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“Extrema ratio”, la cella diventa un’esperienza multisensoriale

Dal 27 marzo fino al 6 aprile, nel palazzo comunale di Lecco, la mostra Apac (associazione di protezione e assistenza ai condannati) racconta la trentennale esperienza brasiliana basata sul modello di carcerazione “alternativo”
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Mentre il populismo giudiziario comincia a penetrare pian piano una diversa idea di giustizia e sconto della pena. Così come sta accadendo in questi giorni a Lecco. Il comune, insieme a un’ampia rete di soggetti della società civile, istituzioni, enti, associazioni e realtà sociali, ha aderito all’iniziativa della Caritas Decanale di Lecco e della Caritas Ambrosiana per allestire in città, dal 27 marzo fino al 6 aprile, all’interno del palazzo comunale, la mostra Apac ( Associazione di Protezione e Assistenza ai Condannati) e l’installazione Extrema Ratio, all’interno del progetto “Diamoci un’altra chance: quale giustizia?”.

«Abbiamo aderito e ospitiamo con piacere in municipio questo progetto perché riteniamo importante accendere un riflettore su temi complessi, e che necessitano di particolare attenzione e approfondimento, come la giustizia, le condizioni di detenzione, la rieducazione dei carcerati –- sottolinea l’assessore alla Cultura del Comune di Lecco Simona Piazza -. I visitatori, attraverso la mostra Apac e l’installazione Extrema Ratio, allestite nel cortile del palazzo comunale, potranno sperimentare l’esperienza della detenzione in una cella carceraria, una breve esperienza multisensoriale, ma di grande impatto che sicuramente sarà fonte di riflessione e spunto di dibattito».

I temi promossi dall’iniziativa riguardano la giustizia: i reati e i crimini rompono il patto sociale di convivenza, generano allarme, paura e senso di insicurezza nella comunità e richiedono risposte efficaci. Le risposte che conosciamo spesso lasciano soli i rei, alle prese con l’espiazione di una pena che non serve a prevenire la recidiva, ma lasciano sole soprattutto le vittime, dirette e indirette, con le loro sofferenze e i danni prodotti dal crimine che hanno subito. Inoltre lasciano soli i cittadini alle prese con le loro paure, insicurezze e un desiderio di giustizia che a volte si trasforma in desiderio di vendetta e in odio. L’attesa e a volte la pretesa di una risposta di giustizia forte, certa e risolutiva che ristabilisca l’ordine sociale sono quasi sempre identificate con la reclusione: al male del crimine si risponde con il male della pena in carcere, convinti che questo raddoppio del male possa generare il bene, per chi ha commesso il reato, con la chiusura in carcere, per chi ha subito il reato, con il sentirsi ripagato del male ricevuto e per la società con il sentirsi anch’essa ripagata e rassicurata per il futuro. Ma la pena detentiva non riesce quasi mai a rieducare il reo e a prevenire la recidiva. Le persone detenute si deresponsabilizzano rispetto alle conseguenze del reato e coltivano un senso di rancore sociale che favorisce un ulteriore coinvolgimento nel mondo criminale.

Da questa riflessione prende le mosse il progetto, la possibilità di immaginare una giustizia che si prenda cura di tutte le parti, vittime, rei e comunità, attraverso progetti in grado di promuovere la responsabilizzazione e la riparazione da parte dei rei verso le vittime e la comunità, che li mantenga inclusi nella compagine sociale a garanzia della sua tenuta e dell’ordine sociale. Promuovere l’accoglienza, l’ascolto, i bisogni delle vittime, offrendo loro le opportunità per andare oltre l’esperienza di solitudine. L’iniziativa si sviluppa attraverso l’allestimento di una mostra e di una installazione aperte al pubblico nel cortile del municipio, visite guidate, e tre appuntamenti di riflessione e approfondimento rivolti ai cittadini, ai giovani, alle scuole e agli operatori e volontari del settore sui temi della giustizia e della pena, che si terranno presso l’Auditorium Casa dell’Economia e in sala don Ticozzi a Lecco. La mostra racconta la trentennale esperienza brasiliana basata sul modello di carcerazione “alternativo” gestito dall’Apac, esperienza che, a partire dalle consapevolezza delle condizioni di violenza estrema e recidiva altissima delle carceri brasiliane, si è misurata con il tentativo di recupero, riabilitazione e reinserimento sociale di molti condannati attraverso strutture gestite, in convenzione con le istituzioni regionali e locali, da volontari, personale amministrativo e dagli stessi detenuti.

Una scommessa che propone prima di tutto uno sguardo nuovo su chi è in carcere: uno sguardo che crede alla possibilità del cambiamento personale, condannando il crimine, ma salvando la persona. All’interno di questa esperienza i tassi di recidiva sono stati abbattuti dell’ 85%. La mostra sarà visitabile dal lunedì al venerdì dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 13.30 alle 17.30, il sabato dalle 9.30 alle 12. Sono previste inoltre delle visite guidate curate dagli operatori insieme agli studenti dell’IIS Bertacchi di Lecco, all’interno del progetto di alternanza scuola- lavoro su giustizia riparativa e legalità, che insieme illustreranno in modo approfondito i temi della mostra dopo l’esperienza di visita della cella. Stasera, alle 21, ci sarà il primo incontro all’Auditorium Casa dell’Economia di Lecco. Interverranno Luciano Violante ( ex- magistrato, docente ed ex- presidente della Commissione Antimafia e della Camera dei Deputati), Francesco Maisto ( Presidente emerito del Tribunale di Sorveglianza di Bologna) e Adolfo Ceretti ( docente presso l’Università Bicocca di Milano, criminologo ed esperto in materia di giustizia riparativa).

Carceri senza sbarre né polizia, con la sicurezza garantita dai volontari e dai detenuti stessi. Utopia? No, è una realtà che da parecchi anni è ben radicata in Brasile. Parliamo del metodo innovativo portato avanti appunto dalle Associazioni di protezione e assistenza ai condannati. L’Apac è un’associazione cattolica della società civile senza scopo di lucro che ha come obiettivo l’umanizzazione della pena privativa della libertà, che rappresenta una alternativa al carcere. In Brasile esistono 147 Apac. La media mondiale della recidiva dei condannati nel mondo è del 70% e in Brasile arriva fino all’ 80%, mentre con i “recuperandi” delle Apac la recidiva scende fino al 20%. Inoltre il costo di costruzione di un posto/ persona è un terzo del costo del carcere comune, e il costo di mantenimento è dimezzato.

La metodologia utilizzata nelle Apac nasce 40 anni fa per opera di Mario Ottoboni, un avvocato visionario della Pastorale Carceraria a San Paolo. Oggi è riconosciuta dalla legge Brasiliana e praticata dai Tribunali di 17 Stati Brasiliani. Tale metodologia è basata sul riconoscimento di aver commesso un errore e sulla decisione di cambiare vita all’interno delle carceri Apac. Esse sono strutturate con l’obiettivo della risocializzazio-ne reale dei condannati o “recuperandi”, evitando che, dopo aver espiato la pena, ritornino a commettere crimini. Le Apac non sono solo un modello di recupero dei detenuti, ma anche un’alternativa reale di espiazione della pena, non ci sono né guardie né agenti penitenziari, i “recuperandi” hanno le chiavi della prigione e spesso sui muri si legge “l’uomo non è il suo errore”. Tutto si basa sull’autodisciplina, sulla fiducia e sul rispetto. Le condizioni indispensabili per aprirne uno sono il coinvolgimento diretto della comunità locale e dei magistrati. Per entrarvi il detenuto deve essere condannato in via definitiva, deve aver fatto un periodo di detenzione nel carcere tradizionale ( sempre più affollato in Brasile come in tanti altri Paesi), deve aver fatto richiesta di entrare in un Apac. La vita in queste carceri senza carcerieri né armi, dove i colori predominanti sono il bianco e l’azzurro che richiama il cielo, è scandita da ferree regole: sveglia, preghiera, lavoro.

 

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