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«Lotto contro l’uso delle armi, nel nome di mio padre Agostino»

Il ricordo di Luca Di Bartolomei: «su temi importanti come la legittima difesa, non possiamo accettare che una classe dirigente legiferi sull’emotività». Il figlio del capitano della Roma conduce la sua battaglia contro l’uso delle armi. «Se aumentano le pistole, aumentano i morti»
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«La vera emergenza sicurezza sono gli uomini che odiano le donne». E le troppe armi, che la legge sulla legittima difesa, in un corto circuito tautologico, metterà in circolazione, rendendo l’Italia un posto meno sicuro. È «una legge potenzialmente sanguinaria», spiega nel saggio “Dritto al cuore” Luca Di Bartolomei, figlio dell’indimenticato capitano della Roma Agostino, morto suicida, con un colpo di pistola al petto nel 1994. Un’analisi supportata da dati e statistiche che parte proprio dal momento in cui, 12enne, Luca vede suo padre senza vita. «Di quel giorno – racconta al Dubbio – ricordo tutto, tranne una cosa: la pistola. Vi sentite più sicuri ad averne di più in giro? Io vi assicuro di no».

Perché ha deciso di scrivere questo libro?

Parto da una vicenda personale, il suicidio di mio padre. Mi sono trovato ad avere a che fare con un dramma che comincia con la decisione di tenere un’arma in casa e mi confronto con un dolore che non vorrei mai si ripetesse, adesso che sono padre. Tutto porta a dire che il numero di armi, già molto alto, tenderà tristemente ad aumentare. E la strada che stiamo percorrendo temo possa portare solo altro sangue.

Cosa ricorda di quel giorno?

Ricordo tutto, salvo il bagliore di quella pistola, perché probabilmente il raptus che lo ha portato al suicidio è lievemente successivo al mio incontro con lui. Sono stato l’ultima persona a vederlo vivo, perché Agostino, tutte le mattine, mi svegliava. Io uscivo per andare a scuola, ci siamo scambiati qualche parola. Mi chiese di andare a lavoro con lui, perché era ormai il 30 maggio e gli impegni scolastici erano meno gravosi. Gli risposi che non potevo. Sono convinto che non avesse ancora preso la pistola. Ma la mia vicenda personale non sposta di un millimetro la crudezza dei dati che raccontano la totale distopia di un paese che è sicuro, ma impaurito. Quando sono nato io, nel 1981, ci sono stati 2041 omicidi. Se affrontiamo la serie storica, tra il ‘ 73 e il ‘ 77 gli omicidi sono costantemente sono sopra i 2200 l’anno. Quando è morto mio padre, nel 1994 erano circa 1400.

E ora?

Quest’anno le stime sono di 300- 330. Ciò vuol dire che, su temi così importanti, non possiamo accettare che una classe dirigente legiferi sull’emotività, perché ad ogni 10% in più di armi immesse nel mercato corrisponde un raddoppio degli incidenti, secondo i numeri elaborati dal Federal Bureau of Statistics americano. Il legislatore deve guardare ai numeri. Noi oggi ci troviamo di fronte ad un Paese che non va armato, ma rassicurato.

Che numeri ci sono in Italia?

Si va dai 4 milioni e mezzo di detentori, fino ai circa 12 milioni di armi complessivamente diffuse nelle case degli italiani. Stando agli ultimi numeri disponibili, si conta mediamente un’arma ogni sei persone, quindi un’arma ogni 8,7 appartamenti, una in ogni condominio. Le statistiche raccontano che più armi vuol dire più omicidi. Diffondiamo l’oggetto e diffonderemo il sangue.

Su questo punto il ministro Salvini le ha risposto che anche un martello può uccidere, se usato come arma.

La risposta di Salvini è povera e il tema che la politica dovrebbe porsi è di non dare risposte semplici a paure complesse. Un martello, un furgone, un coltello sono tutti oggetti che la capacità malevola dell’uomo può trasformare in armi incredibilmente potenti, ma la loro potenza non è data dal fatto di essere strumenti di morte. Le armi sono pensate e realizzate solo con uno scopo: uccidere. Se c’è un’arma in casa prima o poi sparerà, mentre se c’è un’auto in strada non è detto che faccia una strage di passanti.

La legge è stata presentata come una risposta alle esigenze di sicurezza dei cittadini. Come mai la paura è così diffusa?

Il fatto che una discreta e rumorosa minoranza di italiani avverta un preponderante senso di paura, non corroborato dai dati, non fa sì che la risposta più adatta sia quella di offrire loro una pistola, con lo Stato che passa da garante dell’ordine pubblico a mero osservatore di possibili stragi. Lo dicono i magistrati, gli avvocati dell’Ucpi: questa legge è, al netto dei profili di costituzionalità, potenzialmente sanguinaria. Questa legge non porterà più sicurezza. Al contrario, ci scopriremo tutti meno sicuri.

In che modo?

La mala recezione della direttiva europea avvenuta ad agosto, che aumenta il numero di armi detenibili in casa e allunga il tempo di durata del porto d’armi, la legge sulla legittima difesa, i progetti di legge che riguardano l’allargamento della possibilità di accedere alle armi raccontano di un combinato disposto culturale che vuol far sì che gli italiani si armino di più. E questo comporterà, come primo risultato, più donne morte. Al 3 di aprile, il numero di femminicidi del 2019 è superiore al numero di persone statisticamente uccise per rapine, alle quali va tutto il mio affetto. Sono 18 le donne uccise nel 2019, mentre negli ultimi 5 anni i morti di rapina sono mediamente tra i 15 e i 17. Non c’è un’emergenza sicurezza, ma se ci fosse allora è quella degli uomini che odiano le donne. Se vogliamo guardare ai dati ufficiali, non sconfessabili, vediamo che c’è un problema di percezione.

E da cosa dipende?

Dai temi strettamente legati alla condizione di vita, in primis il lavoro, che generano un malessere psicologico che un pezzo di media, come dimostrato numericamente ad esempio da Ipsos, strumentalizza, accanendosi su alcuni fatti di cronaca nera. Prendiamo due casi: la tremenda vicenda di Pamela Mastropietro e quella dei fratelli Diotallevi, in cui due uomini hanno fatto a pezzi due donne. Nel primo caso troviamo 4mila lanci in sei mesi e 10mila pagine su internet; del secondo caso, un fratello italiano che ha ucciso una sorella italiana, quasi non se ne fa menzione. Ciò significa che su un popolo impaurito, una comunicazione priva di scrupoli tende a propagare un sentimento di paura che individua nel diverso e nell’ultimo un potenziale pericolo, eventualmente anche da abbattere.

È una questione di propaganda?

È più complesso e riguarda, innanzitutto, un’insicurezza generalizzata circa la condizione economica. Oggi, in Italia, sono soprattutto le fasce deboli anziane e le fasce meno istruite ad aver paura di scivolare in una situazione di povertà e questa paura viene indirizzata dalla politica, che invece di costruire ragionamenti complessi si affida allo slogan e alla risposta semplice. Se vogliamo capire veramente cosa crea insicurezza, basta vedere i dati dell’Ocse, che raccontano i paesi che sono cresciuti e quelli che non sono cresciuti: noi siamo ai livelli del 2000. È un paese impaurito perché sempre più persone hanno difficoltà ad arrivare alla fine del mese e quel poco che hanno sono disposti a difenderlo anche a costo della vita.

Cosa dovrebbe fare la politica?

Parlare di lavoro. Purtroppo però non avviene da molti anni.

Manderà il libro a Salvini?

Perché no. Ma il problema sono tutti quei legislatori che non hanno mai un dubbio nella loro azione. Il dubbio dovrebbe guidare l’attività politica. Purtroppo – e Salvini è tra questi – i politici sono carichi di sicurezze. E in genere le sicurezze non portano mai buoni frutti.

 

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