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«Ma io vi dico che la poesia seppellirà la tecnica…»

Intervista doppia a Gabriele Lavia e Federica di Martino in scena all’Eliseo di Roma con “I Giganti della montagna” di Pirandello
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La testimonianza, forse l’illusione, che il teatro possa ancora esistere nella società, nonostante la paura. Sono I Giganti della montagna di Luigi Pirandello, prodotto dalla Fondazione Teatro della Toscana, nella lettura di Gabriele Lavia. Iperbole di colori, felicità d’immagini. Sulla scena, fino al 31 marzo al Teatro Eliseo di Roma, Lavia è Cotrone, Federica di Martino interpreta la Contessa Ilse, spirito della poesia. Il testo di Pirandello è un crinale di parole e pensieri, che sulla scena si fa concerto di voci in bilico sulla realtà. Lavia cammina sugli orli dell’umano e dell’immaginario, per dare carne a un essere sospeso tra la consapevolezza della vita e un sentore continuo di aldilà. La sua interpretazione assume su di sé il respiro dell’ultimo Pirandello – anche il suo disorientamento e la sua stanchezza –, attraversa lo spazio e arriva allo spettatore con sicura verità.

Federica Di Martino è la forza che aggredisce l’indugio, è il prorompere sulla scena e nella società di un canto poetico ferito, ma che speriamo immortale. Incisiva la presenza di Nellina Laganà nel ruolo della Sgricia, molto equilibrati in generale tutti gli interpreti, di grande rilievo il risultato del lavoro corale del gruppo iNuovi e degli altri attori che hanno dato anima ai fantocci.

FEDERICA DI MARTINO

Federica, nel suo camerino, tra le altre, vedo due foto di attrici importanti: Mariangela Melato e Valentina Cortese. Sono i suoi modelli?

Mariangela per me è una figura importante. L’ho ammirata per il suo talento straordinario, ma anche per la sua grande ironia, la sua versatilità, che l’ha portata ad abitare il comico e il tragico, il cinema e il teatro.

Quando l’ho conosciuta è diventata un’amica, una persona cara capace di dare consigli importanti. La porto nel cuore.

Valentina è un’attrice eccezionale, la foto che è qui in camerino me l’ha regalata a Milano un collega. È beneaugurale: rappresenta Valentina Cortese nel ruolo di Ilse nei “Giganti della montagna” diretti da Giorgio Strehler.

In Pirandello si incontrano spesso tragedia e commedia. Con che passo è entrata nel personaggio della Contessa Ilse?

Ho un legame speciale con Pirandello, è il mio autore preferito. Sono entrata all’Accademia Silvio D’Amico con un brano della figliastra dei “Sei personaggi in cerca d’autore”. I “Giganti” sono un’opera maestosa a cui ogni attrice guarda con desiderio: è un grande traguardo per me esserne un’interprete, diretta da Gabriele Lavia che, oltre a essere mio marito, è un regista che stimo enormemente. Pirandello offre un materiale immenso su cui riflettere. Ilse è la poesia, porta con sé l’etereo e il carnale: è un personaggio difficile, non si smette mai di lavorarci.

C’è una determinazione folle, in questo personaggio, una volontà di esistere, di recitare il suo dramma, che può portarla alla rovina…

Questo testo è l’opposto dei “Sei personaggi”, in cui sei creature arrivano in un teatro dove una compagnia di prosa sta provando e chiedono di essere rappresentati. Nei “Giganti” c’è invece Cotrone, che è come fosse Pirandello, con i suoi personaggi, quelli che non ha mai rappresentato, che ha nella mente e non porterà in scena.

Cotrone è in questa Villa Scalogna, dove si è ritirato a vivere perché ritiene che il mondo dell’immaginazione sia l’unico luogo possibile per poter fare poesia. Qui arrivano degli esseri vivi, che dicono di voler fare poesia, vogliono rappresentare il teatro in mezzo agli uomini. Cotrone gli dice: “Cosa andate a fare nel mondo? Recitare perché? Recitare per chi? Non vedete che cosa ne ave- te avuto?”. Quindi gli propone di mettere in scena lì il loro spettacolo, “La favola del figlio cambiato”, nel mondo dell’immaginazione. Ma Ilse ribatte: “No, deve vivere là in mezzo agli uomini”.

E poi?

Il nostro allestimento non prevede gli ultimi appunti che Pirandello detta a Stefano. Lì si decretava la morte di Ilse, perché i Giganti, il mondo reale, l’avrebbero sbranata. Invece in una lettura che io condivido pienamente, Gabriele sceglie di fermarsi dove c’è ancora speranza: c’è sempre un motivo per far vivere la poesia in mezzo agli uomini. Io sono convinta che il teatro è l’arte del futuro, perché si basa sul rapporto vivo dell’attore e dello spettatore: c’è carne.

Federica Di Martino cosa cerca nel teatro?

Prima di tutto il teatro stesso. Ho avuto esperienze televisive, anche importanti. Non disprezzo la TV, ma frequentando l’ambiente televisivo ho rafforzato l’amore per il teatro. Sono interessata alla drammaturgia contemporanea: ho amato molto interpretare “Cronaca di un amore rubato” di Dacia Maraini, “Igiene dell’assassino” di Amelie Nothomb che ho fatto al Festival di Napoli con Eros Pagni ed è stata un’esperienza notevole, le “Scene da un matrimonio” portate in scena con Alessandro D’Alatri insieme a Daniele Pecci, un’esperienza vincente, come “Divine Parole” di Ramón del Valle- Inclán, con la regia di Damiano Michieletto.

Mi piace lavorare da scritturata, ma amo soprattutto mettere insieme un progetto, cercare un testo, mi piace la coralità, trovare un giovane autore che sia in grado di fare l’adattamento, collaborare con altre attrici e con le registe donne. Mi piace dare corpo a un’idea.

Recitare oggi, in mezzo a questo disorientamento culturale, è una fatica di Sisifo o lei trova un senso che non sia valido solo per pochi?

Lo trovo quando facciamo questo spettacolo al Piccolo di Milano e arriva la mail di uno spettatore che dice di aver provato la più grande emozione della sua vita. Lo trovo quando interpreto la tragedia greca e 30 o 40 ragazzini di 15 anni mi aspettano fuori dal camerino gridando come a un concerto rock. Questo mi dà la forza. E poi io vivo il mio mestiere come un gioco, ho un atteggiamento infantile: amo ascoltare lo spettatore, mi diverto con i colleghi di scena, sono curiosa di provare emozioni nuove, di sentire come sia stata percepita questa o quella battuta. Gioco, in tutta serietà.

GABRIELE LAVIA

I Giganti della montagna è il terzo spettacolo di quella che viene presentata come una sua personale trilogia pirandelliana. C’è un pensiero dietro o è un caso?

È un caso. O come diceva Diderot: la necessità del caso. È capitato e sono riuscito a convincere i miei produttori a mettere in scena questo spettacolo molto complicato, con 23 attori.

Nei corridoi del teatro si parla già di kolossal… Guardi, i teatri sono sempre kolossal, perché ci sono impiegati innumerevoli. Il kolossal non sta mai sul palcoscenico, sta sempre negli uffici. È la burocrazia che è kolossal.

Fare teatro in Italia: Che andate più cercando in mezzo agli uomini? Non vedete che n’avete avuto?

Pirandello è molto amareggiato, molto amaro, quando scrive, in punto di morte e sapendo di morire, I Giganti della montagna.

Lui suggerisce agli attori, ai teatranti, di chiudersi in un mondo fantasmatico, secondo il quale si può recitare solo fra di noi, solo fra quelle persone elette. Pirandello però sa perfettamente che questo non può accadere, che il teatro deve morire, deve finire tra gli spettatori, che mai possono capire quello che viene rappresentato. Il pubblico è distaccato, perché fa un altro mestiere. Se non Giganti, sono i servi dei Giganti.

Perché?

La nostra società non si è più formata sulla poesia, ma sulla techne. La poesia non morirà mai, la techne muore in continuazione. Il Winchester pareva fosse un’arma micidiale, non è durata neppure cent’anni. Pirandello era convinto che il cinema avrebbe ucciso il teatro, ma neppure il cinema è durato cent’anni. Del cinema sopravvive soltanto il red carpet, che a ben vedere è un tipo di teatro a stazioni, di tipo medievale.

Nella scena italiana lei si sente come il mago Cotrone? Arroccato?

Cotrone è un fantasma, a differenza degli attori, che sono carne, sudano, litigano, hanno bisogno di mangiare, di bere. Invece qui c’è un gruppo di persone che si sono isolate, hanno trasformato i loro corpi in fantasmi, non hanno più bisogno del prossimo, degli spettatori, vivono chiusi in se stessi.

L’opera non fu mai finita, secondo me in maniera provvidenziale. Io sono sicuro che Pirandello l’avrebbe comunque finita così: “Io ho paura. Ho paura”. Credo che finale più straordinario, più contemporaneo, più assoluto non ci sia.

La paura…

Quel pronome personale “io”, ci fa capire che è proprio Pirandello che ha paura di morire. E poi «ho paura. Ho paura» : un sentimento che noi stessi abbiamo quotidianamente. La paura. Lasciam perdere il mondo in cui viviamo oggi… il mondo politico che, per quello che mi riguarda, è così lontano da me. Io suggerirei al vostro direttore di fondare un nuovo giornale. Non intitolato Il Dubbio, ma La Paura.

Se no lo fondo io e sbanco tutti. Tutti comprano La Paura: «La Paura?

– No, abbiamo finito le copie.

– Ma come, sono le 6: 30 del mattino?» .

C’è un messaggio politico profondo nei “Giganti della montagna”…

Un vero messaggio politico. L’uomo è l’uomo dal momento in cui si è raccontato. Non contato, ma raccontato. Noi siamo quello che siamo per una serie di racconti. Anche scrivere su un giornale, in fondo, è raccontare l’essere umano. Non basta il dire, serve la scrittura. Il dire racconta il tuo corpo, la scrittura racconta l’uomo.

Con questa affermazione si può dire che lei entri in querelle con Carmelo Bene…

Ero molto amico di Carmelo, ma non ho mai condiviso le sue teorie. A suo modo era geniale, ma noi siamo molto diversi… Andra moi ennepe, Mousa, polytropon, os mala polla… andra, Omero comincia con questa parola: “uomo”. Moi a me, Mousa. Basta il primo verso dell’ “Odissea”… Persino Dante, per parlare di Dio, a un certo punto, nel primo canto del “Paradiso”, dice una bestemmia: O buono Appollo, a l’ultimo lavoro/ fammi del tuo valor sì fatto vaso / come dimandi a dar l’amato alloro./ Infino a qui l’un giogo di Parnaso/ assai mi fu; ma or con amendue/ m’è uopo intrar ne l’aringo rimaso./ Entra nel petto mio, e spira tue. Cioè sta dicendo che adesso deve parlare del Paradiso, dei santi, di Dio e ha bisogno di qualcuno di forte, di Apollo.

Questo ci fa capire quanto noi dobbiamo a quel momento della storia umana, purtroppo finito molto presto per colpa dei Macedoni barbari e triviali, che si chiamò mondo greco.

Tornando al finale. Lei ha quindi deciso di non considerare quell’ultima parte che sarebbe stata dettata sotto forma di appunti a Stefano Pirandello?

Giorgio Strehler ebbe l’idea magnifica di fare di quegli appunti una pantomima che raccontava la morte del teatro. Io ho voluto fare come è scritto, fermarmi dove Pirandello si è fermato.

Strehler è un riferimento per lei?

Certo. Io devo tutto a due grandi teatranti: uno è Orazio Costa e l’altro è Giorgio Strehler.

Basta?

Basta.

 

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