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Giulia Ligresti: assolta ma alle spalle ha sei anni d’inferno

Le accuse di aggiotaggio e falso in bilancio erano infondate. «Troppo spesso, in nome della giustizia, si commette la più grande delle ingiustizie: togliere la libertà a un innocente», ha commentato la donna dopo la sentenza
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Si è conclusa il 1 aprile 2019 la vicenda giudiziaria di Giulia Ligresti: la Corte d’appello di Milano l’ha assolta definitivamente dalle accuse di aggiotaggio e falso in bilancio nel caso Fonsai. La sentenza ha accolto la richiesta di revisione del patteggiamento a 2 anni e 8 mesi, presentata dagli avvocati difensori in seguito all’assoluzione in rito abbreviato per gli stessi capi d’imputazione al fratello Paolo e ad altri ex manager.

«E’ stata durissima ma non ho mai smesso di lottare e di avere fiducia nella giustizia», è stato il commento della secondogenita della dinastia Ligresti dopo la notizia dell’assoluzione per non aver commesso il fatto. «Nonostante la violenza di essere stata messa in carcere, con tutto ciò che ne consegue, da innocente. Troppo spesso, in nome della giustizia, si commette la più grande delle ingiustizia: togliere la libertà ad un innocente e abbandonarlo alla gogna mediatica».

Il caso giudiziario che ruota intorno alla famiglia Ligresti – il padre Salvatore, i figli Paolo, Jonella e soprattutto Giulia – riempie dal 2013 le pagine di cronaca giudiziaria, nello stesso anno ha portato a una mozione di sfiducia contro un ministro della Repubblica (Annamaria Cancellieri, all’epoca ministro della Giustizia e tra le papabili candidate al Colle) e, dopo sei anni, si smonta dalle fondamenta. In particolare, il caso di Giulia Ligresti ora concluso dopo sei anni e una intricata vicenda processuale, solleva perplessità in merito alla gestione dell’inchiesta a partire dalla fase delle indagini preliminari.

Ripercorrendone i passaggi, il 17 luglio 2013 per l’intera famiglia Ligresti il gip di Torino dispone l’arresto: l’accusa è di falso in bilancio e manipolazione di mercato, per l’occultamento di un ammanco da circa 600 milioni di euro nella riserva per i sinistri della compagnia assicurativa Fondiaria Sai, con conseguenze per i risparmiatori. Il padre ottantenne Salvatore viene posto ai domiciliari, il figlio Paolo è in Svizzera e si costituirà solo due anni dopo, Giulia e Jonella invece finiscono in custodia cautelare nel carcere di Vercelli. Giulia soffre di anoressia e la galera peggiora le sue condizioni di salute: in carcere rimane un mese e mezzo e il gip respinge la prima istanza di scarcerazione formulata dai legali, nonostante il parere favorevole del pubblico ministero (dopo che Ligresti aveva collaborato con le indagini e formulato una proposta di patteggiamento della pena). Solo il 28 agosto il gip concede i domiciliari, dopo gli esiti di una perizia medica per accertare le condizioni di salute della donna. Gli stessi operatori carcerari, infatti, si erano rivolti ai magistrati di sorveglianza perché Ligresti era arrivata al punto di rifiutare il cibo e versava in condizioni psicologiche preoccupanti. La perizia certifica i disturbi psicologici e di alimentazione provocati dalla detenzione e viene concessa una misura cautelare meno afflittiva.

A settembre 2013, l’ex vicepresidente di Fonsai – provata dalla carcerazione preventiva – decide definitivamente di patteggiare la pena a 2 anni e otto mesi, una multa di 20mila euro e la confisca del 31% delle azioni della società Pegasus (per un controvalore di circa 5 milioni di euro) e del 31% degli immobili riferibili alla società (valore totale stimato tra 25 e 28 milioni di euro). L’obiettivo dei difensori è quello di stralciare definitivamente la posizione di Giulia dall’inchiesta Fonsai, chiudendo la vicenda nel modo più rapido possibile per risparmiare alla donna il protrarsi della misura cautelare.

Dopo il patteggiamento, infatti, Giulia torna libera e attende che la sentenza diventi definitiva per concordare con il Tribunale di sorveglianza di Milano le misure alternative alla detenzione, come l’affidamento servizi socialmente utili. Il 19 ottobre 2018 (quando viene fissata udienza davanti ai giudici di sorveglianza), tuttavia, Giulia Ligresti torna in carcere, questa volta a San Vittore a Milano. Il tribunale milanese, infatti, respinge la richiesta avanzata dai legali di far scontare a Ligresti la parte restante della pena (dopo i 3 mesi scontati prima in carcere e poi ai domiciliari) con lavori socialmente utili.

La nuova carcerazione dura 19 giorni: Ligresti torna in libertà con l’accoglimento da parte della Corte d’Appello di Milano della richiesta di sospensione dell’esecuzione della sentenza di Torino, presentata dagli avvocati difensori Gian Luigi Tizzoni e Davide Sangiorgio. I legali, infatti, depositano un’istanza di revisione del patteggiamento del 2013, sulla base dell’assoluzione ottenuta in via definitiva dal fratello Paolo «per gli stessi fatti», ovvero i reati di falso in bilancio e aggiotaggio nel processo Fonsai.

Lunedì scorso, infine, i giudici milanesi hanno accolto la posizione dei legali e revocato il patteggiamento, assolvendo definitivamente Giulia Ligresti. Il patteggiamento era «inconciliabile», «visto un pronunciamento passato in giudicato che dichiara l’insussistenza del fatto», ha spiegato l’avvocato Sangiorgio. La vicenda, dunque, per l’ex top manager si conclude con un’assoluzione dopo sei anni di processi, quaranta giorni di carcere a Vercelli, altrettanti ai domiciliari e 19 a San Vittore. E’ stata proprio la detenzione a provare maggiormente – sia dal punto di vista psicologico che fisico – Giulia Ligresti, la quale ha tenuto in ogni sede a ribadire di «essere finita in carcere da innocente». A sottolineare l’importanza della sentenza sono intervenuti anche gli avvocati: «La sentenza di Milano restituisce piena dignità a Giulia Ligresti, bersaglio di un’ingiusta carcerazione».

Ora, proprio questa ingiusta detenzione potrebbe oggetto di autonomo procedimento: l’ex vicepresidente di Fonsai, infatti, avrebbe la possibilità di instaurare un giudizio per ottenere il risarcimento del danno da ingiusta detenzione. Anche se nessuna compensazione economica potrà restituirle sei anni di calvario giudiziario, aggravato dai mesi passati in carcere.

 

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