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Storia di Alessio Casimirri, l’ex terrorista che Salvini vuole riportare in Italia

Accusato di due omicidi e di aver partecipato al sequestro di Aldo Moro, Casimirri è latitante da più di 37 anni. Il Parlamento europeo, ora, ha approvato la richiesta di estradizione dell’ex terrorista rifugiato in Nicaragua
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Alessio Casimirri, 68 anni, l’unico dei partecipanti all’agguato di via Fani in cui fu sequestrato Moro e sterminata la scorta a non aver mai conosciuto la galera, ha avuto una vita avventurosa. E’ stato pargolo dell’aristocrazia vaticana, militante rivoluzionario e poi terrorista, latitante in fuga per in continenti, istruttore militare delle truppe guerrigliere sandiniste, campione di pesca subacquea, ristoratore con ristoranti aperti sia in Nicaragua che in Costarica.

La sua estradizione ha tenuto banco più volte sulle prime pagine dei giornali del Nicaragua, paese di cui è cittadino in virtù di un matrimonio, contratto peraltro senza divorziare dalla prima moglie italiana, dal 1988. Però a fornire il materiale per un romanzo di grande successo e per un film hollywoodiano è stato il padre, Luciano Casimirri, di stanza a Cefalonia durante la guerra, protagonista del romanzo Il mandolino del capitano Corelli. Tornato in Italia, sposato con una cittadina vaticana Casimirri/Corelli fece carriera oltre Tevere. Passa per l’Osservatore romano, poi diventa responsabile della sala stampa e lo rimane con tre diversi pontefici: una potenza. Quando per il figlio Alessio scocca l’ora della prima comunione a officiare è Paolo VI.

Alessio invece, alla fine dei ’60, sceglie un’altra bandiera, quella della sinistra rivoluzionaria. Milita in Potere operaio, nel 1977 diventa brigatista. E’ stato condannato per l’uccisione del giudice Girolamo Tartaglione, nell’ottobre 1978. Faceva certamente parte del gruppo che nel maggio 1979 attaccò la sede regionale della Dc in piazza Nicosia, a Roma: un’azione che avrebbe dovuto essere incruenta e invece si concluse con una sparatoria e due agenti uccisi. Ma prima ancora Casimirri, nome di battaglia “Camillo” aveva partecipato al sequestro Moro: con Alvaro Loiacono si occupava di uno dei “cancelletti” che chiudevano il traffico in via Fani. Nelle pochissime interviste concesse in 37 anni di onorata latitanza, “Camillo” ha sempre negato di aver partecipato alla più clamorosa azione delle Br: «Quel giorno facevo una lezione di ginnastica».

A indicare Casimirri e Lojacono fu Valerio Morucci ma a quel punto entrambi, con la moglie di Casimirri Rita Algranati, anche lei in via Fani con il compito di avvertire dell’imminente arrivo delle auto di moro e della scorta, erano già usciti “consensualmente” dall’organizzazione ed erano espatriati. Loiacono, cittadino svizzero, ha scontato 14 anni di prigione nel Paese d’adozione, dove quella è la massima pena. Rita Algranati, indicata come componente del commando dall’ex marito Alessio, è stata arrestata al Cairo nel 2004.

Casimirri espatria, come numerosi ex brigatisti, con un passaporto falso intestato a Guido Di Giambattista: plausibile che dalla Santa Sede un aiutino sia arrivato. Le ricostruzione ufficiali lo vogliono prima in Africa, poi forse a Cuba e di lì in Nicaragua. Lui sostiene invece di essere arrivato direttamente in Sudamerica, mentre la Algranati scelse l’Africa e Loiacono, figlio di una cittadina svizzera, il Paese della madre.

Di certo in Nicaragua “Camillo” si lega ai sandinisti e in particolare a Ortega, dai quali sarà poi sempre protetto. Diventa istruttore militare secondo le voci in circolazione allora a Managua anche socio d’affari in Ortega. Con alcuni altri fuoriusciti italiani apre un ristorante, dedicato alla squadra del cuore, il “Magica Roma”.

La sconfitta elettorale dei sandinisti, nel 1990, sommata con la fine dell’emergenza in Italia spinse probabilmente il proprietario del “Magica Roma” a considerare l’ipotesi di trattare il suo rientro in Italia. Quella trattativa del 1993 è una zona oscura per diversi motivi. Certamente se ne occuparono alcuni agenti del Sisde.

Carlo Parolisi, oggi in pensione, uno degli operativi che affiancarono nel 2005 Nicola Calipari nella liberazione di Giuliana Sgrena, incontra più volte il latitante a Managua. Con lui ci sono altri due agenti, uno si chiama Mario Fabbri, l’altro è in incognito, con funzioni di copertura e la sua presenza dovrebbe restare segreta. Lo scambio è classico: informazioni sul sequestro Moro in cambio di un intervento dei servizi per garantire un occhio di riguardo da parte della magistratura. Casimirri deve provare la sua affidabilità e non esita. Indica due partecipanti minori all’agguato, la moglie e Raimondo Etro, incaricato il 16 marzo 1978 di recuperare le armi dopo l’attacco, e indica anche il paese africano dove si troverebbe la Algranati, la Tunisia.

Ma soprattutto delinea un identikit biografico e politico dell’ “ingegner Altobelli”, il quarto uomo, allora sconosciuto, della prigione del popolo dove fu imprigionato per 55 giorni Moro. Casimirri non sa con precisione chi fosse ma i particolari che condivide con gli agenti portano a due soli nomi: il fotografo Giovanni Morbioli e Germano Maccari. E’ su questa base che si svolgerà a Roma il drammatico confronto nel quale Adriana Faranda indicherà Maccari, poi condannato e morto in carcere, come il vero “quarto uomo”.

Allo stesso tempo, però, una trattativa parallela era in corso con l’ambasciata italiana e qualche fonte decise di bruciare l’operazione rendendola nota. Uno scoop dell’Unità a firma Cipriani, giornalista che, spesso in coppia con il fratello disponeva di ottime fonti nei servizi, rivelò la trattativa in corso a Managua, specificando, ricordava nei giorni scorsi Parolisi, che gli agenti impegnati erano tre, notizia nota solo ai servizi.

Casimirri si sentì tradito. Interruppe ogni dialogo, sparì per un po’ nella giungla. Nel frattempo gli era stata revocata la cittadinanza e l’estradizione sembrava a un passo. Invece, dopo qualche mese, la cittadinanza venne confermata e l’ultimo tentativo, quello del 2004. Casimirri ha aperto un nuovo ristorante, “La Cueva del Buzo” a Managua e un altro, “Dona Ines”, a san Juan del Sur, la località dove continua a praticare da professionista la pesca subacquea. Il voto di ieri, voluto dal ministro Salvini soprattutto per dimostrare che l’Italia fa davvero il possibile per mandare in galera i latitanti, non smuoverà il Nicaragua del di nuovo presidente Ortega. Casimirri, con ogni probabilità, non sarà estradato.

 

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