gli “ostacoli” che crea lo Stato. Bisogna riprendere il contratto tra istituzioni e cittadino, fondato sulla fiducia reciproca e non sul sospetto reciproco. Sarebbe, insomma, necessaria una legge “spazza leggi inutili”».

La corruzione, ha denunciato poi il presidente della Commissione antimafia, Nicola Morra, si riflette anche sulla democrazia, esemplificato anche dall’alto numero di scioglimenti: 324, ai quali si aggiungono 185 provvedimenti di proroga. «La Calabria è una delle regioni più corrotte – ha sottolineato – Se vogliamo provare a cambiare registro dobbiamo rendere oggetto di riflessione l’istituto dello scioglimento, che sulla carta è nobilissimo, ma nei fatti ha prodotto tanti danni». E il riferimento è a paesi come San Luca, in provincia di Reggio Calabria, dove dopo anni di scioglimenti la gente ha deciso di non votare più. «Questa comunità dal 2015 non riesce ad autogovernarsi, il che è una sconfitta per tutti», ha evidenziato. Ben venga, dunque, la proposta del procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, quella di concedere un contraddittorio agli amministratori prima di arrivare allo scioglimento. Ma la battaglia contro le mafie, ha spiegato, «deve essere innanzitutto culturale. Qui ci sono forze sane, ma anche forze terribilmente corrotte e inquinate – ha detto in riferimento alle indagini su alcuni magistrati calabresi – Se la giustizia non funziona, il problema si riverbera su tutte le dimensioni della società calabrese».

a corruzione è in crescita, ha ribadito Gratteri. Che ha mandato un messaggio alla politica, sempre presente ai dibattiti sui temi della giustizia, ma spesso senza che ciò abbia conseguenze concrete. «Questi convegni sono importanti se poi chi viene da Roma e prende appunti è consequenziale – ha sottolineato -, altrimenti è una passerella per tutti. Gli interventi da fare sono tremila, i cassetti sono pieni di articolati di legge. Ma o si ha la volontà e il coraggio di modificare tutto il sistema penale, processuale e detentivo o si avranno solo effetti parziali. Dico ai cittadini di avere fiducia nel futuro, di credere di noi, perché ce la stiamo mettendo tutta». Tra crescita del fenomeno mafioso e corruzione, ha spiegato il procuratore, «esiste un intreccio profondo». Un fenomeno ancora poco conosciuto, perché «la società civile fatica a credere che la società civile sia così vicina alle associazioni mafiose, fatica a credere che essa stessa ne permette la sopravvivenza, insomma fatica ad accusare se stessa».

Tra gli interventi di ieri anche quello di Piercamillo Davigo, consigliere del Csm, secondo cui il problema della corruzione «è che anche se se ne parla molto si conosce poco. Anzitutto – ha aggiunto – bisogna conoscerla, perché quando si tratta in modo diverso da come deve essere trattata è difficile ottenere risultati sul suo contrasto». Ma il metodo giusto, secondo il procuratore De Raho, è proprio quello di equipararla alle mafie. «La corruzione è il sistema attraverso cui le mafie oggi riescono a dominare lo stesso sistema economico. Il recente provvedimento ha migliorato la normativa: più che leggi, probabilmente occorrerebbe bonificare i sistemi di controllo». In quest’ottica, il nuovo articolo 416 ter è «una grande conquista» che potrebbe «evitare di incorrere in quei deficit di punibilità riscontrati in diverse occasioni, ampliando la fattispecie in modo da comprendere qualunque ipotesi possa ricorrere nell’inquinamento del voto».

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